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martedì 31 maggio 2011

E ora una Sinistra che sia di sinistra!


E' vero. Questo voto amministrativo ha rappresentato uno schiaffo al premier e alla sua politica del voto a rendere, una sonora bocciatura sia dell'uomo che del politico Berlusconi. Gli italiani, almeno la gran parte di coloro che sono stati chiamati ad esprimersi ai seggi, hanno inviato un messaggio chiaro e forte a chi per tanto tempo ha approfittato, come mai si era visto in passato, della loro superficialità, della loro svogliatezza, della loro interessata benevolenza, della loro disponibilità al compromesso di scambio. Hanno detto basta e lo hanno gridato con tutte le loro forze. Basta con il modello Silvio Berlusconi: con il modo d'essere e di agire che fin qui lo ha contraddistinto, tanto nella vita privata quanto in quella pubblica; con una politica fatta di parole vuote, promesse infinite ed esagerate, mistificazioni anch'esse esagerate; con un esempio di condotta che saputo unire al malcostume tipico degli italiani in genere, cioè quello di farsi unicamente gli affari propri, una arroganza senza limiti di vergogna frutto di un ego altrettanto sconfinato.

Credo che questo esito elettorale costituirà per Berlusconi l'inizio di una rapida parabola discendente: difficilmente l'uomo potrà sottrarsi infatti ad un declino che, prima ancora che per le sue pendenze giudiziarie, è iniziato con la fuga di tanti suoi sodali, ciechi/sordi/muti fin quando il loro leader ha goduto dell'appoggio incondizionato del popolo, ma che ora, capita l'antifona, hanno iniziato più o meno rumorosamente ad abbandonare la nave che affonda.

Tuttavia, seppure tutto questo appaia ormai evidente anche agli occhi dei più irriducibili fra i peones del Cavaliere, non si può non ammettere che il significato di queste amministrative rimane quello di un voto di protesta. Una protesta forte, decisa, sincera, ma pur sempre una protesta. Un coro che ha saputo farsi pressocchè unanime e unito nel rifiuto di una persona e di un modello (pseudo)politico, ma che lascia del tutto irrisolto il nodo di una sinistra che non c'è. O meglio, che c'è, ma frammentata in tante e multiformi aggregazioni, difficilmente compatibili fra loro e, come nel caso del maggiore partito di riferimento, anche al loro stesso interno. E questo, come al solito, rende impossible la mission di cementare un'alleanza per guidare il Paese, incapacità che ha permesso a Berlusconi di governare per più di otto degli ultimi dieci anni e che, soprattutto, ha saputo esprimere più un'armata brancaleone che una vera e propria maggioranza di governo.

E nonostante le appassionate parole di Nicky Vendola (ieri dal palco milanese di piazza Duomo ha parlato da vero e proprio vincitore morale di questo confronto elettorale) che ha incitato a darsi da fare fin da subito per preparare l'appuntamento delle prossime politiche e finalmente "liberare l'Italia", nonostante gli slogan di Bersani sul vento che cambia e gli entusiasmi trionfalistici di Di Pietro per l'affermazione a Napoli, resta tuttavia pesante come un macigno la spada di Damocle di una sinistra tutt'altro che compatta, tutt'altro che pronta a trovare un'intesa valida di qui al prossimo voto politico. Lo dimostrano le divisioni in politica estera ed economica, gli sbandamenti pro e contro le aggregazioni di centro da avvicinare secondo alcuni o da respingere secondo altri, le lotte per la formazione delle liste e gli apparentamenti, per non dire della scelta della leadership pur in presenza del gioco delle primarie.

Insomma, se è vero che la sinistra antiberlusconiana è fatta, quella di governo è tutta da pensare, prima ancora che da costruire. E chissà se da qui alla data delle prossime elezioni politiche (alle brutte, quelle della naturale scadenza della attuale legislatura, nel 2013) questo piccolo miracolo riuscirà a compiersi? Magari favorito dai referendum del 12 e 13 giugno prossimi... Ma, nonostante le apparenze, non c'è da essere molto ottimisti:

PD: BERSANI, PER QUALE DIAVOLO RAGIONE DOVREMMO CHIUDERE A TERZO POLO?
(ASCA) - Roma, 31 mag - ''Pd e Terzo Polo si sono presentati
alle elezioni in mo0do aperto, direi costituzionale. Se il
primo dato e' la riscossa civica per andare oltre Berlusconi
non vedo per quale diavolo di ragione iPd e il centrosinistra
dovrebbero tirare su delle paratie''.
Lo ha affermato il segretario del Pd Pier Luigi Bersani
intervistto da Repubblica Tv.
''Se gli elettori del Terzo polo hanno votato per i
candidati di centrosinistra -ha detto Bersani -, ci sara' un
motivo. Ha qualcosa a che fare col fatto che Pd e
centrosinistra si sono presentati in modo aperto e
costituzionale a fronte del populismo di Berlusconi. Se noi,
come ritengo, abbiamo davanti un'esigenza ricostruttiva, io
non vedo per quale diavolo di ragione il centrosinistra debba
tirar su delle paratie. Tenendo aperto questo canale sono
convinto che dove non arrivano le forze politiche, arrivano i
cittadini''.
min/
311546 MAG 11

PD: BERSANI, PRIMA PROGETTO, ALLEANZA E POI PRIMARIE
(ANSA) - ROMA, 31 MAG - ''Il percorso e' sempre lo stesso:
prima il progetto con il pacchetto di 10 riforme, poi vedere chi
ci sta e quindi chi ci sta decide se fare o meno le primarie. E
quando si fanno le primarie, chi vince va bene''. Cosi' il
segretario del Pd Pier Luigi Bersani risponde, a Rep tv, a chi,
come Nichi Vendola, chiede di accelerare sulle primarie del
centrosinistra per la scelta del candidato premier.
''Io sono convinto - afferma Bersani - che chi vota alle
primarie sa fare le proprie valutazioni. Credo che dobbiamo aver
fiducia che la gente scelga per il meglio''. Quanto alla scelta
dei candidati alle amministrative con le primarie, il leader Pd
evidenzia che ''in tante situazioni ci hanno fatto un bene
dell'anima ma in alcuni casi non hanno funzionato e quindi
primarie sicuramente ma non come automatismo''.
FEL
31-MAG-11 16:21

giovedì 19 maggio 2011

Racconto breve: LA MINACCIA VERDE - © di Marcus

Salgo sul solito scompartimento del solito treno della sera. La direzione è quella di casa e fuori le tenebre hanno ormai la meglio sugli ultimi tentativi di resistenza del giorno. Mi siedo al solito posto: di fronte a me, in diagonale rispetto al mio sedile, una busta di plastica verde. Una come tante, di quelle che danno nei negozi di scarpe, capiente giusto giusto per la misura della scatola. E infatti, al suo interno, si intravede la rigida, cartonosa presenza di quella che sembra essere proprio una scatola di scarpe.

E' messa un po' per sbieco rispetto al sedile, leggermente inclinata, quasi appoggiata allo schienale di tessuto azzurro. Mi guardo intorno per capire se possa appartenere a qualcuno seduto nella quaterna di posti che il corridoio centrale separa dalla mia. Niente. Mi viene da pensare che da un momento all'altro arriverà qualcuno trafelato a riprendere la busta dimenticata. Niente. Cerco un sorriso accondiscendente che, sollevando le palpebre al cielo, mi spieghi muto che il solito furbo sta occupando un posto per l'amico o l'amica che salirà a bordo in una delle stazioni successive. Niente.

Il tempo passa e la busta continua a rimanere lì. Orfana o dimenticata, chissà. Ma ancora lì. Il treno fa una nuova fermata: sale altra gente e una signora, in cerca di un posto libero, fa per fermarsi. Guarda la busta verde e poi, dopo una breve esitazione, decide di non fidarsi e tira diritto. Poco dopo, un'altra donna, dagli inconfondibili tratti stranieri, si sofferma vicino al sedile affianco alla busta verde. Il posto è libero, il treno è affollato e lei non ha alcuna intenzione di fare il viaggio in piedi. Quindi si siede. Una nuova, rapida occhiata alla busta verde, una altrettanto veloce a me e poi, di fronte alla mia mancata assunzione di paternità, il suo sguardo si sposta sul paesaggio oltre il finestrino. Non c'è molto interesse in lei per quell'oggetto che più di qualche premura e un po' di ansia ha già creato fra alcuni passeggeri per il solo fatto di essere stato... lasciato?... dimenticato?... là.

Sarà che da sempre viviamo di paure di cui il più delle volte non siamo consapevoli e che nella maggior parte dei casi, dopo essersi avidamente nutrite di noi, si rivelano del tutto ingiustificate. Sarà che negli ultimi tempi ci hanno fatto un gran bel lavaggio del cervello col rischio terrorismo, attentati, bombe e sanguinolenze del genere. Sarà che qualche rischio di questi si è poi trasformato (ahinoi) in una devastante realtà... Sia come sia, quella inquietante cosa verde è ancora lì, apparentemente inerte, su quel sedile.

Il treno ha ormai fatto altre due o tre fermate e nessuno l'ha rivendicata o è tornata a prenderla. E nonostante il suo colore verde, non è cosa che riesca a incutere speranza. L'insinuante idea che possa anche trattarsi di un ordigno (non hanno fatto fuori Osama bin Laden giusto la scorsa settimana?) bussa con sempre maggiore insistenza e si fa più pressante, nonostante le massicce dosi di "ma dai..." e di "ma va là..." pompate per l'occasione da un istinto di razionalità fin qui accuratamente coltivato per anni e anni. Solo la donna dai tratti stranieri vicino a me sembra non essere in preda a timori o pensieri di questo tipo. Eppure anche lei ogni tanto si volta e, rapidamente, getta un'occhiata furtiva alla busta verde per poi tornare a contemplare il paesaggio oltre il finestrino.

Il tempo continua a scorrere e con lui corrono anche i pensieri: le redini sono state sciolte ormai e loro fuggono via, verso congetture lontanissime. Si affacciano così idee poco chiare, oltre che poco plausibili ("ora mi alzo e cambio carrozza, ma a che serve se l'esplosione sarebbe così devastante da far deragliare tutto il treno in corsa..."), pensieri assurdi ("chissà cosa si prova a venire trafitti da una scheggia metallica che, lanciata come un proiettile, ti trapassa tracimando e frullando carni ed ossa...") o al limite della follia ("ragazza, perchè non ti siedi vicino a me? ti fa paura forse la busta verde? non ti fidi a stare vicino a qualcosa che non conosci? ma non capisci che quando questa bomba esploderà farà a pezzi tutti quanti? e che la cosa non riguarderà solo me? povera piccola ingenua, guarda che le bombe non guardano in faccia a nessuno... non ci sono raccomandati qui!"). E via di questo passo.

Si va avanti così per una buona mezz'ora, un enorme lasso di tempo in cui un gruppo di uomini e donne del terzo millennio si trovano a dover fronteggiare una situazione di evidente disagio dovuta ad un oggetto da loro ben conosciuto nella vita quotidiana, ma lì, in quel vagone, così tanto minaccioso... Poi, improvvisamente, ma anche con quella assoluta naturalezza con la quale sovente si sciolgono davanti ai nostri occhi attoniti i nodi più intricati e le tensioni più grevi, dissipando in un attimo tutti i dubbi e i pensieri più foschi e le riscostruzioni più ardite che la mente possa aver richiamato da chissà quali oscure e ancestrali profondità dell'incoscio umano... ecco la donna dai tratti palesemente stranieri che si alza, raccogliendo in un unico, spontaneo quanto insignificante gesto la sua borsa nera e la busta verde. Eccola che ha già voltato le spalle a tutto e tutti. Eccola imboccare il corridoio fra i sedili e dirigersi verso le porte del vagone che, magicamente, si schiudono al suo passaggio. Eccola scendere dal treno alla sua destinazione, stringendo a sè, ben salda, la busta verde, per nulla intimorita dal suo misterioso contenuto. Eccola imboccare veloce i primi gradini del sottopassaggio: a ben vedere, c'è un sorriso disegnato sul suo volto...

martedì 3 maggio 2011

Bin Laden: Usa style e il mondo dice sempre sì

Se è vero che stai per mettere le mani sul tuo nemico pubblico numero uno, quello che tu dici ha inferto per la prima volta nella storia del tuo Paese un colpo micidiale alla tua nazione e al tuo popolo, quello che da dieci anni esatti ricerchi fra i deserti e le montagne dell'Afghanistan con immane spiegamento di forze e chiedendo l'aiuto dei Paesi alleati, la mossa mediaticamente migliore e vincente che tu possa fare è quella di volerlo mostrare agli occhi del mondo nelle tue mani, prigioniero, come un cacciatore che ha tanto inseguito e finalmente preso la sua preda, come uno sceriffo che si appresta a intascare la sua meritata taglia.

Se è vero che vuoi attestarti agli occhi del mondo come il paladino del bene che lotta e sconfigge le forze del male, che vuoi mostrare a tutti che sei in grado di fare giustizia dei terroristi e di disarticolare le loro organizzazioni, se è vero che vuoi che il mondo riconosca che alla fin fine, sebbene con grande impegno militare ed enorme spargimento di sangue, sei riuscito a portare a termine quanto ti eri prefisso scatenando la lotta al male, allora il tuo nemico devi mostrarlo in lungo e largo, da vivo o da morto che sia, per prenderti il merito derivante dalle tue azioni a favore della comunità internazionale e per fugare ogni dubbio su chi vuole scrivere la storia da vincitore.

Se è vero che Bin Laden è stato accusato dalla comunità occidentale di essere il mandante di tante stragi perpetrate in tutto il mondo (e dall'11 settembre 2001 ogni qualvolta c'è stato un fatto di sangue di tipo terroristico immediatamente è stato attribuito alla sua organizzazione e ai suoi seguaci), allora chi ti dà il diritto di ordinare un blitz con il compito di giustiziarlo dal momento che mezzo mondo lo reclama per avere giustizia? Io, Paese colpito da uno di questi atti di terrorismo, con alcuni dei miei cittadini uccisi e il mio territorio violato dalla barbarie di un pazzo, pretenderei assolutamente di poter processare e condannare Bin Laden per tali crimini. E nel momento in cui qualcuno mi impedisse di fare giustizia secondo le regole che sono alla base dello stato di diritto di ogni Paese democratico e civilizzato, reclamerei a gran voce per questo atto di prepotenza ingiustificata e per la negata giustizia che un Paese ha unilateralmente imposto ai danni di tutti gli altri suoi alleati.

Invece in questo caso il silenzio è di rigore. Nessuno che si azzardi ad alzare il tono della voce e a battere il pugno sul tavolo della scena internazionale per pretendere il rispetto delle proprie ragioni o per denunciare a tutto il mondo che qualcosa non va: che le regole del diritto sono state violate; che gli accordi grazie ai quali fino a ieri si combatteva in Afghanistan da alleati sono stati infranti; che l'operazione di polizia internazionale si è trasformata nella vendetta di uno Stato; che il principio di sovranità di ogni Stato a veder tutelate le proprie ragioni è saltato per scelta unilaterale di uno di essi.

Così, una regia molto sbrigativa ma altrettanto sfacciata nel dare o lasciar trapelare notizie, ci lascia con un blitz pensato per uccidere e non per catturare, con un cadavere mal e mai mostrato, con un esame del DNA che solo una nota Usa ci spiega trattarsi al 99,9% proprio di Bin Laden, con un corpo gettato senza tante spiegazioni nell'oceano, con un bunker divenuto immediatamente meta turistica virtuale su Google Maps e con le immagini delle scene di esultanza di massa a Ground Zero all'annuncio dell'uccisione del capo di al-Qaida. Le stesse, identiche, tristi immagini di esultanza presenti nei tg di tutto il mondo all'indomani degli attacchi alle Torri Gemelle e che, come occidentali, sentimmo di dover condannare e respingere come barbara e macabra celebrazione di una strage assurda.

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