QUESTO BLOG È ESPRESSIONE DEL LIBERO PENSIERO, GARANTITO E TUTELATO DAGLI ARTICOLI 3 E 21 DELLA COSTITUZIONE ITALIANA E NON INTENDE PROMUOVERE ALCUNA CAMPAGNA DI INCITAMENTO ALL'ODIO E ALLA VIOLENZA. PERTANTO SI DIFFIDANO LE AUTORITÀ A INTRAPRENDERE AZIONI MIRANTI AL SUO OSCURAMENTO PERCHÈ ASSOLUTAMENTE INGIUSTIFICATE E, PARIMENTI, I LETTORI A FORMULARE COMMENTI CONTRASTANTI CON IL SUO INTENDIMENTO PERCHÈ ASSOLUTAMENTE INDESIDERATI.

giovedì 23 maggio 2013

Scop(r)iamoci

Se l'amore è un'eterna scoperta, com'è che alla fine ci ritroviamo a dire (quasi) sempre le stesse cose? E soprattutto, come mai ci lamentiamo (quasi) sempre per cose che in realtà conosciamo benissimo? "È andata come mi aspettavo"... "Sapevo che finiva così"... "Gli uomini (le donne) sono tutti(e) uguali"... "Sempre a pensare a quello"... "Mi sono ritrovato(a) peggio di prima"... "Eh, lo sapevo... Certo che lo sapevo, ma speravo che stavolta fosse diverso"...

Quante volte abbiamo sentito parlare in questo modo? E quante volte abbiamo parlato noi stessi in questo modo...? Viviamo la nostra vita convinti che l'amore sia una spontanea operazione di costante apertura al mondo, un quotidiano ed inevitabile esercizio dovuto ad un'esigenza di conoscenza degli altri, un imperscrutabile quanto innato istinto di reciprocità che ci lega tutti. E poi, però, al momento di tracciare il bilancio di ogni singola esperienza, si finisce (quasi) sempre per concludere che tutto in realtà ci era già noto, tutto era già passato sotto i nostri occhi, tutti gli indizi ci suggerivano un esito con il quale abbiamo già avuto a che fare in passato.

Forse non a torto, un tempo, ci era stato suggerito o abbiamo avvertito tutti il bisogno di una bella scopata. Anche se forse, all'epoca, non era stato inserito fra le malepiante di cui fare piazza pulita intorno a noi anche il crogiolo di tutte quelle convinzioni o pseudo-tali che ci fanno dare per scontato il mondo e le persone.

Ma invece... 

Non sarà, forse, che dovremmo imporci noi di fare qualcosa di diverso, piuttosto che limitarci a sperare sempre in qualcosa di diverso? Non sarà, forse, che dovremmo essere noi a dare il primo impulso perché i meccanismi della nostra vita inizino finalmente a muoversi in altri modi? Non sarà, forse, che ciascuno dovrebbe parlare a se stesso e insegnare a se stesso (come pretendiamo di fare con gli altri) ad uscire da condizionamenti e, soprattutto, giustificazioni che siamo soliti non negarci, in una bulimica interpretazione di vita da bambini viziati? 

E forse, iniziando ad amarci un po' di più (e più sinceramente), davvero molte cose potrebbero apparirci come una scoperta. Parafrasando un famoso claim pubblicitario: facciamo l'amore con... noi stessi!

venerdì 17 maggio 2013

Voglio un mondo diverso. Voglio essere diverso

Vogliono che siamo pronti. Ci allenano, per questo. In modo che quando sarà il momento, o meglio quando avranno deciso che è il momento giusto, saremo ben carichi, al massimo dell'efficienza. Duri, crudi e disperati a puntino.

Ci stanno allenando all'odio. All'uno contro l'altro, senza distinzioni, cieco. Ogni giorno che passa deve servire al nostro training. Ogni decisione, ogni istante della nostra vita deve valere come una palestra, dove possiamo affinare sempre più questo sentimento, renderlo via via più forte, più impetuoso, più incontrollabile. Fino alla sua sublimazione: fino a che non possiamo più rinunciarvi.

Nutrono la nostra disperazione. Poi ci innescano, per prepararci a farla esplodere. A comando. Un attimo e siamo del tutto fuori controllo: senza più freni inibitori, senza più morale, senza più limiti. Totalmente incontrollabili e quindi, proprio per questo, assolutamente dominati e al servizio della follia. La loro.

Non c'è più madre e padre. Non ci sono più figli e figlie. Non conta più il sangue perchè non conta più l'umanità. Non c'è più umanità oltre quella soglia. Persino i cani rabbiosi, a volte, hanno momenti di lucidità per decidere che i denti non vanno affondati, ma ritratti. A noi, quand'è il momento della follia, questo non è consentito. Ci viene lasciato un solo ultimo istante: giusto il tempo di rivolgere l'arma contro la testa o di fare un passo nel vuoto dinanzi a noi.

Io non voglio più che sia così. Ma è dura cambiare. Ci vuole coraggio e sprezzo per la propria vita. E non so se ce l'ho. Sono uno che scrive, non uno che fa.

mercoledì 8 maggio 2013

Il nodo (scorsoio) della Giustizia

La Giustizia continua ad essere l'ago della bilancia della vita dei governi del nostro Paese. Da Tangentopoli in poi, infatti, tutti (o quasi) i governi sono incappati - quando non inciampati e ruzzolati malamente - nel nodo Giustizia. Anzi, per l'esattezza, nei riflessi e nelle conseguenze di vicende giudiziarie che hanno coinvolto il 'Qualcuno' di turno ai massimi livelli istituzionali. 

Ricordiamo il pacchetto di provvedimenti elaborato nel '93 dal governo Amato e dal guardasigilli Conso per salvaguardare segretari di partito, tesorieri, parlamentari e imprenditori e che, per la prima volta, fu battezzato 'colpo di spugna'; l'avviso di garanzia a Berlusconi che presiedeva il G8 di Napoli nel '94; le polemiche dimissioni dell'allora guardasigilli Mancuso a seguito delle pressanti richieste di inviare gli ispettori a Milano nel '95; la guerra fra dalemiani e montiani sulle iniziative che avrebbe o non avrebbe dovuto prendere l'allora guardasigilli Flick e che, insieme all'esplosione del conflitto nell'ex Jugoslavia, portarono al ribaltone nel '98; il duro scontro con la magistratura, fra scioperi, legge Cirielli, lodo Schifani, cancellazione del falso in bilancio e polemiche sul mandato di arresto auropeo, che caratterizzò il quinquennio 2001-2006 del ministero Castelli; l'infuocato epilogo del governo Monti nel gennaio 2008, con l'arresto della moglie dell'allora ministro della Giustizia Mastella e le inchieste sulla sua famiglia e su quasi tutti i parlamentari dell'Udeur; il triennio 2008-2011 di Alfano guardasigilli, periodo di vera e propria guerriglia fra centrodestra e magistrati, a base di lodi tentati, respinti al mittente e reiterati, leggi e leggine ad hoc da una parte e di inchieste, fughe di notizie, intercettazioni strombazzate urbi et orbi e nipotine di Mubarak dall'altra.

E come potrebbe, un governo di larghe intese come quello Letta, sottrarsi ad un destino similare? Come potrebbe non trovare nella bilancia della Giustizia il suo punto più delicato? Altro che IMU... Altro che far ripartire l'economia, dare ossigeno alle imprese e stimolare i consumi... Altro che ricreare opportunità di lavoro per i disoccupati, rinnovare gli ammortizzatori sociali e trovare una collocazione per gli esodati... Il vero perno resta sempre lei, la Giustizia.

Che poi, non è neanche così. Non c'è (quasi mai) un puro e sincero interesse da parte dei governi a risolvere le problematiche che affliggono il servizio giustizia che lo Stato eroga ai cittadini. L'intento prioritario non è (quasi mai) quello di migliorare le prassi e i flussi, di abbreviarne i tempi e di rendere impossibili le furbizie, le scorciatoie o le pastoie che servono solo ad ingrassare la parcella degli studi legali. Non c'è (quasi mai) un intervento risolutivo e concreto per far sì che quello erogato non costituisca più un disservizio per i cittadini, trasformandosi, paradossalmente, in una vera e propria ingiustizia.

L'interesse è sempre e solo uno, riconducibile, alla fine, alla ricerca di immunità, impunità o accomodamenti che possano allontanare quel 'Qualcuno' di turno dalle maglie della giustizia. Da Berlusconi in giù. E lo si vede nei movimenti e nelle strategie di questi giorni, quando il nodo è costituito dalla scelta dei presidenti delle commissioni Giustizia di Camera e Senato: nomi proposti e caldamente sponsorizzati dai contrapposti partiti (che, obtorto collo, sono alleati nella coalizione governativa) perchè considerati sinonimo di garanzia e di affidamento. Già, chissà di quale garanzia e affidamento...

E lo si vedrà, nel prosieguo, con la decisione sulle priorità del governo in materia, con le nomine al CSM, alla Corte di Cassazione (oggi, giorno in cui sono riuniti in camera di consiglio i giudici del processo Mediaset per decidere la sentenza di appello sulla condanna di Berlusconi, che - guarda caso - ricorrerà proprio in Cassazione) e alla Corte Costituzionale, con la volontà o meno di mettere mano a certi provvedimenti piuttosto che ad altri. E poi il tema delle intercettazioni, della prescrizione, della recidiva, del falso in bilancio e degli aggiustamenti alla recente legge sulla corruzione... Insomma, niente di nuovo sotto il sole.

Alla Giustizia, intanto, è stato messo il ministro che - come insegna l'esperienza al Viminale - più di ogni altro ha saputo dire pane al pane e vino al vino, con sincera schiettezza e naturale determinazione. Riuscirà l'Annamaria...

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