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lunedì 31 maggio 2010

Il re dei cattivi

Quando poggio le dita sulla tastiera e comincio la danza delle lettere la sensazione è ancora caldissima. Talmente calda che, invero, somiglia molto più ad un bruciore. Certo, non sarà un bruciore come quello che accompagnava poco fa i tuoi occhi increspati di lacrime, lasciandoli alla fine inariditi. Come il cuore di colui che avevi davanti e stentavi, incredula, a riconoscere.

No, certo non si tratta di un bruciore di quel genere. E' più qualcosa a metà strada tra quello che deve provare il naufrago, quando si rende conto che la sua nave è affondata e lui si trova per davvero su un'isola deserta, e la sensazione che deve aver vissuto il protagonista della storia raccontata nel meraviglioso film Awakenings, quando realizza che la sua brevissima parentesi da persona normale sta per terminare e che dopo quella lo aspetta di nuovo l'oblio del Parkinson.

Ma d'altronde è anche giusto: dai libri ai film e alle fiabe che ci vengono raccontate fin dalla tenera età, da sempre ci insegnano che ai cattivi delle storie è giusto che capiti questo e altro.

E io chi sono per meritare qualcosa di diverso...?

Ma quegli occhi, quello sguardo... Quelli mi hanno fatto male. Un male cane, dentro. Perchè cattivo ero disposto a sentirmici da solo: l'avevo messo in conto, faceva ormai parte della storia stessa e del suo logico sviluppo. Ma quello che hanno fatto quegli occhi è andato oltre le peggiori previsioni: hanno scavato nel passato, lo hannno perfino messo in discussione. E con esso il futuro. Un po' come quando innaffi le piantine dell'orto pensando di portar loro finalmente un po'di refrigerio e invece non ti rendi conto che il getto dell'acqua sta erodendo la terra tutt'intorno, minando pericolosamente la loro stessa esistenza.

Mi perdo in questo mare di parole e non riesco a seguire neanche un filo logico. Non capisco quando sto ragionando di me e quando di te. Ma forse tutto questo pensare e scavare e ripiegarsi su se stessi, forse tutto ciò al re dei cattivi non deve neanche interessare. In fondo, il re è re e finchè è in vita decide di dire e fare a suo piacimento. E poichè è re, appunto, dei cattivi dice e fa senza remora alcuna.

Ma una cosa è certa: non si diventa re dei cattivi per caso e se in giro ci sono giustificazioni gratuite, queste vanno assegnate a tutti. A chi lo è e a chi lo è diventato.

"Non so più-ù-ù-ù il sapore che ha...".

mercoledì 26 maggio 2010

Cartolina da un inferno (più dolce del tuo)

Quante immagini sono passate attraverso i tuoi occhi. E quante... quante sono rimaste dentro quegli occhi!

Immutevoli fotografie di cose viste magari una volta sola, ma che quella sola volta hanno scavato un solco e son rimaste lì, nitide e lucide rimembranze di un profondo dolore.

Ma qualunque sia lo stato d'animo che si accompagni a loro, spesso ti concedi di riviverlo, andando a ripescare quell'immagine per riposizionarla davanti ai tuoi occhi.

Quante immagini, quanto dolore... Quante indelebili testimonianze del tuo percorso e, spesso, di quello altrui. Che in quel momento, sotto i tuoi occhi, diviene anche il tuo.

Quante scene maledette. Alcune, inaspettate, ti hanno sorpreso, indifesa e incredula, e ti hanno ferito. Altre hai scelto e addirittura insistito per poterle vedere: a tutti i costi, in nome di un ideale, di un affetto, di una missione... Non importa di cosa, ma tu dovevi esserci... Sapevi di rischiare, sapevi che i tuoi occhi stavano per assistere a qualcosa di fuori, di oltre, di lontano da te e dal tuo modo di essere. Eppure hai deciso di farlo lo stesso!

E poi, a volte quelle immagini ritornano da sè, a volte sei proprio tu a richiamarle. E rimani così, cieca del mondo e fissa in te stessa, a guardare e riguardare un fotogramma già visto e già vissuto, a risentirne i suoni, gli odori malsani, a riviverne la crudezza e l'assurdità. E continui a ingannarti che sia stato giusto vivere quel momento e che allo stesso modo sia giusto,ora, riviverlo dentro di te.

Non me la sento più di far soffrire con le mie parole, come ho spesso fatto, chi già di suo decide di procurarsi tanta sofferenza. Chi già da sè si autocondanna a spettacoli tanto dolorosi. Ho pietà di te e della tua sconfinata pietà. Ammiro la tua forza che so non essere la mia. Almeno in questo. E soffro (io...!) al pensiero dei rischi che ogni volta scegli di assumere.

Ma non riesco proprio più ad accettare che tutto questo, ogni volta, si ripeta. Non riesco a farmene una ragione. Non riesco più a vedere nè sentire la consistenza di tutto ciò (se una consistenza c'è...), che per te è, invece, tanto enorme.

Non ti condannerò più o almeno così cercherò di fare... Questo è un impegno. Ma non chiedermi di non avere un giudizio e di non esprimerlo. Non chiedermi di fare ed essere come te (no, invero non lo fai più), anche perchè sai che l'ho fatto e che lo sono stato.

E rimango muto. Ho già spesso davanti ai miei occhi l'immagine devastante di te che fissi il vuoto e rivivi incubi di qualche ora, giorno o anni prima. Non voglio avere anche quella di te che muori ogni giorno di più.

lunedì 24 maggio 2010

Sant'oro e Santa Gabanelli



H
a il sapore delle battaglie per i diritti civili svoltesi oltreoceano negli anni '50-'60, quelle portate avanti con megafono e volantini dalla Streisand di Come eravamo, quelle per cui ciò che più conta è l'oggetto della protesta, non il narcisismo insito in quel volersi distinguere a tutti i costi e con grande enfasi.

La battaglia di cui sto parlando è quella contro il disegno di legge sulle intercettazioni che il Parlamento si accinge a votare proprio in questi giorni. I due modi di combatterla, nonostante l'identico fine, sono quelli di Santoro e della Gabanelli, due modi diversissimi di fare giornalismo d'inchiesta e di raccontarlo in tv.

A riprova di ciò, proprio le ultimissime vicende che hanno riguardato i due giornalisti: da una parte il chiodo fisso di Santoro per la sua personale battaglia contro i vertici Rai (sacrosanta, per carità... ma con il sospetto di aver un po' troppo a riguardo gli Affari propri!); dall'altra la fissazione, altrettanto forte (nonchè benedetta!), della Gabanelli di raccontare come stanno le cose seguendo solo tracce ed evidenze documentali, senza altri condimenti e senza personalismi.

Per carità, è fuor di dubbio che nel panorama di quanto ci viene quotidianamente offerto dalla tv ci sia e ci debba essere spazio per entrambi i modi di fare giornalismo in prima linea. Personalmente sono un appassionato sia di Annozero che di Report e difficilmente mi perdo una puntata dei due programmi. Ritengo che ci sia ancora tanto da imparare dalle inchieste del giovedì sera su Raidue e da quelle della domenica sera su Raitre.

Detto questo, tuttavia, tra i personalismi di Santoro (o Sant'oro, come qualcuno ha iniziato a chiamarlo dopo la sua decisione di scendere a patti sonanti con Mamma Rai) e l'asciutta verità raccontata dalla Gabanelli c'è una bella differenza. La stessa che c'è tra chi ci parla della imminente legge sulle intercettazioni come di una legge-bavaglio, ad uso e consumo della Casta, della Cricca e dei loro derivati (tutto giusto, giustissimo e vero) e chi ci spiega, anche solo in poche parole, perchè questa legge lede il sacrosanto diritto all'informazione e quindi, al tempo stesso, i diritti civili di tutti noi.

Dopo la Busi del Tg1, ancora una volta è una donna coraggiosa a spezzare gli equilibri. E che donna! Santa Gabanelli... veglia su di noi!

Ecco il testo integrale dell'appello della Milena nazionale (grazie Eve!):

In questi giorni andrà in votazione una legge che vieterà di dare notizia di indagine prima dell’udienza preliminare: vuol dire che verremo a conoscenza dei fatti dopo due o tre anni. Per esempio se fosse in vigore adesso non sapremmo nulla dello scandalo che riguarda i grandi appalti. Inoltre, gli autori di riprese o registrazioni effettuate senza il consenso dei diretti interessati rischiano fino a 4 anni di carcere, a meno che si tratti di giornalisti professionisti: una distinzione sottile ma di sostanza, perché una buona parte dei giornalisti televisivi che lavorano nell’inchiesta sono iscritti all’albo
dei pubblicisti, circa la metà di quelli che lavorano per noi o per Le iene o Exit. Bene, non potranno più entrare negli ospedali, per esempio, e documentare come alcune medici trattano i pazienti, oppure entrare nei cantieri dove vengono violate le norme che riguardano la sicurezza sul lavoro, raccogliere abusi, soprusi e documentare evasioni, truffe e corruzione. Siccome un’informazione completa serve a scegliere in libertà e i destinatari di questa informazione siete voi, valutate: se non siete d’accordo fatevi sentire nelle sedi competenti perché a breve sarà legge.

venerdì 21 maggio 2010

Busi: via il mio volto dal Tg1 e ci metto la faccia

Maria Luisa Busi abbandona la conduzione del Tg1. Lo fa con una lettera, tre cartelle e mezzo, affissa nella bacheca della redazione del telegiornale e indirizzata al direttore Augusto Minzolini e al Cdr, e per conoscenza al direttore generale della Rai Mauro Masi, al presidente dell'azienda Paolo Garimberti e al responsabile delle Risorse umane Luciano Flussi.

''Caro direttore ti chiedo di essere sollevata dalla mansione di conduttrice dell'edizione delle 20 del TG1, essendosi determinata una situazione che non mi consente di svolgere questo compito senza pregiudizio per le mie convinzioni professionali. Questa è per me una scelta difficile, ma obbligata. Considero la linea editoriale che hai voluto imprimere al giornale una sorta di dirottamento, a causa del quale il Tg1 rischia di schiantarsi contro una definitiva perdita di credibilità nei confronti dei telespettatori.
Come ha detto il presidente della Commissione di Vigilanza Rai Sergio Zavoli: 'la più grande testata italiana, rinunciando alla sua tradizionale struttura ha visto trasformare insieme con la sua identità, parte dell'ascolto tradizionale.
Amo questo giornale, dove lavoro da 21 anni. Perchè è un grande giornale. E' stato il giornale di Vespa, Frajese, Longhi, Morrione, Fava, Giuntella. Il giornale delle culture diverse, delle idee diverse. Le conteneva tutte, era questa la sua ricchezza. Era il loro giornale, il nostro giornale. Anche dei colleghi che hai rimosso dai loro incarichi e di molti altri qui dentro che sono stati emarginati. Questo è il giornale che ha sempre parlato a tutto il Paese. Il giornale degli italiani. Il giornale che ha dato voce a tutte le voci. Non è mai stato il giornale di una voce sola.
Oggi l'informazione del Tg1 è un'informazione parziale e di parte. Dov'è il paese reale? Dove sono le donne della vita reale? Quelle che devono aspettare mesi per una mammografia, se non possono pagarla? Quelle coi salari peggiori d'Europa, quelle che fanno fatica ogni giorno ad andare avanti perchè negli asili nido non c'è posto per tutti i nostri figli? Devono farsi levare il sangue e morire per avere l'onore di un nostro titolo. E dove sono le donne e gli uomini che hanno perso il lavoro? Un milione di persone, dietro alle quali ci sono le loro famiglie. Dove sono i giovani, per la prima volta con un futuro peggiore dei padri? E i quarantenni ancora precari, a 800 euro al mese, che non possono comprare neanche un divano, figuriamoci mettere al mondo un figlio? E dove sono i cassintegrati dell'Alitalia? Che fine hanno fatto? E le centinaia di aziende che chiudono e gli imprenditori del nord est che si tolgono la vita perchè falliti? Dov'è questa Italia che abbiamo il dovere di raccontare?
Quell'Italia esiste. Ma il Tg1 l'ha eliminata. Anche io compro la carta igienica per mia figlia che frequenta la prima elementare in una scuola pubblica. Ma la sera, nel Tg1 delle 20, diamo spazio solo ai ministri Gelmini e Brunetta che presentano il nuovo grande progetto per la digitalizzazione della scuola, compreso di lavagna interattiva multimediale.
L'Italia che vive una drammatica crisi sociale è finita nel binario morto della nostra indifferenza. Schiacciata tra un'informazione di parte - un editoriale sulla giustizia, uno contro i pentiti di mafia, un altro sull'inchiesta di Trani nel quale hai affermato di non essere indagato, smentito dai fatti il giorno dopo - e l'infotainment quotidiano: da quante volte occorre lavarsi le mani ogni giorno, alla caccia al coccodrillo nel lago, alle mutande antiscippo. Una scelta editoriale con la quale stiamo arricchendo le sceneggiature dei programmi di satira e impoverendo la nostra reputazione di primo giornale del servizio pubblico della più importante azienda culturale del Paese. Oltre che i cittadini, ne fanno le spese tanti bravi colleghi che potrebbero dedicarsi con maggiore soddisfazione a ben altre inchieste di più alto profilo e interesse generale.
Un giornalista ha un unico strumento per difendere le proprie convinzioni professionali: levare al pezzo la propria firma. Un conduttore, una conduttrice, può soltanto levare la propria faccia, a questo punto. Nell'affidamento dei telespettatori è infatti al conduttore che viene ricollegata la notizia. E' lui che ricopre primariamente il ruolo di garante del rapporto di fiducia che sussiste con i telespettatori.
I fatti dell'Aquila ne sono stata la prova. Quando centinaia di persone hanno inveito contro la troupe che guidavo al grido di vergogna e scodinzolini, ho capito che quel rapporto di fiducia che ci ha sempre legato al nostro pubblico era davvero compromesso. E' quello che accade quando si
privilegia la comunicazione all'informazione, la propaganda alla verifica.
Ho fatto dell'onestà e della lealtà lo stile della mia vita e della mia professione. Dissentire non è tradire. Non rammento chi lo ha detto recentemente. Pertanto:
1) respingo l'accusa di avere avuto un comportamento scorretto. Le critiche che ho espresso pubblicamente - ricordo che si tratta di un mio diritto oltre che di un dovere essendo una consigliera della FNSI - le avevo già mosse anche nelle riunioni di sommario e a te, personalmente. Con spirito di leale collaborazione, pensando che in un lavoro come il nostro la circolazione delle idee e la pluralità delle opinioni costituisca un arricchimento. Per questo ho continuato a condurre in questi mesi. Ma è palese che non c'è più alcuno spazio per la dialettica democratica al Tg1. Sono i tempi del pensiero unico. Chi non ci sta è fuori, prima o dopo.
2) Respingo l'accusa che mi è stata mossa di sputare nel piatto in cui mangio. Ricordo che la pietanza è quella di un semplice inviato, che chiede semplicemente che quel piatto contenga gli ingredienti giusti. Tutti e onesti. E tengo a precisare di avere sempre rifiutato compensi fuori dalla Rai, lautamente offerti dalle grandi aziende per i volti chiamati a presentare le loro conventions, ritenendo che un giornalista del servizio pubblico non debba trarre profitto dal proprio ruolo.
3) Respingo come offensive le affermazioni contenute nella tua lettera dopo l'intervista rilasciata a Repubblica, lettera nella quale hai sollecitato all'azienda un provvedimento disciplinare nei miei confronti: mi hai accusato di "danneggiare il giornale per cui lavoro", con le mie dichiarazioni sui dati d'ascolto. I dati resi pubblici hanno confermato quelle dichiarazioni. Trovo inoltre paradossale la tua considerazione seguente: 'il Tg1 darà conto delle posizioni delle minoranze ma non stravolgerà i fatti in ossequio a campagne ideologiche'. Posso dirti che l'unica campagna a cui mi dedico è quella dove trascorro i weekend con la famiglia. Spero tu possa dire altrettanto. Viceversa ho notato come non si sia levata una tua parola contro la violenta campagna diffamatoria che i quotidiani Il Giornale, Libero e il settimanale Panorama - anche utilizzando impropriamente corrispondenza aziendale a me diretta - hanno scatenato nei miei confronti in seguito alle mie critiche alla tua linea editoriale. Un attacco a orologeria: screditare subito chi dissente per indebolire la valenza delle sue affermazioni. Sono stata definita 'tosa ciacolante - ragazza chiacchierona - cronista senza cronaca, editorialista senza editoriali' e via di questo passo. Non è ciò che mi disse il Presidente Ciampi consegnandomi il Premio Saint Vincent di giornalismo, al Quirinale. A queste vigliaccate risponderà il mio legale. Ma sappi che non è certo per questo che lascio la conduzione delle 20.
Thomas Bernhard in Antichi Maestri scrive decine di volte una parola che amo molto: rispetto. Non di ammirazione viviamo, dice, ma è di rispetto che abbiamo bisogno. Caro direttore, credo che occorra maggiore rispetto. Per le notizie, per il pubblico, per la verità. Quello che nutro per la storia del Tg1, per la mia azienda, mi porta a questa decisione. Il rispetto per i telespettatori, nostri unici referenti. Dovremmo ricordarlo sempre. Anche tu ne avresti il dovere''.

Brava Maria Luisa. Brava e coraggiosa.

lunedì 10 maggio 2010

Se potessi avere 300mila euro al mese...

Con 10mila euro al giorno potrei:
  • shopping dalla mattina alla sera fino a sfiancarmi;
  • chiudermi (a chiave?) in una SPA fino a che non sono diventato bellissimo;
  • rendere la vita migliore a tutti i componenti della mia (smisurata) famiglia;
  • viaggiare, viaggiare, viaggiare... fino ad sfiorare la soglia statistica di coloro che hanno un incidente aereo;
  • aprire un'attività, anzi due... anzi, un intero centro commerciale;
  • affittare Sandra Bullock per qualche serata (ma questa è una mia fissa difficilmente condivisibile dai più);
  • prendere la residenza, mese per mese, negli Stati del mondo che si trovano sul cammino del sole e dell'estate;
  • cantare al Festival di Sanremo (anche per questa, vedi il punto 6);
  • mandare a cagare tutto l'attuale vertice aziendale della Juventus F.C. (idem, come sopra);
  • fare opposizione alle cartelle esattoriali Equitalia dei miei migliori amici;
  • adottare (a distanza) un asilo.

E chissà quante altre cose ancora.

Chi invece di limitarsi a sognare, dovrà farsi carico di un sì tale fardello è la Veronica. No, non quella biblica che asciugò il volto di Gesù sulla via del Calvario. Ma quella molto più terrena che fino a qualche mese fa si accompagnava al nostro premier e che lo ha aiutato nell'impresa di perpetuare la sua stirpe.

Come narra un'Ansa di poco fa:

BERLUSCONI-LARIO: A MOGLIE 300MILA EURO MESE, USUFRUTTO VILLA
QUESTO L'ACCORDO DI MASSIMA RAGGIUNTO SABATO SCORSO
(ANSA) - MILANO, 10 MAG - A Veronica Lario un assegno mensile
di 300 mila euro e l'usufrutto a vita della villa di Macherio.
Sarebbe questo l' "accordo di massima" raggiunto sabato scorso,
in vista della separazione consensuale, dopo cinque ore di
udienza in Tribunale a Milano, tra Silvio Berlusconi e la
moglie.
Sono alcuni particolari, confermati all'ANSA da fonti bene
informate, sull'intesa a cui dopo mesi di trattative sono
arrivati il premier la moglie. Intesa che dovra' essere ancora
perfezionata per quanto riguarda alcuni particolari, come una
quota da determinare delle spese a carico del capo del governo
per la villa Belvedere. (ANSA).
BRU
10-MAG-10 17:48

Le parole che non ho detto...

E' colpa mia se ho scelto una vita non facile. E comunque se non ho fatto di tutto per renderla meno precaria o non ho fatto abbastanza per dormire tranquillo la notte. E' colpa mia se continuo a vivere una eterna, affannosa rincorsa.

Ho avuto un esempio, un fulgido esempio di come impostare l'esistenza per affrontare la vita con maggiore tranquillità. Non sarebbe stata probabilmente la vita migliore possibile, quella con la più ampia apertura mentale, quella che ti fa assaporare un po' più del minimo sindacale. Eppure, quell'educazione rispettosa, doverosa, attenta al limite del cauto che mi era stata suggerita da mio padre e mia madre come modello cui attenersi per il futuro era lì per me: pensata e realizzata, col sacrificio che solo un genitore conosce, perchè io me ne nutrissi in giovane età e ne facessi, poi, il cammino da seguire quando la vita avrei dovuto affrontarla da solo.

Non è andata così. Per tanti motivi. Tanti, almeno, quante sono le giustificazioni che ho trovato finora con me stesso. E poi, quali che siano state le vere ragioni, resta il presente con cui fare i conti per tentare almeno di intervenire sul prossimo futuro.

E' difficile scrivere di queste cose senza cadere nel più classico dei piagnistei: di solito questi non sono altro che il prodotto di un ego che ne abusa proprio per non doversi sottoporre alle proprie responsabilità.

E allora basta, facciamola finita con questa minestrina riscaldata! Devo fare qualcosa. DEVO! Non c'è più tempo per l'attesa. Non è più tempo di giochi. Non c'è più tempo da lasciar scorrere via. Fare, fare... FARE!

Ho atteso troppi segni. Io...! Che ho smesso da un bel po' di credere ai segni. Ho vissuto gli ultimi anni pensando che forse una ricompensa sarebbe arrivata; anzi, che sarebbe dovuto arrivare per forza qualcosa per premiarmi di una vita vissuta a metà. E ogni volta era un prendersela con il Nulla che arrivava e con Chi non si decideva a mandarlo.

Vivo con pesantezza una vita passiva, fatta di rincorse, scadenze, silenzi, accettazioni. Certo un altro al mio posto se ne sarebbe liberato, come un cane si libera dalle pulci scrollandosele di dosso e arruffando il pelo. Ma io non ne sono capace o non voglio esserne capace... Chissà.

E allora... Cosa rimane?

Il guaio di avere un blog è che dopo un po' finisci per credergli, come credi al tuo analista. Così gli racconti le cose... E le racconti a tutti.

Il bello di avere un blog, invece, sta anche nel fatto che solo tu sei a conoscenza di quante parole hai scritto col sangue e non hai mai voluto che finissero in un post.

giovedì 6 maggio 2010

"Ma noi non siamo mica la Grecia...!"

Su crisi economica e tensioni sociali, leggi anche:
La Grecia brucia. L'espressione, che di per sè potrebbe più avere a che fare con una pagina di storia antica o di letteratura epica, non è che una sintesi giornalistica fra le più comuni e banali che da un paio di giorni vengono utilizzate dai media per descrivere ciò che sta avvenendo sull'altra sponda dell'Adriatico. E che rischia di (de)generare, di qui a breve, vere e proprie rivolte di popolo.

I primi morti ci sono già stati, purtroppo. E ci sono stati in quella che può considerarsi la prima manifestazione di massa organizzata per protestare contro il pacchetto di interventi studiato dal governo greco per raddrizzare l'economia e allontanarsi dallo spettro del fallimento dello Stato. La prima... Nella quale a dirigere la danza con la morte sono stati il solito gruppo di violenti a prescindere: quelli che opererebbero allo stesso modo sia che si tratti di politica che di tifo calcistico, quelli per cui ogni scusa è buona. Il pericolo vero e la reale preoccupazione arriveranno quando a imbracciare mazze e armi meno bianche saranno padri di famiglia e persone che nella vita mai avrebbero pensato di farlo. Quello è il lato brutto, direi orribile, della vicenda.

Ora, io non sono un economista e non ho nè titoli nè conoscenze per dire la mia (almeno una 'mia' che sia significativa) sulla strategia di politica economica individuata dal governo per sottrarre la Grecia al crack definitivo.

Tuttavia mi chiedo: ma è mai possibile intervenire in maniera così drastica e improvvisa senza pensare che la cura possa essere ben peggiore del male? In altre parole, come puoi chiedere a un intero popolo, da un giorno ad un altro, gravando alcuni settori più di altri, una serie di sacrifici di tale portata come quelli che il governo greco si appresta a far approvare al Parlamento?

Come puoi pensare di porre rimedio a una grave metastasi mettendo mano a ultra-dosaggi di chemioterapia? Probabilmente riuscirai anche a distruggere ogni cellula cancerogena, ma non prima di aver fatto altrettanto col paziente! Non puoi pensare di sconfiggere la peste mettendo a ferro e fuoco l'intero villaggio: non sono arrivati a tanto nemmeno nel Medioevo, quando probabilmente il ventaglio di possibilità, di risorse, di tecnologia, di conoscienze offerte alla gente non era ampio quanto quello di cui possiamo avvalerci oggi!

E d'altronde, la bancarotta della Grecia non l'hanno mica causata i cittadini. E' frutto di una disinibita politica di recenti governi che hanno operato sulla finanza pubblica con tale dissennatezza da allargare enormemente il divario tra i (pochi) ricchi e i (tanti) poveri del Paese, permettendo ai primi di vivere nel loro Eldorado di privilegi e speculazioni e ai secondi di arrangiarsi contando sulle solite toppe offerte da settori stabili come quello turistico.

E' frutto di speculazioni senza scrupoli e di un altissimo tasso di corruzione del sistema politico-imprenditoriale che ha portato al gravissimo dissesto e al dissanguamento delle finanze dello Stato. E' frutto, ancora, di un ceto politico che, vistosi con i conti in rosso, ha pensato bene di adoperarsi per truccarli piuttosto che risanarli. E truccarli e truccarli e ancora truccarli!

E' giusto che a pagare per tutto questo siano gli stessi che hanno pagato finora? E che, invece, speculatori senza scrupoli, corruttori e corrotti, geni della finanza spericolata e armatori di lungo corso se ne fuggano tranquillamente all'estero, negli stessi paradisi fiscali dove hanno accantonato impunemente ricchezze?

Ora i nostri politici si affannano a spiegarci che la Grecia è un caso a sè, un coacervo di situazioni anomale difficilmente ripetibile e che per questo qui da noi possiamo stare tranquilli. Meno male. D'altronde, dissennate politiche economiche, evidenti sperequazioni sociali, corruzione a go-go, ingenti sprechi di denaro pubblico, falsificazione del bilancio dello Stato... Conoscete altri Paesi, civilizzati e industrializzati, affetti da uguali patologie?

martedì 4 maggio 2010

Dai, adotta un leghista!

Io non capisco tutte queste polemiche per le dichiarazioni del leghista Calderoli. Non è mica la prima volta che parla in questo modo dei simboli o del concetto dell'unità d'Italia. Non è certamente la prima volta che lo sentiamo esprimersi con ironico disprezzo su questi argomenti. Sappiamo bene come la pensa del Paese che lo ospita quei tre o quattro giorni su sette che è costretto a recarsi per lavoro (sic!) nella sua Capitale. Conosciamo bene il pensiero del nostro ministro incendiario circa l'utilizzo che egli farebbe della bandiera tricolore. Così come non può sfuggirci, ormai, il suo tifare (quasi un "gufare") per la Nazionale azzurra.

E va beh... Che volete che sia... A parte il fatto che in questo momento i cari leghisti sono costretti dal ruolo stesso che si sono ritagliati finora nei confronti del loro popolo elettorale a recitare questa parte di duri e anti-italiani. Devono in qualche modo girare infatti a proprio vantaggio l'attacco di Fini e di quella considerevole parte del Pdl che si è stancata di subire una linea politica figlia del ricatto padano a Berlusconi.

Ma a parte questo, cosa volete che importi a noi italiani di qualche gesto folcloristico o qualche immagine più che colorita che a loro piace tanto evocare solo per scatenare il gusto della polemica? Cosa volete che importi a chi è impegnato tutti i giorni con una situazione economica che non ti lascia dormire la notte? A chi, piccolo imprenditore, operaio o impiegato, si distrugge un po' ogni giorno per non riuscire più a sostenere il proprio lavoro, la propria famiglia, la propria vita? E ce ne sono tanti, tantissimi anche al nord. Anche nella Padania leghista!

Pensiamo davvero che l'immagine di un Calderoli che si pulisce il culo con il tricolore sia più devastante di quella del saldo del nostro conto corrente? Se è così, abbiamo ben poche preoccupazioni nel nostro quotidiano o forse facciamo parte di quell'1% di italiani con un reddito superiore ai 100mila euro.

Comunque sia, se proprio non riuscite a togliervi dalla mente l'equazione leghista tricolore=cesso, toglietevi almeno la soddisfazione di pensare, scrivere e urlare altrettanto dei loro simboli. Che so, parafrasando note pubblicità: pulirsi il culo con un fazzoletto di quelli che i leghisti amano mettersi nel taschino della giacca non ha prezzo! Oppure: pisciare nella famosa ampolla con la quale ogni anno Bossi raccoglie l'acqua del Po fa bene qui e fa bene qui! E così via.

Questi leghisti... Alcuni li conosco bene per averci lavorato per diversi anni. Ho potuto studiarli da vicino: urlano "Roma ladrona" ma non ci credono poi mica tanto. Anzi, più che 'ladrona' dovrebbero dire 'incantatrice', perchè guarda caso quando poi scendono a Roma per offrire i loro servigi (ri-sic!) di parlamentari e ministri improvvisamente vengono colti da un morbo che li... come dire, li 'romanizza'.

Deve essere per questo che li ho visti comportarsi come (e anche peggio) quei ladroni di cui si lamentano. Per esempio, li ho visti usare l'auto blu per farsi accompagnare all'ufficio postale distante solo 300 metri dal loro ufficio ministeriale; li ho visti affannarsi per chiedere, anzi pretendere decine e decine di biglietti omaggio per loro e i loro cari per assistere alla prima cinematografica di tanti film; oppure pretendere, con analoghe modalità, di cambiare il telefono cellulare o il pc portatile di servizio ogni qual volta usciva un nuovo modello; li ho visti firmare senza scrupolo alcuno consulenze per diverse centinaia di migliaia di euro a loro amici leghisti che fino al giorno prima gestivano una macelleria o allevavano cavalli. E li ho visti poi invocare, in Parlamento, quella stessa immunità che tanto avevano bollato come privilegio della Roma ladrona, quando sono stati poi costretti a chiedere la copertura (meglio sarebbe dire la complicità) dei loro colleghi di Camera e Senato per opporsi alle inchieste della magistratura che voleva far luce sullo sperpero di denaro pubblico da loro posto in essere. E' ancora in piedi il procedimento della Corte dei Conti, ma pensate davvero che finisca con la condanna alla restituzione del mal-tolto e del mal-amministrato?

Ehhh... leghisti! Se li conosci ti rendi conto che sono come tutti gli altri. Ma col fazzoletto verde al collo o nel taschino! Vuoi mettere?

Ps: A chi si riconosce in qualcuno dei "buoni" esempi sopra citati voglio dire che ha davvero capito bene: mi riferivo proprio a lui!

lunedì 3 maggio 2010

Là dove il nero si confonde col nero

C'era una volta l'orizzonte. Laggiù, dove si perdeva lo sguardo, una linea sottilissima, quasi invisibile, impediva al sole di tuffarsi nel mare al tramonto, separava le tonalità celesti dell'aria e dell'acqua, divideva cielo e terra tra azzurro intenso e verde brillante.

Oggi la linea dell'orizzonte separa le macchie nere della nostra Terra: quelle che si dispiegano in alto per effetto del risvegliarsi delle forze della Natura e quelle che si allargano giorno dopo giorno, se non addirittura ora dopo ora, per via della poca cura che come uomini ci prendiamo della Natura stessa.

Fossimo ancora ai tempi della fuga degli ebrei dall'Egitto, avremmo indovini e gran sacerdoti a sciorinare tutto il giorno oscuri presagi. E fosse quello il problema: di gente che passa la vita intera ad annunciare l'imminente fine del mondo è pieno... appunto, il mondo, anche se non sarà per quello che la fine arriverà.

Ma poichè siamo nel terzo millennio ed alle prese con freddi dati scientifici, di certo la situazione è ben più grave. E se continua così, se non la fine, quanto meno una bella sciagura per Madre Terra è sempre più probabile.

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