C'era una volta la tv


C'era una volta l'inizio e la fine delle trasmissioni televisive. Ad una certa ora, una musica, all'inizio pastorale e poi via via sempre più intensa fino a raggiungere il suo culmine, ti avvisava dell'imminente avvio della programmazione giornaliera, sullo sfondo di uno stilizzato traliccio d'antenna che si andava innalzando sempre più nel cielo.



A ripensarci oggi c'era orgoglio in quella sigla, voglia di dire “ci siamo anche noi, guarda cosa ti regaliamo: la televisione”. C'era desiderio di modernità, di far vedere che il Paese stava crescendo e di comunicarlo lontano a tutti, dalla capitale fin dove era possibile arrivare con il segnale tv.

L'orario era quello di metà pomeriggio e l'inizio dei programmi seguiva l'immagine fissa del monoscopio Rai in bianco e nero. C'era però un'eccezione: per tutta la durata dell'annuale Fiera di Milano, evento particolarmente importante per il rilancio economico italiano sulla scena internazionale, i programmi si aprivano in mattinata, verso le ore 11, con la trasmissione di un film. Si trattava di una cosa davvero particolare e di gran richiamo: ricordo una volta che la tristezza dell’influenza che mi costringeva a letto fu almeno compensata dalla visione di un paio di questi film.

E poi, così come era iniziata, la giornata televisiva si concludeva: al termine delle trasmissioni, qualche nota sommessa, mi pare di tromba, siglava la conclusione dei programmi.



Sarà stata la mezzanotte, l'una al massimo: tutto finiva lì, con il simbolo del monoscopio e la successiva nebbia televisiva. E tu ti alzavi dal divano e spegnevi la tv perchè non c'era altro nell'etere. Facevi clic sul pulsante dell'apparecchio e tutto si riduceva ad un minuscolo punto al centro dello schermo che, in pochi attimi, andava via via sbiadendo fino a scomparire.

C'era una volta una programmazione sempre uguale a se stessa, ogni giorno, ma diversificata più possibile per genere. La settimana era scandita da appuntamenti televisivi serali che tutti conoscevano e attendevano. Carosello era il primo programma a farci compagnia, quando il popolo italiana si metteva seduto a mangiare davanti alla tv o aveva appena finito il rito della cena.



E poi, ricordo il lunedì e il mercoledì che erano dedicati ai film; il giovedì al quiz; il venerdì al teatro, alla commedia, alla lirica o alle sue rivisitazioni in chiave televisiva; il sabato era il momento del varietà, della rivista, della risata e dei balletti.

Tranne poche eccezioni più tarde (gli sceneggiati a puntate italiani e stranieri del primo pomeriggio), la domenica era il giorno consacrato allo sport e al calcio in particolare. Almeno per gli appassionati come me. Per la verità tutto cominciava alla radio con Tutto il calcio minuto per minuto e le mitiche voci di Roberto Bortoluzzi, Enrico Ameri e Sandro Ciotti. Radiolina all'orecchio e antenna alzata per trovare il segnale migliore, uscivamo con i nostri genitori per andare al parco o a fare una piccola gita e in quel modo seguivamo le gesta dei nostri eroi bianconeri o giallorossi. Esultavamo per i gol e poi riprendevamo a giocare noi stessi a palla o facevamo un altro giro in bici, fino all'ennesima successiva domanda: “quanto stanno?”.

Ci arrabbiavamo per un rigore che al radiocronista sembrava non esserci e poi non vedevamo l'ora di tornare a casa, perchè verso le 6 del pomeriggio era il momento delle immagini: cominciava Novantesimo minuto e per nulla al mondo l'avremmo perso. Amavamo e odiavamo il volto e la voce di Maurizio Barendson e poi di Paolo Valenti a seconda se quel giorno la nostra squadra aveva vinto o perso e poi, dopo la scorpacciata dei servizi con i gol della giornata che finalmente smettevano di essere soltanto immaginati, rimanevamo incollati alla tv per seguire la sintesi dell'incontro più importante. E infine, finito il programma serale, come perdersi in seconda serata (ma all'epoca forse non si usava questo termine) la mitica Domenica Sportiva con i vari Tito Stagno e Alfredo Pigna a raccontarci l'intera giornata sportiva, ripartendo da “risultati e classifica della serie A”...

C’era una volta il triangolino Rai, il gentile e discreto avviso che compariva in basso a destra del televisore a segnalare, una volta nata la seconda rete nel 1961, l’inizio di un nuovo programma sull’altro canale. Non c’era il telecomando e cambiare canale voleva dire alzarsi dal divano o dal tavolo della cucina: lo facevi solo quando ce n’era bisogno o per toglierti la curiosità di scoprire che altro c’era da vedere. Era un segnale, un invito all’unico zapping che era possibile fare all’epoca e, al contrario di oggi, ci veniva suggerito proprio dall’emittente.

C’erano una volta le Signorine buonasera, storiche annunciatrici Rai. Ti auguravano la buona visione dopo averti elencato i programmi della serata, dopo essersi soffermate per qualche istante su una breve anticipazione della trama del film e, talvolta, dopo essere incappate in qualche strafalcione con la lettura di termini inglesi: ricordo che raramente attori e registi americani vedevano declinarsi nome e cognome allo stesso modo (con l’esclusione, forse, del mitico John Wayne!).

C’era una volta una tv dal sapore buono che, come un pane appena sfornato, sapeva invogliarti nel pomeriggio e alla sera. Una tivù (si scriveva spesso così) che sapeva proporre appuntamenti memorabili anche per il pubblico più giovane, come il programma del sabato a pranzo Oggi le comiche, condotto dal grande Renzo Palmer, che fece conoscere al nostro Paese il mondo del cinema comico muto e grandi personaggi come Stanlio e Ollio. O La tv dei ragazzi, che per anni ha aperto la programmazione pomeridiana della Rai con la sua mitica sigla.



O quella ancora più indimenticabile, per via della voce di Lucio Dalla, del programma Gli eroi di cartone che ai quarantenni come me farà venire la pelle d'oca!



Ora tutto questo non c’è più e a tanti ragazzi degli anni ’70, come il sottoscritto, non rimangono che i ricordi. Della televisione e di mille altre cose che abbiamo perso. A partire da una certa ingenuità e candore. Non si tratta di essere forzatamente malinconici o di asserire genericamente che si stava meglio allora. E’ un fatto, tuttavia, che tutto questo non ci sia più e che quel che è venuto dopo non sia assolutamente all’altezza di quanto lo ha preceduto.

Commenti

  1. urca... vedo che sta cosa delle sigle, ricordano le colonne sonore... il post che ho scritto io ti ha ispirato?
    Cmq quel marchio in alto l'aveva The Markets sul forum musicsite e ho sempre saputo che loro ci tengono al copyright.

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  2. Caro arrgianf, ci ispiriamo senza saperlo, come è già accaduto qualche tempo fa. No stamattina ero in treno e ho cominciato a scrivere, solo dopo ho scoperto il tuo post. Tra l'altro ho visto che ha parlato di tv anche Indie...
    Invece, scusa: di quale "marchio in alto" parli? Se intendi l'immagine del monoscopio Rai, non mi risulta sia sotto copyright...

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  3. il primo di tutti, a me si perchè nel forum in questione ci tengono a non infrangere il copyright e il nick in questione aveva l'autorizzazione...

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  4. Guarda, mi sembra impossibile. Se c'è un copyright su quell'immagine non può essere che della Rai. E non di altri. Se lanci una ricerca Google ti escono mille diversi monoscopi sia su web che su immagini... E poi sono in buona compagnia: http://www.brunovespa.net/vespa/computer.html. ;)

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  5. VA be... allora al solito su Musicsite avevano esagerato!! Nel frattempo ho postato sul blog il post che mi hai suggerito ieri sera, quello con le canzoni più tristi, spero ti piaccia.

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  6. Concordo.
    Probabilmente perchè prima in tv c'erano artisti nel vero senso della parola.
    Ora cosa c'è???
    Tette e culi, gente che non sa fare l O con il biccchiere, conduttori che avallano programmi di uno squallore galoppante e, quel che è peggio, che fanno audience!
    Siamo noi che ci adeguiamo alla tv o è il contrario???

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  7. Cara Guernica, secondo me, come al solito, è un fatto di soldi. Come per tutto. Per questo parlavo di "ingenuità e candore" della tv di una volta. Poi sono arrivate le telepromozioni e così i conduttori hanno iniziato "ad avallare programmi di uno squallore galoppante", come dici tu; hanno voluto rendere più "appetibile" il prodotto da vendere e per questo hanno ingaggiato "tette e culi, gente che non sa fare l O con il biccchiere", come dici tu; hanno dovuto contrastare la concorrenza nata fra di loro (perchè ogni riconferma significava denaro in contratti e in percentuali derivanti da telepromozioni) e per questo hanno fatto dell'"audience" la loro religione, come dici tu.
    Ooops! All'inizio del post ho scritto "secondo me", ma vedo che l'analisi l'avevi già fatta tu! eheheh

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  8. Marcus, ti ho risposto nel blog, inoltre per domani c'è pronto un post capolavoro! Che stamane mi ha entusiasmato tantissimo, sui cartoni animati anni '80!

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  9. marcus, è per me un onore esser stato citato nel commento n.2! ...ed è vero, quando la si pensa allo stesso modo (piu' o meno) capita di postare cose simili senza saperlo... io per esempio ho in cantiere un post su carosello da tempo... ma manca sempre il tempo, poi compare berlusca che ne spara una delle sue ...e conquista lo spazio del post! eheheh

    guernica: ehi, cos'hai contro tette e culi?! (eheheh)
    l O con il bicchiere?! eccose'?!

    arrgianf: corro a vedere il tuo post sulle canzoni piu' tristi...

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  10. Per indie: onore...?!?!? Non esageriamo! eheheh!
    Concordo con quanto dici, al punto di poter prevedere quasi con certezza che apprezzerai particolarmente il prossimo post, che spero di inserire già da oggi!
    Tette e culi: ora che mi ci fai pensare... Guernicaaaaaa!!!

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  11. la O con il bicchiere significa che metti un bicchiere sopra un foglio di carta e poi con la matita disegni intorno, dimmi se è difficile fare una O con questo metodo...

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