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martedì 4 dicembre 2012

Racconto breve: A 10 SECONDI DALLA FINE - © di Marcus

Uno non lo sa quand'è che sta per arrivare la sua ora. Voglio dire, almeno non lo sa in condizioni normali. Non è certo qualcosa che non possa venire in mente se ci si ritrova sdraiati sull'asfalto duro e grigio mentre le ruote di un camion stanno disegnando una nuova fantasia di quadrettoni e fango sul davanti del nostro giaccone. Per non dire di chi, pur seduto al suo posto con tanto di cintura ben allacciata, col vento gelido che gli sferza il volto, gli occhi ridotti a una fessura sottile sottile e il fischio del reattore che gli spappola i timpani, osserva incredulo lo squarcio nella fusoliera e, di là da quello, l'inarrestabile corsa di tutta la Terra verso di lui... Sì, direi che è molto probabile che in situazioni del genere si possa avere la lungimiranza necessaria a supporre che... "Beh, forse è finita".

Ma quando nulla ce lo lascia pensare? Come immaginare che dal bussolotto sta per uscire la pallina col nostro nome?

Davvero è un pensiero che non vi capita mai di fare? Io ci penso spesso, anche adesso che sono in treno e sto tornando a casa dal lavoro. Un pensiero su quell'ultimo ma fondamentale pezzetto di informazione riguardo al mistero della Vita, che la Morte, sogghignando, spesso nega ai più. Quell'accadimento fatale che può coglierci assolutamente impreparati nonostante le mille ed una accortezze che fin da piccoli siamo stati abituati a mettere in campo e per le quali, agli occhi di amici e parenti, veniamo etichettati come... "ESAGERAAATOOO!!!". Non c'è un perchè nè un percome: quando quel momento arriva, questa cosa si limita ad accadere. Punto [dissolvenza] e... FINE.

E allora ogni tanto mi interrogo: chissà cosa pensa, cosa vede una persona che non sa che di lì a pochi momenti non sarà più in grado nè di vedere nè di pensare? Una domanda assurda e pure un po' banale. O forse soltanto la riflessione curiosamente amara di chi sa che, prima o poi, sarà lui a non poterlo più raccontare.

Come la storia di quel mio amico cacciatore... Quel Mario che lavora in banca, una moglie e due figli ancora piccoli, lui Mr. Biberon e lei Miss Modella-Dopodomani; che l'ultimo sabato del mese si alza all'alba e nel silenzio del prefestivo premattutino si ritrova con i suoi due amici, stesso zaino, stesso fucile, un'unica auto, direzione bosco fuori città. Quel Mario che con Gianni e Alberto si inoltra per lo sterrato che conduce all'interno della macchia e che, alla solita radura, fissata l'ora del rendez vouz, prende il proprio sentiero a passo deciso: in quella fredda mattina di settembre, umida e lattiginosa, sono solo loro tre e forse qualche solitario cercatore di funghi ad aggirarsi per gli alberi e le fronde, gli sguardi attenti nel silenzio, a penetrare la nebbia che li avvolge. Quel Mario che non vuole correre rischi, tanto meno quelli dovuti a stupide dimenticanze (come l'ultima volta, vero?) e che per fugare definitivamente il dubbio di aver silenziato la suoneria dello smartphone si ferma, si accovaccia, fruga nella tasca all'altezza del ginocchio e tira fuori la piccola tavoletta nera. Un tocco e quella subito gli illumina la faccia mostrando i due mostriciattoli arrampicati a Linda, in quel buffissimo abbraccio di ieri sera in pizzeria ("Fermi, FERMI!... Che così è stupenda!"). Mario non è ancora andato con il dito all'icona della modalità silenziosa: è rimasto a guardare quella foto che solo poche ore prima aveva impostato come schermata della home e che, proprio perchè nuova, è riuscita a sorprenderlo per qualche istante. Eheheh! Non è ancora abituato a ritrovarsela sul desktop... E quel clic Mario non lo farà più, perchè nei pochi istanti che il proiettile impiega a lasciare il fucile e a raggiungerlo per squarciargli l'addome i suoi occhi sono ancora fermi su quei tre sorrisi. Meno tre... due... uno... ... ... ... Punto [dissolvenza] e... FINE. Per l'appunto!

E che dire di Fabio, il pensionato... Quel Fabio che vive da solo da quando la sua Eva lo ha lasciato. Sono passati più di cinque anni ormai: "un male incurabile", sentenziò il medico scuotendo la testa e gettando un sospiro che chiuse a doppia mandata la porta alla speranza. Altro che male... Fabio non era un medico, ma neanche uno stupido. E sapeva come stavano le cose: erano state le troppe sigarette a 'fumarsi' sua moglie. Quelle e i quasi due anni di stenti e sevizie (di ogni tipo...) passati in un campo di concentramento tedesco quando lei era poco più che ventenne. Cosa che, forse più di ogni altra, rendeva verosimile quell'aggettivo 'incurabile'... Quel Fabio che, prima di incamminarsi verso l'ufficio postale vicino casa come ogni primo del mese, ha appena finito di parlare con sua figlia al telefono dalla Spagna, come ogni lunedì mattina; l'ha tranquillizzata, come ogni volta: "Non ti preoccupare. Sì, stai tranquilla: ritiro la pensione, compro due cosette e torno subito a casa". Quel Fabio che appena uscito dal portone non sente le urla cadenzate e poi gli slogan in lontananza, ma che, svoltato l'angolo, nota subito, poco distanti, due auto della polizia ferme di traverso a sbarrare la strada. Alle sue spalle, ora, grida e ululati li avverte pure il suo udito malandato e si avvicinano. La Posta, d'altronde, è nella direzione opposta, oltre quelle macchine davanti a sè, in fondo alla via, e lui deve andarci perchè è rimasto senza soldi. Così scende dal marciapiede e si avvicina alle vetture: i poliziotti sono al di là di quelle ma lì vicino, e lui vuole chiedere, vuole informarsi, vuole essere rassicurato... E' giunto in prossimità dello sportello anteriore di una delle due e sta per passare in mezzo ad esse, quando con la coda dell'occhio vede riflesse nel finestrino le sagome di tre persone incappucciate che corrono e lanciano qualcosa. Gli pare subito di notare un che di strano: uno sembra riflettersi più degli altri sul vetro... è più netto... luminoso... Poi l'esplosione della molotov travolge Fabio e lo accende. E lui si spegne per sempre. Punto [dissolvenza] e... FINE. Anche qui...

Seduta davanti a me, la ragazza solleva un attimo lo sguardo dal libro. Il nero dei suoi capelli incornicia due occhi color cobalto (o è forse quell'azzurro intenso ad impreziosire la morbida chioma corvina?), i tratti delicati e così poco truccati: non bellissima e tuttavia perfettamente a proprio agio con sé stessa. Consapevole, direi, del proprio posto in questo mondo. Non certamente cosa da poco di questi tempi... Volge per un po' lo sguardo fuori dal finestrino, poi riabbassa gli occhi e riprende il filo della storia. Non attira molta curiosità su di sé, come capita spesso su un treno di pendolari, dove per lo più si dorme, si legge o ci si allontana a bordo di un paio di cuffiette. E' il mio sguardo, invece, che sfruttando la vicinanza fra i sedili dello scompartimento rimane catturato da quel cobalto così intenso. Ora é lei ad alzare gli occhi su di me e ad inquadrare il mio viso. Sarà pure stupido da parte mia, ma sento il mio cuore battere più veloce... Chissà cosa avrà trovato di interessante per essersi soffermata un attimo di più, sostenendo la tensione dei miei occhi nei suoi un istante più dell'ordinario... THUMP-THUMP... superando la soglia invisibile (ma ben nota a tutti!) che separa l'indifferenza dal generico interesse. THUMP-THUMP... Non è certamente un volto che cattura gli sguardi il mio: e non sono io a dirlo, è lo specchio ad urlarmelo in faccia ogni mattina... THUMP-THUMP-THUMP-THUMP... ma anche la mia storia personale, il fatto di vivere ancora solo... Insomma... THUMP-THUMP-THUMP-THUMP-THUMP...  Non posso certo negare che quegli occhi posati su di me non siano stati... THUMP-THUMP-THUMP-THUMP-THUMP-THUMP-THUMP... più che gradit... AH, CAZ....OOO...! THUMP-THUMP-THUMP-THUMP-THUMP-THUMP-THUMP-THUMP-THUM... NO, NOO...OOO...! THUMP-THUMP-THUMP-THUMP-THUMP... GH... HH... ... ... ...

[dissolvenza]

FINE

6 commenti:

  1. Capita anche a me di pensare a quel momento: un attimo prima pensi al domani un attimo dopo sei a prendere un lavazza con San Pietro...
    Mi capita di pensarci quando la cronaca nera sfonda prepotentemente lo spazio che leggo o l'aria che ascolto...
    E mi capita di pensare a quelle vite spezzate, tante, troppe che lasciano questo mondo terreno.
    Staranno davvero bene, dopo?
    Un caro amico circa un mese fa ha perso la stessa battaglia della tua Eva, chissà se ora, lui amante del mare, veleggia sopra le nuvole, o ha chiuso gli occhi e basta.
    Chissà cosa si sente in quell'attimo, se è davvero come dice Gandalf a Pipino....
    Sarebbe bello fosse così: "bianche sponde, e al di là di queste un verde paesaggio sotto una lesta aurora"...

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    1. Come capita al nostro eroe del racconto, non necessariamente deve finire con modalità da cronaca nera...
      Piacerebbe anche a me, cara Debby, credere alle convinzioni di Gandalf: lo dico sinceramente; laicamente, ma sinceramente. D'altronde, a chi non piacerebbe?
      E riguardo all'immagine poetica che hai ricordato citando Tolkien, riporto qui il mio commento con il quale ti rispondevo altrove. E mentre con queste parole cerca di addolcire Pipino sulla certa e funesta sorte che li attende in battaglia, Gandalf vive un attimo di cedimento in cui - ma solo per un istante - accarezza l'ipotesi di scrollarsi di dosso tutta quella responsabilità per andare lui stesso incontro a quelle bianche sponde. E' un attimo che ricorda tragicamente la frase che il Vangelo attribuisce a Gesù nel Getsemani, quando per un attimo cede anch'egli e chiede al Padre di allontanare da lui quel calice, ma subito dopo aggiunge "ma sia fatta la tua e non la mia volontà".

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  2. Perché comunque tu lo concepisca, si riconduce tutto alla Sua volontà, che sia tragica o meno, sempre di ciò si parla... Secondo me...

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  3. dici racconto breve...come forse mi appare la vita se penso che possa terminare tra pochi secondi, troppo breve, brevissima. E quante volte chi ha già varcato la soglia avrebbe desiderato 10 secondi in più ma anche 1 solo.
    A meno che...a meno che...invece che la Sua volontà non intervenga la Mia volontà a fermare la Giostra.
    Allora la bianca prateria diventa una scelta.
    Comunque il racconto è coinvolgente e costringe a pensare. Ferocemente.
    Lo spammo ovunque :-)

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    1. Finchè continuiamo a pensare la vita come qualcosa di troppo breve, vuol dire che siamo ancora sulla Via dell'equilibrio. Inizio a preoccuparmi quando sento qualcuno dire di non poterne più. [Solo per Qualcuno, però, mi preoccupo... mica per tutti! ;) ]
      Quelli che decidono di scendere dalla Giostra, appunto, decidono: decisione loro, responsabilità loro. Anche se mi permetto di aggiungere che i ca**i che ne seguono non sono (PIU') i loro, ma restano come cetrioli nel c**o di chi è loro vicino.

      Per il resto... spamma pure ovunque. Come fosse Nutella!

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