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mercoledì 27 ottobre 2010

Racconto breve: AFFAMATO ALLA MENSA DI DIO - © di Marcus

Quell'uomo aveva un dono. Grande e improbabile al tempo stesso, ma comunque un dono. Potrebbe definirsi una sorta di contrappasso, in grado di deliziare quanto può farlo una profonda passione e di straziare con la stessa intensità. Una nemesi: la sua dolcissima nemesi.

Accadeva nel sonno e durava tutta la notte. Ma non tutte le notti. Aveva notato da tempo che la cosa si manifestava con maggiore intensità soprattutto quando tristezza e pene prendevano il sopravvento sull'ordinario andamento delle cose. Quando tornava stanco e afflitto oppure infuriato per qualche motivo o contro qualcuno. Era durante quelle notti, più che in altre occasioni, che il dono si risvegliava in lui: la sua personalissima valvola di sicurezza si azionava così, senza che lui lo chiedesse. Che lo volesse o no, era in quei momenti che il suo sistema di autodifesa entrava in funzione, cancellando ansie, smanie e malumori, rapendo il suo spirito per portarlo lontano da tutto e tutti, in un posto dove ogni cosa intorno a lui era meravigliosa, dove emozioni e passione erano insieme al potere e lui non chiedeva altro che d'essere il loro schiavo.

Aveva imparato da tempo ormai a riconoscere fin dal minimo indizio quando tutto stava per accadere. Chi fosse stato presente in quel momento difficilmente si sarebbe accorto di ciò che stava accadendo: avrebbe visto un uomo, nulla più che un uomo, sdraiato sul suo letto che dormiva. Forse un piccolo, appena impercettibile accenno di sorriso avrebbe increspato i tratti del suo volto al momento di rendersi conto, una volta ancora, che il prodigio stava ripetendosi. Un attimo e nulla più. Poi tutto si sarebbe svolto, come al solito, fra gli improbabili e sconfinati spazi del suo sogno. Al chiuso di una sensibilità protesa ed estesa verso l'infinito.

Chiudeva gli occhi e dopo poco qualcosa arrivava fino a lui come in sella ad un sogno. Non una persona. Nemmeno la sensazione che si trattasse di un'entità cosciente. Assomigliava più ad una luce tenue e calda: almeno, quello era tutto ciò che fisicamente lui avvertiva quando provava a rievocare a mente fredda quei primi istanti in cui il fenomeno prendeva vita. Come un contatto, un modo per entrare in sintonia. Percepiva quella luce solo quando essa era ormai giunta fino a lui e a quel punto la sentiva... suonare. In un attimo era avvolto da un'emozione viva, pura, che vibrava tutto intorno e dentro di lui. Suonava ed esplodeva di luce quell'emozione. E come un diapason divino gli offriva il riferimento giusto per accordarsi e lasciarsi andare. Se poi si trattasse davvero di un suono, di un'esperienza di luce o di qualsiasi altra sensazione empirica, questo non lo sapeva nemmeno lui. E neanche aveva importanza, a quel punto.

Non ci voleva tanto per la successiva fusione: quel 'la' dolce e infingardo con il quale l'uomo entrava in piena sintonia con il suo dono e verso il quale si era convinto da tempo a lasciarsi andare totalmente, come una foglia in un torrente d'acqua. Semplicemente, lasciava che accadesse. Nulla più che offrirsi a quella simbiosi con animo sereno e totale annullamento di sè.

Sapeva che di lì a poco sarebbero arrivate altre note, quelle vere. E che anche queste sarebbero state cariche di intensità emotiva. Ma stavolta avrebbero vibrato e suonato cento, mille volte più forti e profonde. Erano le sue note, quelle che da sempre abitavano in lui. Che vivevano dentro al suo spirito, nella sua mente, nel profondo del suo cuore. Quelle che, ne fosse cosciente o meno, scorrevano nelle sue vene e riempivano i suoi polmoni fin dal suo primo respiro di vita.

Note e accordi che assalivano quel barlume di sè come onde in tempesta. E che onde! O che, come placide acque di cui non si riesce a scorgere la fine, lambivano delicatamente il suo essere, donando una pace senza tempo. Impensabili combinazioni di silenzi e suoni, impossibili da riprodurre con qualsiasi strumento musicale noto all'esperienza umana. Così vive, così violente, così semplici nella loro rappresentazione onirica.

Eppure erano le sue note. Le sue, le sue, le Sue! Sapeva e sentiva che facevano parte di lui, del suo sè umano, finito e imperfetto. Non aveva mai capito da dove nascessero: non le ricordava fra le anse del suo passato. Forse venivano dal suo futuro... Chissà. Ma cosa poteva valere quell'interrogarsi sulla loro genesi, quando a malapena, e con tutti i sensi spalancati, egli riusciva a percepirne la sconfinata intensità?

Tuttavia erano note che non avrebbe mai più ascoltato. E questa era la maledetta altra faccia del suo dono! Quelle note continuavano a succedersi all'impazzata: non smettevano un istante di ghermirlo, bellissime e mirabili come null'altro al mondo. E nonostante tutto, erano disposte secondo schemi che egli non avrebbe mai potuto ricomporre allo stesso modo. Nè lui, nè nessun altro.

Veri e propri concerti, disperatamente unici ogni volta. Concerti che egli non avrebbe mai potuto sentire una seconda volta. Nè avrebbe potuto ricordare da sveglio. Era un dono, questo sì. Ma il prezzo che ogni volta quell'uomo era costretto a pagare per il suo dono era davvero alto. Ricordava, ma non al punto di poter riprodurre alcuna nota di quella musica celestiale. Mai al punto di poter godere di tanta emozione una volta sveglio.

L'uomo che accarezzava le note dei suoi sogni impossibili.

venerdì 22 ottobre 2010

Saviano, specchio della vigliaccheria. E dell'altrui coscienza sporca...

"Saviano? Ma che ha fatto Saviano? Ha scritto un libro ed è diventato un'icona della lotta alla mafia... Questa cosa mi fa proprio girare i ********! I magistrati che sono stati ammazzati hanno fatto la lotta alla mafia!". Oggi, al lavoro, ho avuto un acceso scambio di opinioni con un collega sull'impegno civile (o meno, secondo i punti di vista, a questo punto...!) dell'autore di Gomorra, Roberto Saviano. Discussione nata dai commenti suscitati dalla visione della puntata di Annozero di ieri sera che, fra l'altro, vedeva come ospite lo scrittore campano.

Il virgolettato che avete letto sopra costituisce il succo delle tesi del mio interlocutore. Io mi sono limitato a fargli presente che il più grande merito di Saviano è stato quello di aver scritto e detto quello che molti (forse quasi tutti) sapevano, ma che nessuno aveva osato raccontare. "Fallo tu quello che ha fatto Saviano!", gli ho risposto: "Non quello che continua a fare ora, che vive blindato ventiquattro ore al giorno: quello che ha fatto prima, quando ha scritto Gomorra, quando è arrivata la notorietà e tanta gente ha iniziato improvvisamente ha voltargli le spalle o a vomitargli addosso insulti e rabbia!".

Non mi piace incensare, in genere non lo faccio. Ma non riconoscere il coraggio civile in chi effettivamente lo manifesta,
  • solo perchè - magari - vederlo in qualcun altro significherebbe riconoscere la propria vigliaccheria...

  • o solo perchè - magari - ammettere quel coraggio antimafia significherebbe dover sposare le tesi di un personaggio che non veste la tua stessa casacca in fatto di idee politiche...

  • o solo perchè - magari - riconoscere che quel che Saviano racconta suona stranamente familiare con altre storie di malaffare e di collusioni che mettono insieme politica e organizzazioni criminali, connubi che partono dal basso, dai consigli comunali di molti piccolissimi municipi per arrivare su su in alto... là dove nessun magistrato è osato volare. O quasi.
D'altronde, parlando di lotta alla mafia, Qualcuno non ha ripetuto a più riprese che, più di tante cose, l'immagine del nostro Paese all'estero ha subito colpi letali da quanto raccontato in fiction come La piovra o in libri come, appunto, Gomorra...?

venerdì 8 ottobre 2010

Non sparate sul dissenso!



La puntata di Annozero andata in onda ieri sera è scivolata fra un litigio della Santanchè e una farneticazione... della Santanchè, con De Magistris che in un paio di occasioni ha provato a fare Di Pietro (una brutta copia) e Belpietro che ha provato per tutta la sera a fare la vittima, cercando di coprire con la sua faccia (L'antipatico è stata una sua invenzione, no?) i buchi della versione ufficiale fornita dal suo capo scorta.

Eppure, ieri sera un acuto c'è stato. Un acuto dettato dalla passione, dall'indignazione e anche dall'acutezza di un giovane attivista dell'associazione Qui Lecco Libera, Duccio Facchini. Lui, il suo dito puntato contro la criminalizzazione del dissenso di chi contesta l'operato di Berlusconi - un distinguo pieno zeppo di verità - l'ha declamato a gran voce e in maniera limpida.

Bravo, bravo e ancora bravo!

E bravo, strepitoso, anche Vauro: la sua vignetta sulla bestemmia del premier è fantastica!


martedì 5 ottobre 2010

Non più schiavi nè servi...

Un mondo di servi e di schiavi. Questo è il futuro che vorrebbe veder realizzato chi gestisce i fili del potere sul pianeta. Questo è il progetto che una manciata di menti raffinatissime e malate sta cercando di attuare sulle spalle e sulla pelle del resto della popolazione. Un mondo di schiavi, che lavorano e producono, e un mondo, più ristretto, di servi, scelti per adoperarsi affinchè tutto vada come deve andare. O meglio: come qualcuno ha scelto che debba andare.

Un mondo dove la maggior parte delle persone è schiava e pertanto destinata alla produzione, alla produzione e ancora alla produzione. Milioni e milioni di persone il cui unico scopo è quello di mettere la propria forza lavoro al servizio dei pochi che guidano il sistema: risorse umane da spremere fino in fondo, fino alla fine; da controllare attraverso il giogo della povertà e dell'ignoranza; da massificare attraverso un illusorio benessere frutto di una tecnologia di basso livello e di facile approccio. Tante piccole formiche che ogni giorno si alzano, lavorano e tornano a casa e poi il giorno dopo si alzano di nuovo, lavorano e tornano a casa. E così tutti i giorni, per settimane, mesi, anni, decenni, vite.

Uomini e donne che producono ogni giorno qualcosa di effettivo e assolutamente reale, di visibile e misurabile e che in cambio di ciò ricevono pochi fogli di carta stampata, assolutamente privi di valore intrinseco, con i quali acquistare il fabbisogno minimo di risorse che permetta loro di continuare a chiudere il cerchio ogni volta. Quale enorme inganno e assurdità: io produco Qualcosa, qualcosa di realmente tangibile, e come contropartita ricevo qualcosa di altro, il cui valore è assolutamente virtuale, un feticcio di ricompensa senza valore in sè. Qualcosa che non posso utilizzare di per sè: non posso mangiarla, non posso bruciarla per scaldarmi, non posso utilizzarla per vestirmi; posso soltanto utilizzarla per riceverne quel poco che mi permetterà di andare avanti.

Altrimenti posso portarla alle banche! E lì, a quel valore assolutamente virtuale che è il denaro, capita un altro miracolo: da valore virtuale diventa numero. Un numero: una serie di cifre che il sistema bancario svuota ulteriormente di qualsiasi residuale valore e che si rimpalla da una parte all'altra senza più alcun vincolo per il suo originale valore rappresentativo. Che in qualche modo, seppur virtualmente, era in qualche modo riconducibile al lavoro, allo sforzo, alla fatica di chi lo aveva generato.

E poi il popolo dei servi. Più ridotto come entità numerica di quello degli schiavi. Molto più esiguo e, tuttavia, molto più vicino a chi tira i fili delle sorti del mondo. Un mondo di lacchè, di uomini e donne che pur di non finire fra gli schiavi, accetta di sdraiarsi sotto il tavolo dei padroni per cibarsi dell'avanzo di turno. Si godono beati la luce riflessa che arriva loro dalla vicinanza del potente e considerano assolutamente legittime tutte le pretese di questi.

Come ciechi, non sanno più discernere. Anzi, quel che è peggio, nel chiuso della loro coscienza sanno benissimo come stanno le cose ed è proprio sui confini e sulle falle di cui soffrono le malevicende che essi conoscono che si impegnano con accanimento ad erigere le trincee più forti. Come cani addestrati, riportano fedelmente il bastone al proprio padrone, il quale, appunto, si diverte a giocare con loro. Almeno fino a quando non decide di sacrificarli sull'altare del primo machiavellico fine.

Io non lo voglio un futuro così. Non voglio più sentirmi nè schiavo nè servo. Occorre fare di tutto per cambiare questo presente.

sabato 2 ottobre 2010

Attentato a Belpietro: dubbi e coincidenze

A distanza di 48 ore dall'attentato sventato contro il direttore di Libero Maurizio Belpietro, non ancora perfettamente chiarito nella sua dinamica, sono rimasto particolarmente colpito nel leggere alcune dichiarazioni rilasciate all'Ansa dall'ex procuratore di Milano, attualmente senatore del Pd, Gerardo D'Ambrosio. Il quale, in proposito, solleva qualche dubbio (del quale si stupisce) e riscontra singolari coincidenze (che in qualche caso sfuma fra le sue parole: le ho evidenziate in neretto). Ovviamente, come precisa lo stesso ex magistrato, "aspettiamo l'esito delle indagini". Ci mancherebbe...

ZCZC0506/SXR
XCI13504
R POL S42 S0A QBXH
BELPIETRO: D'AMBROSIO, SUO CAPOSCORTA 'SALVÒ' ANCHE ME/ANSA
EX PROCURATORE E L'AGGUATO DEL 1995, UNA STORIA CHE SI RIPETE
(di Pasquale Faiella)
(ANSA) - MILANO, 2 OTT - "Alessandro? Lo conoscevo bene,
certo era anche il mio caposcorta e mi sono stupito quando ho
letto che ha sventato un agguato al direttore di Libero, visto
che nel 1995 fu protagonista di un episodio analogo, un presunto
attentato contro di me che lui sventò
. Insomma mi son detto due
volte la stessa storia, e la storia si ripete
". A notare le
"analogie" con i due episodi, che hanno avuto il medesimo
protagonista è Gerardo D'Ambrosio, senatore del Pd, ed ex
procuratore di Milano.
Alessandro N., il poliziotto che due notti fa ha sparato per
tre volte contro il presunto aggressore di Maurizio Belpietro,
poi scappato dal palazzo di via Monte di Pietà a Milano, è
stato per molti anni la "tutela" dell'ex capo del pool di Mani
Pulite. E anche con D'Ambrosio ("un poliziotto scrupoloso, un
professionista attento", spiega l'ex magistrato), l'agente si
rese protagonista di un intervento clamoroso, anche allora unico
testimone e protagonista di un agguato
che si stava per
consumare nei confronti del magistrato. "Era un mattino
piovosissimo di aprile, il 14 aprile del 1995 - ricorda il
senatore D'Ambrosio - Ero a casa e aspettavo come solito l'auto
per andare in ufficio, in procura a Milano. Ricordo che
Alessandro citofonò e mi disse 'Procuratore non scenda resti
su a casa': mi affacciai alla finestra del mio appartamento. Il
mio palazzo affaccia su un pezzo di strada che dà su una asilo
e vidi soltanto un uomo che parlava con una donna all'interno
dell'asilo
. Non vidi assolutamente nulla, non mi accorsi di
nulla. Poi una volta in strada Alessandro, bagnato fradicio e in
stato di alterazione, mi spiegò che aveva inseguito una persona
proprio dentro l'asilo, un uomo armato di fucile che poi aveva
saltato un muro ed era scappato su una moto guidata da un
complice. Ma io non mi accorsi di nulla. So che l'indagine non
approdò poi a nulla
, credo che il fascicolo fu aperto dal
collega Pomarici (lo stesso magistrato che ha il fascicolo sul
presunto attentato a Belpietro, ndr)
e se non sbaglio
successivamente la vicenda finì a Brescia".
"Quello che mi ha stupito - spiega D'Ambrosio - oltre alla
coincidenza delle due vicende, è il fatto che Alessandro abbia
sparato tre colpi di pistola e a meno che non abbia fatto fuoco
a scopo intimidatorio, un professionista, con una calibro nove
parabellum difficilmente non colpisce il bersaglio da quella
distanza
. Comunque aspettiamo l'esito delle indagini".
Nell'indagine sull'attentato a D'Ambrosio, ci finì poi anche
quella persona che lo stesso magistrato vide dalla finestra
della sua abitazione parlare con una donna nell'asilo. Una
ipotesi investigativa e giornalistica lo descrisse come un
complice che era sul luogo per distrarre eventuali testimoni.
"Quella persona che avevo visto - racconta l'ex capo del pool
di Mani pulite - mi avvicinò successivamente al supermercato,
abitava nella mia zona. Era un signore distinto, gentile che con
ironia lieve mi disse: 'Permette che mi presenti dottor
D'Ambrosio? Io sono la persona che secondo qualcuno avrebbe
dovuto partecipare al suo omicidio
...'".(ANSA).
FL
02-OTT-10 13:50

Sulla vicenda, scrive qualcosa anche un'altra agenzia di stampa. Che riporta qualche particolare in più, citando alcuni passaggi di un articolo de La Repubblica del 15 aprile 1995.

ZCZC
AGI0225 3 CRO 0 R01 /
BELPIETRO: INVESTIGATORI, 'STESSO AGENTE EPISODIO SIMILE NEL '95' =
(AGI) - Milano, 2 ott. - Non è la prima volta che l'agente A.
M., l'uomo della scorta di Belpietro che la scorsa notte ha
messo in fuga un uomo armato nel condominio del giornalista,
sventa un possibile attentato. Già nel 1995 infatti, ricordano
gli investigatori, gli era capitato un episodio simile che gli
aveva permesso di mettere in fuga un uomo appostato all'esterno
della casa del giudice Gerardo D'Ambrosio, coordinatore del
pool di Mani Pulite, a cui era affidato come scorta. Secondo
quanto riferì A. M. all'epoca, e riportato dalla giornalista
Cinzia Sasso del quotidiano 'la Repubblica', nell'edizione del
15 aprile del 1995, 'il poliziotto attende il magistrato ma un
sesto senso, un certo trambusto e l'impressione che non sia
tutto tranquillo lo spingono a scrutare da ogni parte'.
L'agente decise di guardare anche all'interno di un asilo nido
accanto a casa del giudice e nascosto dietro una costruzione
bassa vide un uomo. Gli sembrò di capire che quell'uomo fosse
armato. Così, corse al citofono e disse al giudice di restare
in casa, poi si mise alla caccia dell'uomo che risultò avere
un fucile in mano e che fuggì in sella ad una moto rossa
guidata da un complice. L'agente, come riporta oggi il
quotidiano 'la Repubblica', dopo questo episodio fu promosso.
(AGI)
Cli/Car
021400 OTT 10

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