La catastrofe c'è ma non si vede

Il vero guaio delle catastrofi ambientali è, fondamentalmente, il fatto che non le conosciamo. Anzi, che non le riconosciamo. Certo, la recente esplosione della piattaforma petrolifera della Bp al largo delle coste americane; i venti-cinquanta-centomila barili di greggio emorragicamente pompati nel mare ogni giorno, ogni ora, ogni minuto; le enormi maree nere, inquadrate dall'alto degli elicotteri, che fanno rotta verso le dorate spiagge di Pensacola, spalmando il loro letale liquame sulle acque e sulle rocce, portando via con sè le vite di milioni di uccelli e pesci. Chi può dire di non riconoscere in queste immagini ormai così tristemente familiari una catastrofe ambientale fra le più gravi del nostro pianeta?

E che dire del vecchio vulcano islandese dal nome impronunciabile che, con il suo risveglio, ha messo in ginocchio per quasi un mese l'intera economia e tecnologia aeronautica europea? Con la sua colonna di fumo nero e denso, le polveri sottili a spargersi e ricadere come un insetticida sull'intero vecchio continente, costringendo negli hangar migliaia e migliaia di aerei e nelle sale d'attesa degli aeroporti milioni di passeggeri. Un identico fenomeno eruttivo, sempre in Islanda, qualche secolo fa, creò conseguenze spaventosamente pesanti al clima europeo e all'economia rurale delle popolazioni del continente.

Il fatto è che simili episodi costituiscono soltanto la cosiddetta punta dell'iceberg di un fenomeno molto, ma davvero molto più ampio, che un po' per i capricci di Madre Natura e molto per mano dell'uomo sta seriamente minando la vita del pianeta e la nostra stessa esistenza. Ma di questa lenta, strisciante, subdola erosione ambientale globale la gran parte dell'opinione pubblica mondiale non è a conoscenza. O meglio, lo è soltanto superficialmente, per effetto di qualche parola chiave (effetto serra, buco nell'ozono, gas serra, desertificazione, scongelamento della calotta polare) che conosciamo per sentito dire e che fa parte della nostra infarinatura culturale, quella che alla maggior parte di noi consente di non fare figure barbine quando ci ritroviamo a scambiare due chiacchiere con gli amici.

Certo, abbiamo ascoltato più volte simili termini e argomenti nei tg e in qualche programma tv di approfondimento scientifico. Ma cosa è rimasto delle preoccupazioni che là per là hanno provocato? Già, perchè il nocciolo della questione è tutto qua: quanto di un problema la maggior parte di noi riesce ad essere coinvolta. L'equazione del villaggio globale dei nostri tempi vede la gravità di un problema crescere in maniera direttamente proporzionale al grado della sua conoscenza: sono a conoscenza del problema perchè ne sono informato, sono preoccupato del problema perchè ho approfondito la sua conoscenza.

Questo semplice teorema di comunicazione e sociologia, tuttavia, contiene in sè anche il suo risvolto diametralmente opposto: non sono a conoscenza del problema ergo il problema non esiste. Rapportata al tema delle catastrofi ambientali e rappresentata graficamente, questa situazione darebbe vita ad una linea bassa dall'andamento per lo più uniforme, dove qua e là si inerpicano altissimi e saltuari picchi: quella è la nostra soglia di attenzione e di preoccupazione per un problema, che corrisponde anche all'esistenza stessa del problema che avvertiamo a livello personale. Quei picchi coincidono con la conoscenza del risveglio di un vulcano islandese dal nome impronunciabile o dell'esplosione di una piattaforma petrolifera al largo delle coste Usa. Tutto il resto si appiattisce, fin quasi a scomparire.

E viceversa, come dimostra emblematicamente quanto accaduto qualche anno fa con la scossa dovuta alla proiezione cinematografica del film-documentario sui cambiamenti climatici realizzato dall'ex vicepresidente degli Stati Uniti Al Gore. In occasione del lancio del film e nei mesi successivi, infatti, la campagna pubblicitaria voluta dai produttori e distributori cinematografici ha avuto il pregio di sensibilizzare fortemente l'opinione pubblica mondiale sul tema degli effetti nefasti del buco dell'ozono nella ionosfera e sulle sue cause che lo hanno generato. Questo ha fatto sì che il mondo intero si rendesse conto, anche solo per qualche tempo, che disastro ambientale non è soltanto quello del singolo episodio riguardante, di volta in volta, una piattaforma, un vulcano, una petroliera speronata, una centrale nucleare esplosa o la nube tossica che si sprigiona da uno stabilimento chimico.

Il disastro ambientale è in realtà un fatto quotidiano, che esiste anche se non ne parla la tv o il cinema, destinato comunque a incidere sulla vita del pianeta e su quella degli esseri viventi che lo popolano, destinato comunque a produrre effetti permanenti e negativi sui diversi ecosistemi naturali. Le maree nere e le altrettanto nere nubi che sopraggiungono dal mare e dal cielo e sembrano circondarci senza scampo sono nient'altro che i suoi simboli più immediatamente percepibili, almeno per il tempo di qualche tg. Ma dovrebbero preoccupare almeno quanto il meccanismo che il dissesto ambientale e a volte il vero e proprio scempio compiuto dall'uomo provocano da tempo giorno dopo giorno.

Come sottovalutare e non ricomprendere fra le cause di questo disastro storie di ordinaria illegalità diffuse ormai su scala planetaria? Come la cementificazione continua e dissennata di territori sempre più ampi, realizzata da imprenditori e speculatori senza scrupoli per i quali ogni prato, spiaggia o riserva naturale rappresenta una possibile fonte di business. Come l'interramento o l'inabissamento abusivo di tonnellate e tonnellate di rifiuti tossici o radiattivi, terribilmente pregiudicanti della salute delle falde acquifere sottostanti o di interi tratti di mare, con conseguenze devastanti e fatali per la potabilità delle acque, l'agricoltura, l'allevamento e la sopravvivenza della fauna ittica.

Come dimenticare la produzione di quantità sempre più ingenti di ossido di carbonio e polveri sottili, dovuta agli scarichi di miliardi di autoveicoli e ai fumi industriali di un'intera economia e tecnologia che, su scala globale, non vuole rinunciare alla via della combustione di idrocarburi avviata con la rivoluzione industriale più di tre secoli fa? Come non considerare che a fronte degli sforzi fatti da poche nazioni di riconvertirsi e produrre energia pulita, molte di più hanno intrapreso la via del nucleare ed altre, compresa la nostra, stanno guardando in quella direzione?

Come sottovalutare le conseguenze di una sempre maggior produzione di scorie radioattive e rifiuti altamente tossici, già ora difficilmente smaltibili se non a caro prezzo per l'ambiente, al punto che si sta ipotizzando il loro stoccaggio nello spazio? Come non pensare all'impoverimento delle risorse idrogeologiche del sottosuolo e a quello della flora ambientale di superficie, dovuto alla distruzione annua di enormi porzioni di foresta pluviale come quella amazzonica, fra gli ultimi polmoni di un pianeta sempre meno verde?

Quanti gridi di dolore e richieste di aiuto ci manda ogni giorno il nostro pianeta! I pochi che giungono alle orecchie di chi sa interpretarli subiscono nella maggior parte dei casi il disinteresse dei governi mondiali alla cui attenzione vengono sottoposti e finiscono nel tritacarne degli interessi delle grandi multinazionali. Disastro ambientale? Prima il business!

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