Italia, fra venti di crisi e interessi occulti

Appare ormai del tutto evidente che sia in atto un piano, con l'accordo delle principali potenze mondiali e sotto la pressione di interessi che non sono sempre di carattere politico nè sempre così palesi, che punta a ricondurre l'Italia in uno scenario economico, finanziario e monetario più tranquillizzante ed al tempo stesso più in linea con gli appetiti dei Paesi della comunità internazionale che conta.

Non è un caso che nelle ultime ore si siano levate da più parti esortazioni tutte uguali, sfacciatamente identiche addirittura nelle parole e nei toni usati. Ha iniziato la Germania, per voce della sua cancelliera di ferro Angela Merkel: due giorni fa, in un incontro con i parlamentari del suo partito, avrebbe definito "estremamente fragile" la situazione di Italia e Grecia. E non è che si sia preoccupata di rettificare o quanto meno ammorbidire la sua dichiarazione, una volta che questa sia trapelata alle agenzie di stampa!

Ieri è stata la volta del governo spagnolo (da che pulpito!), per bocca del suo portavoce Josè Blanco, ad accusarci di creare sfiducia nei mercati: "Siamo molto preoccupati perchè alcuni paesi sono in una brutta situazione e non stanno rispettando i loro obiettivi: la Grecia e l'Italia, che si è rimangiata in pochi giorni il suo piano di aggiustamento".

E, per rendere ancora più evidente il tutto, a corollario di un'altra pesantissima giornata come quella di ieri per le Borse internazionali, è intervenuto da oltreoceano il Wall Street Journal, che così tuona dalla sua pagina dei commenti: "Atene e Roma tengono in ostaggio l'Europa", sostiene il quotidiano newyorchese, che parla di "gravi rischi per l'economia globale" legati ai calcoli politici nelle due capitali. La Grecia, scrive il Wsj, ha ''imparato che ogni volta che la crisi minaccia l'area euro l'Europa è costretta a rimangiarsi le promesse fatte e a soccorrerla con un nuovo salvataggio. L'Italia sembra fare lo stesso calcolo''.

La sensazione è che tutto questo tirare in ballo Italia e Grecia per metterli sotto i riflettori (quasi sul banco degli imputati!) della comunità internazionale non sia animato e messo in scena soltanto ai fini di una corretta politica finanziaria richiesta dall'Ue per tirarsi fuori dalla crisi. La sensazione è che sotto ci sia dell'altro. Non dimentichiamo che l'area del Mediterraneo su cui si affacciano e su cui i due Paesi in questione esercitano bene o male una forte influenza (anche solo geograficamente parlando) ha subito l'improvviso quanto anomalo incendio della rivolta sociale, che ha portato al rovesciamento violento dei regimi in carica in molti Stati dell'Africa del Nord. Tale situazione ha riacceso gli appetiti, mai sopiti, di nazioni da sempre avvezze allo spirito colonialistico. E questo sempre che non si vogliano considerare le obiezioni di chi (e non sono pochi) da più parti sostiene che le ribellioni in nordafrica siano frutto di precise strategie pianificate a tavolino!
La pulce nell’orecchio l’aveva messa Jean-Paul Pougala, imprenditore italiano di origine camerunese, scrittore e professore di sociologia a Ginevra, attivista democratico, in un’analisi in lingua francese, datata 28 marzo 2011, intitolata “Le vere ragioni della guerra in Libia”. Dietro l’intervento armato della NATO, fortissimamente voluto dal presidente Sarkozy, non c’erano ragioni umanitarie ma calcoli politici e soprattutto economici: bisognava fermare Gheddafi perché stava contribuendo a suon di miliardi ad alcuni progetti che avrebbero consentito all’Africa di liberarsi, almeno un poco, dell’ingerenza occidentale e delle catene costituite dai debiti contratti con le organizzazioni internazionali. Gheddafi era uno dei finanziatori di tre grandi progetti economico-politici lanciati alla fine del 2010: la Banca africana di investimento, con sede a Sirte in Libia; il Fondo Monetario africano (con capitale iniziale di 42 miliardi di dollari), con sede a Yaoundè in Camerun; la Banca Centrale africana, con sede ad Abuja in Nigeria, primo passo per la creazione di una moneta unica capace di scalzare il Franco CFA (cioè dei paesi dell’Africa francofona), valuta ora controllata da Parigi. L’articolo di Pougala, documentato e credibile, ha fatto subito il giro della Rete rimbalzando su blog, siti di informazione alternativa, riviste online come Nigrizia, agenzie di stampa (non quelle più quotate) e generando un grande dibattito. Gheddafi benefattore? Questa notizia potrebbe far sobbalzare. No, Gheddafi resta il sanguinario tiranno che è. Ma anche date, fatti e numeri restano.

Lo scorso dicembre si sono riuniti a Yaoundè, capitale del Camerun, i ministri delle finanze africani per gettare le basi del Fondo Monetario africano, che “avrà il compito di rendere autonomo finanziariamente il continente, promuovendo crescita e sviluppo commerciale”, come descritto dall’analista del Sole24ore Riccardo Barlaam. Il capitale raccolto dalle donazioni degli Stati africani ammontava a 42 miliardi di dollari così suddivisi: 14,8 dall’Algeria; 9 dalla Libia (i due paesi coprono il 65 % del capitale); 5 dalla Nigeria; 3 rispettivamente dall’Egitto e dal Sudafrica. A fine gennaio un vertice dei capi di Stato e di governo dell’Unione Africana avevano dato il via definitivo al progetto. Ora i 9 miliardi libici sono svaniti. Meglio fanno parte di quei 37 miliardi di dollari di Gheddafi “congelati” dai soli Stati Uniti (il Wall Street Journal parla di altri 20 dall’Inghilterra e 10 dalla Germania; l’amministratore delegato dell’Eni Scaroni dice che i miliardi sono 140; altre fonti addirittura di 165) e che adesso dovrebbero essere girati ai nuovi padroni di Tripoli. Che cosa ne faranno? Intanto i primi soldi restituiti serviranno per pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici e poi per cominciare la ricostruzione, partendo dalle infrastrutture petrolifere. I fondi scongelati dopo la conferenza sulla Libia, tenutasi a Parigi nei giorni scorsi, ammontano a 14 miliardi di dollari che ovviamente saranno impiegati per riaccendere la pompe del gas e del petrolio. L’FMA può attendere. Anche perché, secondo quanto riportato da tutti i siti economici internazionali e posto in evidenza dai blogger, addirittura il 19 marzo, quando ancora gli insorti stavano nel fortino di Bengasi, è stata creata la “Central Bank of Libya”, con lo scopo appunto di gestire i fondi congelati: ma si apprende che chi lo farà concretamente sarà l’istituto finanziario britannico HSBC.

[fonte: http://www.unimondo.org/Notizie/La-finanza-africana-tra-Libia-Francia-e-futuro]

E' chiaro che una situazione politica instabile in Italia (ma lo stesso discorso vale anche per la vicina Grecia) faccia comodo a più di una potenza fra quelle interessate a riconquistare posizioni dominanti nell'area nordafricana; così come il moltiplicarsi delle opportunità di contratti miliardari faccia gola a tante multinazionali spregiudicate che più agevolmente decidono di appoggiare la politica di Paesi con una credibilità economica-finanziaria certamente più forte di altri.

Non a caso, il Wall Street Journal sempre ieri scriveva: "Se la Bce dovesse interrompere gli acquisti di bond italiani, il conseguente balzo dei rendimenti potrebbe far cadere l'amministrazione Berlusconi, aprendo la strada ad un governo tecnico nominato dal presidente Giorgio Napolitano". In questo caso, prosegue il giornale Usa, ''il lungo processo per ricostruire la credibilità della terza economia dell'area euro potrebbe almeno ricominciare sul serio".

Ecco quindi affacciarsi prepotentemente l'ipotesi del governo tecnico (a guida Schifani?), che se da un lato servirebbe a calmierare le ansie della comunità internazionale (versione che racconterebbero nei tg dei network di tutto il mondo), dall'altro fra dimissioni del premier, consultazioni del presidente, scioglimento delle Camere, indizione di nuove elezioni, campagna elettorale, voto e spoglio e formazione del nuovo governo lascerebbe agli Interessati di cui sopra tutto il tempo necessario e il campo totalmente libero per il migliore posizionamento sullo scacchiere dell'area mediterranea, nonchè al tavolo della spartizione delle risorse dell'Africa del Nord.

Da noi saremmo fuori gioco: senza un governo, senza guida economica, con i nostri politici impegnati a promettere di tutto e di più a questo e quello...

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