Racconto breve: REQUIEM - © di Marcus

Non era ancora pronto quando accadde. Di solito non lo è quasi nessuno: d'altronde, se forse si escludono quanti dal destino hanno ricevuto più che valide ragioni per voler smettere di tirar dentro anche soltanto un altro fottutissimo respiro o chi queste ragioni se l'è andate a cercare con tutte le proprie forze, come si può essere pronti ad affrontare la morte?

Tra l'altro Marco aveva ancora tante cose da fare: tanto da portare a termine, molto da perfezionare, altro ancora da realizzare. E non solo per sé. Ma non esiste sveglia che ti avvisi quando è arrivato il momento per questo o per quello o che magari sappia dettare i tempi giusti della vita. E comunque, se anche esistesse, a Marco non ne era mai stata svelata l'esistenza.

Così, non erano poche le melodie ancora incomplete del suo spartito. Ad esempio, non lo erano di certo quelle suonate insieme ai suoi. Sua moglie sempre troppo presa dai mille rivoli in cui si disperdeva il fiume di problematiche della sua famiglia. D'altronde, lei aveva da tempo accettato di caricarsene sulle spalle la responsabilità e su questo non era disposta nè a sconti né a passi indietro: lo aveva ribadito più volte a suo marito, anche a brutto muso. Amava profondamente il suo Marco e nulla la faceva sentire più felice dei momenti vissuti insieme, tanto quelli dell'intimità quanto quelli frutto della routine quotidiana. Ma in questa vita era andata così, ormai: "Chissà, forse nella prossima...".

Ma per essercene una prossima, di vita, occorre prima di tutto crederci: con tutto te stesso, con tutte le tue forze, al di là di ogni possibile ragionamento e di ogni improbabile ragionevolezza. E forse non basta neanche questo. Perchè nessuno lo sa con certezza, nessuno ha varcato la soglia ed è tornato indietro per svelare al mondo intero il mistero più grande. E perchè, soprattutto... se non c'è niente, non c'è niente davvero. Punto. E basta.

Il suo ragazzo, invece, stava crescendo. Tanta voglia di giocare, molta meno di studiare: come tanti figli, insomma. Ma con un affetto, un trasporto, un attaccamento alla sua mamma e al suo papà che non conoscevano disagi nel mostrarsi. Anche troppo, a giudicare dalle volte in cui i suoi genitori dovevano staccarsi di dosso i tentacoli appiccicosamente amorevoli di quel polpo con i baffetti. Lui era ormai diventato una sorta di perticone che giocava ancora ad infilarsi nel letto dei suoi la domenica mattina e che ancora avrebbe voluto godersi dosi di coccole infantili ormai fuori tempo massimo. Di lì a pochi mesi avrebbe iniziato la scuola superiore e sarebbe stato chiamato a cimentarsi con le prime difficoltà del crescere, ben diverse dall'impossibilità di mettere la mani sull'ennesima novità per la Xbox, dal reclamare il secondo piattone di penne al tonno o dall'opporsi con tutte le sue forze dal dover partecipare all'ennesima spesa al supermercato.

Quanta strada da fare ancora insieme, loro tre, nel bello e nel brutto. E invece, Qualcuno o Qualcosa aveva deciso di dire la sua. Questo cazzo di Q aveva improvvisamente deciso di fischiare, mostrato il cartellino rosso ("Arbitro, ma che ho fatto?!") e un uomo - un qualunque q - era stato espulso. Lasciando la sua squadra in inferiorità numerica per il resto della partita. O meglio: per il resto della loro vita.

Anche qui: punto. E a capo, se ci riesci!

Marco era stato strappato alla sua vita in una fredda mattina di febbraio. Anzi, per dirla tutta, ne fu scaraventato via. Ma le modalità che quel cazzone di Q scelse per intervenire, per quanto assai colorite, costituiscono un dettaglio non significativo ai fini della nostra storia. Per cui non starò qui a soffermarmi su particolari cruenti e dolorosi: questa è una storia gioiosa e non triste.

E, appunto, non era per nulla pronto a mollare tutto, vita compresa. Non così all'improvviso almeno. Ci aveva pensato, è chiaro: chi può dire di non averlo mai fatto nel corso della propria vita? Il pensiero della morte prima o poi arriva, stringe il cuore dell'uomo, lo costringe a fermarsi, ad affrontare la sua più grande paura. Marco non si era sottratto all'idea, ma non nutriva particolari aspettative. Abbandonati i retaggi di una formazione culturale fondamentalmente cattolica, si era da tempo convinto che al momento decisivo tutto si sarebbe concluso, sarebbe finito e basta. Quando costretto dalla curiosità altrui, esternava questa sua convinzione evocando l'immagine del puntino luminoso che, come nelle tv di una volta, si faceva sempre più piccolo fino a sparire nell'oscurità dello schermo che si spegneva. Sorrideva quando ne parlava a sua moglie... D'altronde, lei era un'integralista della reincarnazione e la storia del puntino era lontana anni luce da ciò in cui lei credeva convintamente. Per lui, invece, era la soluzione finale, quella che, nel bene o nel male, gli risparmiava anni di domande e incertezze sull'esito ultimo.

Per questo, affrontando l'idea della morte, Marco non era solito soffermarsi più di tanto sulla paura di ciò che avrebbe o non avrebbe trovato oltre quella soglia. Il suo chiodo fisso era un altro e riguardava chi restava: a costoro, davvero la morte strappava per sempre qualcosa. E questo pensiero lo tormentava più di ogni altro.

Nelle poche occasioni in cui non aveva potutto sottrarsi dal partecipare a un funerale, l'immagine del dolore e della disperazione scolpita sui volti di parenti e amici gli era risultata insopportabile. Per non dire, poi, delle parole, dei toni e della cupa scenografia che la ritualità religiosa prevede in occasione dell'estremo saluto a chi (a cosa?) non c'è più. Ma che diamine! Quando sei morto, sei morto, è vero; ma se un miracolo potesse riaccendere anche soltanto un'infinitesimale briciola di coscienza per consentirti di dare un'occhiata a cosa avviene intorno al tuo corpo, alla tua bara o alla tua tomba... Questo sì che sarebbe davvero l'inferno!

"Altro che fiamme e tormenti!", pensava. Quale tormento può essere più orribile che vedere moglie e figlio disperati, genitori sconvolti, parenti e amici anch'essi sconvolti... Senza poter dare loro un segno, una carezza, una parola di conforto... Senza poter spiegare che tutto quel dolore è assurdo e inutile, che il legame non si interrompe con la scomparsa di un corpo, che il concetto di 'insieme' va al di là della presenza e ben oltre i confini del tempo... Così, la sua mente analitica, abituata a schematizzare e a categorizzare tutto, si mise all'opera. Pensò che da sempre la morte spinge gli uomini a rifuggiarsi agli estremi della loro visione del mondo: da una parte quanti trovavano risposte e conforto nella fede più incrollabile; dall'altra, coloro che finivano per abbracciare il niente più assoluto. Gli uni e gli altri arroccati alla propria convinzione, ma entrambi accomunati dalla volontà di togliersi davanti agli occhi della mente l'immagine oscura, martellante e corrosiva della morte. "E questi sono i più fortunati", scherzava beffardamente Marco pensando a quanti rimanevano in mezzo al logorante oceano del dubbio.

Lui non aveva fatto fatica a posizionarsi. Tuttavia, se era ben conscio che questo pensiero rappresentava una sua personale via di fuga, era altrettanto consapevole che quando fosse suonata la sua ora non sarebbe stato così per tutti, almeno per quelli che lo avevano amato e conosciuto. Ed era vero: il momento dell'ultimo saluto è soltanto tristezza, a volte pura disperazione; il pensiero dorato di quanto vissuto insieme viene inevitabilmente schiacciato dalla nera sensazione di assenza; l'ansia e gli affanni prendono il sopravvento e noi perdiamo determinazione, rimaniamo confusi, come una barchetta in balia della tempesta.

Marco non voleva che accadesse tutto ciò. Non voleva assolutamente. E forse fu proprio a questo punto, al momento di decidere da che parte stare nel discorso morte, che l'idea iniziò a farsi largo nella sua mente. Aveva voglia di convincere tutti che in quel momento avrebbe dovuto prevalere il pensiero di quanto gioiosamente condiviso e non il senso dell'abbandono. Lui non era spaventato all'idea di morire perchè, come fan del 'puntino', sapeva che dopo non sarebbe accaduto nulla: "E il nulla non può far male, no?". Quindi perchè temere? E voleva anche spiegare ai crociati della fede, che proprio in ragione della loro fede sarebbe stato assurdo non festeggiare il momento del passaggio ad una condizione migliore. A tutti loro, indipendentemente dalle convinzioni di ciascuno, Marco avrebbe voluto che rimanesse in bocca il sapore dei bei momenti passati insieme: e ce n'erano tanti, con sua moglie e suo figlio, con la sua famiglia, con gli amici più vicini, con i colleghi del lavoro, con tanti semplici conoscenti. E quindi, tanti ne avrebbero avuti ognuno di loro. Una festa di ricordi belli e intensi, di attimi trascorsi con la vita addosso: piccoli mattoni di una costruzione più grande, di una vita che ha meritato di essere vissuta tutti insieme. E di essere ricordata tutta insieme...

Difficile da spiegare meglio per il povero Marco... Chissà quanti avrebbero capito quando sarebbe arrivato il momento... Chissà...

Poi il momento arrivò. E lui, ovviamente, fu l'unico a non sapere come andò a finire al suo funerale.

Commenti

  1. Risposte
    1. Va bene, va bene... Torno a scrivere di politica! ;-)

      Elimina
  2. Gianluigi20/4/12 20:56

    Ci sarebbero tante cose da dire... MA nell'aldilà di tempo ce n'è tanto. ;) perché preoccuparti di chi resta? come diceva iannacci, chissà se la gente piange davvero... Magari la tua dipartita provoca gioia... O peggio: assoluta indifferenza. C'è molta differenza se quel puntino bianco si spegne durante la finale dei mondiali di calcio, durante una noiosissima seduta di forum o mentre tutti sono intenti a fare altro nelle altre stanze della casa. Come ho premesso, ci sarebbe tanto di cui parlare... Comunque solo la mia vulnerabile condizione di essere umano fa si che io sia triste per la morte di marco. La mia anima inconsciamente gioisce, quasi invidiosa, della tua fortunata condizione. Ti voglio bene

    RispondiElimina
    Risposte
    1. E' vero, ci sarebbero proprio tante cose da dire. Ma a volte basta quello che si sente. Come in questo caso.
      Ho scritto un racconto e ho ricevuto, finora, bellissime parole in cambio, tra qui e FB...
      Grazie, amico mio! :-)

      Elimina
  3. Ho deciso.. Mi preoccupo, così non mi sbaglio....

    RispondiElimina
    Risposte
    1. E perchè mai, amica mia? Al di là dello scherzo che mi ha giocato il cell, di cui ti ho già detto in prv, si tratta soltanto di un racconto. L'ho personalizzato col mio nome, ma se avesse narrato di un Carlo qualsiasi o di un Francesco... non sarebbe stata la stessa cosa? Almeno così non ho messo a disagio nessun altro...

      E comunque, guarda caso, io la penso proprio come... Marco! ;-)

      Elimina
  4. Bellissimo. Così tanto che l'ho condiviso con tutti su twitter. Mi ricorda l'ultimo Zafon che sto leggendo. Dolceamaro, come la vita, come la sua fine...

    RispondiElimina
    Risposte
    1. La smettete tutti quanti di continuare a tirarmi verso twitter...? ;-)

      Altre belle parole. Dette da chi sta ultimando il suo secondo romanzo e rilascia interviste tv nelle rubriche letterarie... Fanno un certo effetto! Wow!

      PS: ho superato il punto in cui il destino ha fatto incontrare (e piaciere) i due ragazzi. Ora lei è in fuga e lui prenderà la via Francigena... ;-)

      Elimina
  5. Marcus..no, resisti a twitter, ti prego!!
    Allora com'è andata la festa? Ieri da me c'era un mare favoloso e ho fatto delle grandi belle foto!!
    Il 26 si avvicina, mio caro proprietario terriero!!
    Spero che Roma mi accolga con tanto sole e tanto caldo!!

    RispondiElimina

Posta un commento