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venerdì 27 marzo 2015

La zip della vita

La vita è come una chiusura lampo...

Due coppie di mezza età si ritrovano sullo stesso treno. Sono sconosciute l'una all'altra, così come sconosciuti sono i volti dei passeggeri intorno a loro. Alcuni sorridono, altri conversano, altri ancora ascoltano musica immersi nelle loro cuffiette, lontani da tutto e tutti. Le due coppie di genitori hanno invece i volti disperati e stravolti, i volti di chi non ha più neanche una lacrima da versare. D'altronde la loro non è una gita nè una vacanza. È un viaggio di dolore... Peggio: è un viaggio nel dolore, nello strazio di chi ha da poco saputo di aver perso un figlio, ma non ha ancora preso pienamente coscienza di ciò.

Lo scopre una coppia, riconoscendo lo stesso sguardo disperato negli occhi dell'altra: il loro figlio, un uomo di 28 anni, e una ragazza di 17, figlia dell'altra, non ci sono più. Cancellati da una tragedia da prima pagina. I solo sorrisi, i loro sogni, le loro parole, il suono delle loro voci, le loro movenze: tutto strappato all'affetto dei loro cari dallo schianto tremendo e assurdo e inspiegabile dell'aereo su cui viaggiavano contro una montagna innevata.

Il dolore unisce, crea solidarietà, riscalda un po' i cuori di questi padri e di queste madri. Anche quando provano a immaginare la fine orribile che ha accomunato i loro figli, gli ultimi istanti di vita, le urla, il boato e poi il silenzio della morte. Persone sconosciute, che iniziano a scambiarsi parole e dolore quasi per esorcizzare il pensiero di una morte tanto orribile. Che provano a rievocare ricordi estratti dalle vite dei loro figli, racconti più leggeri, a volte spiritosi, a volte commoventi che fanno parte del bagaglio ordinario di ogni genitore. Alla fine appaiono anche alcune fotografie dell'uomo e della ragazza che non ci sono più. E anche in questo caso quelle immagini uniscono, servono a solidarizzare, ad aiutare chi sta soffrendo a condividere il peso di quella sofferenza.

Quando il treno li porta finalmente a destinazione sono un po' meno sconosciuti. Hanno condiviso le memorie dei loro figli, alcuni racconti delle loro vite, oltre a quello della loro morte. Ma non è ancora finita. Perché il loro viaggio di dolore e nel dolore prevede un'ultima tappa, straziante e benedetta insieme: quella di raccogliersi con le altre centinaia di coppie di genitori per commemorare la memoria delle vittime della tragedia.

È a quel punto che una delle due coppie viene cortesemente ed educatamente invitata da due uomini in divisa a salire su un'auto scura. Un padre e una madre si allontanano dal gruppo degli altri genitori, non prima però di aver scambiato un ultimo abbraccio con la coppia conosciuta in treno. Un abbraccio forte e intenso e la promessa di incontrarsi di nuovo. Dopo. Al termine di quell'ultimo atto di dolore che li aspetta.

E' difficile immaginare il dolore di queste due persone, due genitori ai quali, una volta saliti sull'auto scura, viene rivelato che il loro amatissimo figlio, copilota su quel volo, è l'autore della tragedia nella quale sono morte 150 persone, la mano che ha deliberatamente schiantato l'aereo sul fianco di quella montagna francese.

Ed è ancora più difficile provare a immaginare gli stati d'animo che hanno attraversato la mente e il cuore dell'altra coppia. Quel padre e quella madre anch'essi che, rimasti nel gruppo degli altri familiari per la commemorazione dei loro cari, apprende poco dopo l'identità della coppia che ha viaggiato con loro e i motivi per cui è stata allontanata dagli altri.

Indicibile.

Per questo, dicevo, la vita è come una chiusura lampo: può avvicinare persone e destini. E poi, inesorabilmente, dividerli.

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