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giovedì 19 novembre 2015

Terrorista kamikaze, no coraggio? Ahi, ahi, ahi!

Gli effetti del terrorismo kamikaze, di qualsiasi natura, li conosciamo. Specialmente quando il terrore è frutto di un atto che, purtroppo, viene portato a compimento e non soltanto minacciato. Dopo i fatti di Parigi mi chiedo se siano possibili atti terroristici pensati per concludersi con un gesto kamikaze che abbiano portato invece ad un nulla di fatto. Escludendo singoli episodi di singoli pazzi, secondo me no.

Mi spiego. Tu, terrorista, hai voglia a pianificare, studiare, attrezzare, organizzare, istruire e indottrinare; hai voglia a convincere, promettere compensi, illustrare, fare proseliti, creare eserciti... Hai voglia tante cose: ma indossare una cintura esplosiva, per te terrorista, non è esattamente la stessa cosa che imbracciare un kalashnikov. Con questo puoi ammazzare a destra e a manca e forse riuscire pure a farla franca; l'altra provoca conseguenze anche peggiori perchè pensata per la distruzione di massa, ma uccide anche te, terrorista. E senza possibilità di scampo.

Per questo tu, terrorista, devi mettere in conto il lato umano, anche in coloro che tu ben conosci o hai addestrato a diventare come bestie. Il lato umano può fregare un essere umano. Un sacco di "buoni" rimangono fregati a causa della loro umanità: un'incapacità dell'ultimo momento, un blocco mentale, psicologico, morale, etico, religioso e... zac! Tu, poliziotto buono o salvatore improvvisato sei fregato.

Ma se accade ai "buoni", può accadere anche ai "cattivi". Perchè i cattivi-cattivi, anche se bestie, sono pur sempre uomini. Tu, terrorista di turno, incazzato fino al midollo, indottrinato al martirio e armato fino ai denti, sei arrivato esattamente nel posto prescelto dal piano oppure hai ammazzato a fucilate chiunque sulla tua strada, e ora ti prepari al botto finale. Hai la tua bella cintura esplosiva da usare e un solo clic ti separa dal completare l'opera. Tu, terrorista, per quanto bestia, puoi avere un momento di impasse, un tentennamento prima di premere quel pulsante. Di qualsiasi natura sia, quell'attimo di troppo può costare il fallimento dell'intera operazione. Peggio ancora: può costare la cattura e quindi la sorte dei tuoi compagni, delle menti e dei mandanti, può portare a conseguenze ben peggiori per la tua organizzazione della tua morte.

E di fronte a tale possibilità, vuoi che non sia stato messo nelle mani di qualcun altro, oltre che nelle tue, un pulsante esattamente identico per comandare l'esplosione della tua cintura? Davvero sei così ingenuo da pensare di poter decidere all'ultimo istante di non schiacciare quel pulsante?

A prescindere dai singoli episodi di singoli pazzi, davvero vogliamo essere così ingenui da pensare che in questo tipo di grandi operazioni terroristiche non ci sia qualcuno in un angolo che decide comunque di far saltare il kamikaze?

giovedì 22 ottobre 2015

Il tuttologo Renzi e la disinformazione

Secondo Renzi, "i deputati 5 stelle - quando non inseguono scie chimiche o non riflettono sui complotti americani dallo sbarco sulla Luna all'11 settembre (non scherzo, purtroppo; alcuni di loro sostengono tesi realmente imbarazzanti) - accusano il governo di favorire la ludopatia. Cioè di agevolare il gioco d'azzardo e la slot-mania". Qui la enews originale.

Ecco, prima di tutto mi pare che siano già quattro buoni motivi per votare M5S alle prossime elezioni.

In secondo luogo, per uno che fino ad oggi di disinformazione ne ha fatta parecchia, condita da chiacchiere e modi di berlusconiana memoria, parlare così di scie chimiche, sbarco sulla Luna o 11 settembre mi pare come il bue che dice cornuto all'asino.

Quando poi avrà un po' di tempo in più - magari una volta esauriti definitivamente i suoi impegni di governo e con la politica - il sig. Renzi spero vorrà rendere note le spiegazioni scientifiche sulle quali poggia le sue convinzioni e cotanto sprezzo verso quelle tesi che, scientificamente (ripeto, SCIENTIFICAMENTE), avanzano quanto meno dei forti dubbi sulle versioni ufficiali.

Ma mi sa che in questo caso il bue è anche asino...

giovedì 27 agosto 2015

Il vuoto e poi/ti svegli e c'è/un mondo intero/intorno a te

(immagine per gentile concessione di Rosy, tratta dal suo recente reportage in Vietnam e Cambogia)
C'è un Mondo fuori da noi, che vive. Per qualcuno è vasto quanto quello che dimora all'interno del suo cuore o della sua mente: beato lui o povero lui, dovrà fare i conti con entrambi... Per altri, la gran parte per la verità, è ordinariamente immenso e spaventosamente sconfinato, come l'ossimoro latente che è in lui vuole lasciar intendere: un Mondo...

È un Mondo che, volenti o nolenti, si impone ai sensi. Non possiamo non ascoltarlo e non possiamo non assaporarlo, dal momento che non si fa scrupoli ad urlarci contro e ad aspergerci come e con tutto ciò che vuole. Lo tocchiamo, anche quando nascondiamo le mani ben bene in fondo alle tasche e ce le teniamo facendo i vaghi. Lo annusiamo, lasciando qualche volta che questo sia decisivo per decidere se andarvi incontro. Sappiamo anche bene che a guardarlo rischiamo di scorgervi molto di noi e per questo, a volte o più spesso, ci giriamo dall'altra parte. Manco se a voltarci possa pararsi davanti ai nostri occhi qualcosa di diverso...

E' un Mondo che ci aspetta, come una preda braccata ma esperta aspetta le mosse del suo ingenuo cacciatore. Qualcuno riesce pure a fotterlo, ma sono davvero pochi e poi siamo proprio così orgogliosi di fottere chi da sempre è abituato ad allargare le gambe con tutti? 

Il gioco d'altronde è sempre lo stesso: svegliarsi ogni giorno e affrontare il Mondo. Sta a noi studiare strategie e tattiche, le più giuste per farlo. Anche perchè difficilmente il premio consiste nella vittoria: anche il solo fatto di poterci riprovare il giorno successivo può esser molto. E non parliamo poi dei più sfortunati, quelli con i quali il Mondo si è accanito di brutto e che non riescono neanche a darsi uno straccio di spiegazione del perchè sia toccato proprio a loro. 

Chi ha paura del Mondo cattivo?

venerdì 27 marzo 2015

La zip della vita

La vita è come una chiusura lampo...

Due coppie di mezza età si ritrovano sullo stesso treno. Sono sconosciute l'una all'altra, così come sconosciuti sono i volti dei passeggeri intorno a loro. Alcuni sorridono, altri conversano, altri ancora ascoltano musica immersi nelle loro cuffiette, lontani da tutto e tutti. Le due coppie di genitori hanno invece i volti disperati e stravolti, i volti di chi non ha più neanche una lacrima da versare. D'altronde la loro non è una gita nè una vacanza. È un viaggio di dolore... Peggio: è un viaggio nel dolore, nello strazio di chi ha da poco saputo di aver perso un figlio, ma non ha ancora preso pienamente coscienza di ciò.

Lo scopre una coppia, riconoscendo lo stesso sguardo disperato negli occhi dell'altra: il loro figlio, un uomo di 28 anni, e una ragazza di 17, figlia dell'altra, non ci sono più. Cancellati da una tragedia da prima pagina. I solo sorrisi, i loro sogni, le loro parole, il suono delle loro voci, le loro movenze: tutto strappato all'affetto dei loro cari dallo schianto tremendo e assurdo e inspiegabile dell'aereo su cui viaggiavano contro una montagna innevata.

Il dolore unisce, crea solidarietà, riscalda un po' i cuori di questi padri e di queste madri. Anche quando provano a immaginare la fine orribile che ha accomunato i loro figli, gli ultimi istanti di vita, le urla, il boato e poi il silenzio della morte. Persone sconosciute, che iniziano a scambiarsi parole e dolore quasi per esorcizzare il pensiero di una morte tanto orribile. Che provano a rievocare ricordi estratti dalle vite dei loro figli, racconti più leggeri, a volte spiritosi, a volte commoventi che fanno parte del bagaglio ordinario di ogni genitore. Alla fine appaiono anche alcune fotografie dell'uomo e della ragazza che non ci sono più. E anche in questo caso quelle immagini uniscono, servono a solidarizzare, ad aiutare chi sta soffrendo a condividere il peso di quella sofferenza.

Quando il treno li porta finalmente a destinazione sono un po' meno sconosciuti. Hanno condiviso le memorie dei loro figli, alcuni racconti delle loro vite, oltre a quello della loro morte. Ma non è ancora finita. Perché il loro viaggio di dolore e nel dolore prevede un'ultima tappa, straziante e benedetta insieme: quella di raccogliersi con le altre centinaia di coppie di genitori per commemorare la memoria delle vittime della tragedia.

È a quel punto che una delle due coppie viene cortesemente ed educatamente invitata da due uomini in divisa a salire su un'auto scura. Un padre e una madre si allontanano dal gruppo degli altri genitori, non prima però di aver scambiato un ultimo abbraccio con la coppia conosciuta in treno. Un abbraccio forte e intenso e la promessa di incontrarsi di nuovo. Dopo. Al termine di quell'ultimo atto di dolore che li aspetta.

E' difficile immaginare il dolore di queste due persone, due genitori ai quali, una volta saliti sull'auto scura, viene rivelato che il loro amatissimo figlio, copilota su quel volo, è l'autore della tragedia nella quale sono morte 150 persone, la mano che ha deliberatamente schiantato l'aereo sul fianco di quella montagna francese.

Ed è ancora più difficile provare a immaginare gli stati d'animo che hanno attraversato la mente e il cuore dell'altra coppia. Quel padre e quella madre anch'essi che, rimasti nel gruppo degli altri familiari per la commemorazione dei loro cari, apprende poco dopo l'identità della coppia che ha viaggiato con loro e i motivi per cui è stata allontanata dagli altri.

Indicibile.

Per questo, dicevo, la vita è come una chiusura lampo: può avvicinare persone e destini. E poi, inesorabilmente, dividerli.

giovedì 8 gennaio 2015

Charlie Hebdo: non ci credo

 
Non ci credo. Troppe coincidenze, troppe casualità, troppi 'guarda caso', eppure tutti ben incastrati, tutte tessere ben limate e sistemate per comporre un mosaico perfetto. Troppo perfetto. Perfetto a fini mediatici. Come al solito, da quando la nostra è diventata una società mediatica.

C'è la componente visiva e quella audio. La narrazione cronachistica dei fatti, quasi tutta raccontata dalle camere mobili degli smartphone, come è in uso ormai da tempo nelle serie tv e nei film ad alto impatto emotivo. E la colonna sonora dei colpi sparati, delle grida, addirittura degli ordini che i componenti del commando si danno fra loro. Per non parlare della trama: quelle invocazioni a dio urlate con chiarezza e a gran voce... Quasi scandite, perchè nessuno equivochi.

Le immagini riprese dall'alto, frenetiche ed affannose, come si conviene a chi fugge terrorizzato ma non può rinunciare a lasciarsi scappare l'occasione di testimoniare tutto. E che testimonianze! Tutte inquadrature che strategicamente raccontano i fatti dall'inizio e con dovizia di particolari: dall'arrivo in strada al piazzamento, dai primi colpi fortissimi alla fuga in auto. E nel bel mezzo, la drammatica e terribile scena-clou del poliziotto ferito a morte e un attimo dopo finito con fredda determinazione militare. Immagine che rimarrà come icona della strage di Parigi (oggi è sulla prima pagina di otto quotidiani su dieci), al pari di quella delle Torri Gemelle che vengono giù.

E poi la rapidità con la quale il presidente francese si affretta a recarsi sul posto, ancora caldo di morti, in piena caccia all'uomo. La sua immediata determinazione nel definire "senza alcun dubbio" la matrice terroristica di quanto accaduto. E nel frattempo il ripetuto tam tam di agenzie di stampa e tv che si lanciano fin da subito in facili dissertazioni (neanche ipotesi, ma certezze!) sul terrorismo islamico e sul fatto che gli uomini del commando invocante Allah fossero militari o reduci da missioni inviate in Iraq o in Siria. Un po' come quando, in quel famoso 11 settembre, le tv di tutto il mondo iniziarono quasi subito, e concordemente, ad attribuire ad alQaeda la responsabilità di quanto stava ancora accadendo tra New York e Washington. Dopo soltanto pochi minuti...!

La singolarità di queste tragiche e sanguinose azioni è che quando accadono ci vengono raccontate come da copione, senza che quasi nulla sia lasciato al caso: il chi, il come, il perché; e poi le modalità più cruente e, ancora, l'immagine da lasciare impressa nella memoria e che solitamente è indirizzata al cuore di chi assiste al di là di uno schermo televisivo o di un monitor del pc. Esattamente come avviene in una produzione hollywoodiana, studiata a tavolino e realizzata a dovere con tanto di effetti speciali e contorno di trailers, gadget (come la pagina Facebook creata nel giro di un paio d'ore per onorare la memoria dei morti nella strage e i cartelli con la scritta 'je suis Charlie') e icone da affiggere per sempre nella memoria di persone e social network.

Qualcuno ricorda (e lo chiedo per l'ennesima volta) quel capolavoro in tutti i sensi di Sesso e Potere (Wag the Dog), magistralmente interpretato da Robert De Niro e Dustin Hoffman? È tutto spiegato lì dentro, a partire dalla frase iniziale del film (riportata nell'immagine in testa a questo post): cosa fare e come fare per creare e montare un'onda emotiva che appoggi i nostri scopi e giustifichi le nostre successive azioni. Persino le più sordide. Persino una guerra.

Il mio "non ci credo" non suoni irriverente: quelle povere persone sono state trucidate, ammazzate da un secondo ad un altro senza perchè, finite a bruciapelo mentre con lo sguardo incrociavano gli occhi del loro assassino. A loro e alle loro povere famiglie e ai francesi attoniti devono andare i pensieri di tutti. Ma non possiamo non fermarci a pensare che quanto avvenuto sia l'ennesimo film tragico già visto, l'ennesima puntata di un macabro e sanguinoso serial che qualcuno di grande e potente sta girando da tempo, per finalità di potere e supremazia che non possono più sfuggire alla nostra mente. E nel quale noi siamo sempre chiamati ad essere gli spettatori. Quando non i corpi che rimangono a terra.

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