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mercoledì 30 dicembre 2009

Nel 2010, facciamoci un favore...

La mia amica Nicole ha scritto un post molto bello e molto vero. Vi invito a goderne, a riflettere e, se volete, a continuare a leggere qui sotto.
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Esatto, Nicole! E' proprio questo il punto. Il fatto, cioè, che molto spesso (troppo spesso!) siamo soliti stare SOTTO quel banco. Piuttosto che sopra.

Nicole è una persona che ce la sta facendo. Ed è talmente impegnata in questo suo percorso che porta alla libertà, alla sua libertà, che non si pone più il problema, terribilmente castrante, di chiedersi se ce la farà o meno. Sta facendo e chi fa non si perde in chiacchiere nè in paure. Fa e basta!

Come è ovvio, la mia è prima di tutto un'autocritica e questo mi permette di affrontare l'argomento di petto, senza che qualcuno possa dirmi 'ma tu che ne sai...'.

Non nego che alcune difficoltà della vita, alcuni incastri, certe situazioni nonchè una buona dose di sfiga possano portare un uomo a piegare gambe e schiena ed a fargli cercare, purtroppo, protezione e conforto sotto quel banco. Ma noi - esseri umani, senzienti e intelligenti, sensibili e vivi - in tutto ciò che fine faremmo? Dove siamo? Con altrettanta sincerità e onestà intellettuale (per non dire con altrettanto amore verso se stessi) dobbiamo ammettere che un riparo del genere tutto è meno che un rifugio certo e sicuro.

Sappiamo che prima o poi certe situazioni/persone/problemi verranno/torneranno ad affacciarsi/tormentarci anche lì sotto. Tutto questo lo sappiamo bene, solo che alzare quella gamba e issarsi SOPRA quel banco non è cosa facile.

Ah sì, mentalmente... quante volte lo abbiamo immaginato/sognato/desiderato! Quante volte ci siamo visti fare quel gesto risolutivo e liberatorio. Quante volte ci siamo trovati a tanto così dal farlo, recitando come bambini il nostro countdown interiore: 'allora, al tre: uno... due... e...'. Ai quali, come appunto fanno bambini, immancabilmente seguivano i due e un quarto, i due e mezzo, i due e tre quarti e poi... Il nulla.

Per il nuovo anno ('e non solo!', direbbe Giacobbo), facciamo un favore a noi stessi: ammettiamo una volta per tutte che spesso (troppo spesso!) ci mettiamo d'impegno per saltare sui banchi altrui a dispensare insegnamenti a destra e a manca. E cominciamo e metterci di buzzo buono ad arrampicarci sul nostro. Perchè non è per nulla semplice.

Forse non è nemmeno cosa da tutti. Richiede tanto, tantissimo coraggio. Che non tutti, in fondo, ABBIAMO!

giovedì 24 dicembre 2009

Post scriptum a Una storia di Natale

Fuori da queste stanze e a proposito del mio racconto Una storia di Natale, qualcuno mi ha detto e qualcun altro mi ha scritto sollevando perplessità sul binomio festività-amarezza. Sento di dovere una risposta, anzi due: una da narratore (non ce la faccio a definirmi scrittore) e una da cittadino del mondo.

Quanto alla prima, da narratore non mi sento per nulla vincolato a raccontare storie necessariamente col sorriso, nè finali ispirati ad un generico volemose bbene. In questo, rivendico assolutamente la padronanza del soggetto e delle parole. Non può e non deve interessarmi la "fine" di un protagonista o di un personaggio che è frutto della mia immaginazione e che, come tale, nasce nella mia mente e muore con la mia penna. Inoltre, sono convinto che nè lieto fine e nè esito tragico di una storia possano rappresentare o tratteggiare l'ottimismo o il pessimismo dell'animo di chi scrive. Sarebbe troppo facile. In realtà, come esseri umani e pensanti, siamo ben più complessi.

Per quanto riguarda la mia visione del mondo, da cittadino del mondo, non trovo nulla di più incisivo che riportare le parole di un'amica di blog che ho imparato ad apprezzare e stimare come persona, oltre che come collega. Parole che fanno parte del suo commento alla Storia di Natale e che volutamente riporto a conclusione di questa mia breve riflessione:

"La storia non è per niente triste, è la realtà TRISTE perchè purtroppo è vera e contiene ancora troppe spirali di odio e rancore ed è ancora più triste pensare che esistono tragedie simili".

Grazie Miriam.

Mi preme solo aggiungere questo: io amo il Natale. Magari laicamente, magari solo emozionalmente, ma amo questi giorni, le musiche, i colori ad esso collegati, la magia del loro immaginario, perfino gli indottrinamenti commerciali ai quali ci hanno condizionati. Che volete: è una mia debolezza...

lunedì 21 dicembre 2009

Racconto breve: UNA STORIA DI NATALE - © di Marcus

Da qualche parte del mondo, un bimbo trasporta una pietra. Anzi, più di una pietra: tante pietre. Ma una sola per volta. Uno dei giochi che più lo diverte è quello di cercare una pietra che sia più grande di quella che ha in mano. Posare quest'ultima, prendere quella più grande e poi mettersi a cercarne una ancora più grande. E' un gioco che con il tempo ha imparato ad apprezzare, anche se non sa neanche lui bene il perché. All'inizio, cambiava frequentemente le sue pietre, poi man mano la ricerca si è fatta più ardua. Anche il giorno precedente era riuscito a portare a termine il suo gioco, ma con un solo cambio.

Non che i dintorni del villaggio offrano chissà quali e quante possibilità di gioco ad un bimbo. Nascondersi con i propri amici tra la dozzina di capanne e baracche sparse qua e là lo aveva divertito nelle occasioni in cui vi aveva giocato. Ma poi, un po' per la scarsità di nascondigli (sempre gli stessi), un po' perché i suoi compagni, in particolare quelli più grandi, erano spesso costretti a seguire gli adulti (quelli con i fucili) fin dalla mattina presto, il suo interesse per quel gioco era venuto meno, fin quasi a scomparire.

Meno male che, da solo e senza suggerimenti da parte di alcuno, aveva avuto questa idea delle pietre. Almeno poteva riempire in qualche modo quelle interminabili e secche giornate di sole a picco. In fondo, l'arida distesa di terra tutt'attorno al villaggio offriva una scorta di pietre praticamente infinita. Così il suo gioco non era mai lo stesso. Ed anzi questo fatto lo spronava ogni giorno ad una ricerca più attenta ed inevitabilmente più estesa di quella del giorno precedente.

Stamattina il bimbo si è alzato presto, talmente presto da aver visto gli adulti uscire. E mentre loro si allontanano nella direzione del sole, lui indossa i pochi stracci di ogni giorno e corre fuori. Da una parte, seminascosta alla vista dei più, c'è la sua pietra del giorno prima. E' una bella pietra, grande ben più del doppio delle sue manine, da una parte liscia e dalla parte opposta decisamente più irregolare. Non sarà facile, per lui, trovarne una più grande che sia in grado di trasportare con le sue sole forze fino a casa per poter continuare l'indomani il suo gioco. Proprio per questo, però, ha deciso di alzarsi presto: se deve cercare più lontano del solito non può certamente farlo quando il sole è già alto nel cielo.

Così avvolge la pietra nel lungo panno solitamente usato per trasportare i suoi trofei e, dopo averlo assicurato sulla spalla destra, esce dalla baracca. Prende nella direzione opposta a quella del sole, con l'intenzione di dirigersi da quella parte dove, qualche giorno prima, in lontananza, gli era sembrato di intravedere una strada per le auto. Ma quel giorno la sua pietra era ben più piccola e non aveva bisogno di allontanarsi più di tanto per trovare la sostituta. Però ha memorizzato l'esistenza di quella strada e per questo oggi vi si dirige senza esitazioni.

I suoi passi sono svelti e decisi e, nonostante l'aria non sia ancora quella torrida delle ore più calde, il bimbo comincia ben presto a sudare. Ma è abituato al sudore che gli bagna la fronte, il collo e il petto e non sarà certamente questo a frenare la sua ricerca. Non oggi, almeno, che si è alzato presto, così carico e determinato.

Cammina e suda, suda e cammina. Ed è soddisfatto quando vede la strada per le auto incrociare il suo cammino poco più avanti: lo inorgoglisce il fatto di non aver ricordato male e poi il nuovo territorio è del tutto inesplorato per lui, il che vuol dire buone possibilità di trovare la pietra giusta.

Il rombo di un motore che si avvicina velocemente lo fa voltare alla sua destra. Non si tratta di un solo veicolo, per la verità: dietro alla prima auto, scoperta e dalle ruote grandi e larghe, ce n'è un'altra, simile e con un bel paio di bandierine al vento. E poi un grande camion ancora più in là. La nuvola di terra e sabbia che affianca e segue questi veicoli impedisce allo sguardo di andare oltre, ma il rumore dei motori giunti ormai vicinissimi al bimbo è ben più grosso di quanto i suoi occhi riescano a vedere. Un rapido passo indietro lo toglie dal ciglio della strada e lo sottrae a quello che altrimenti sarebbe stato un terribile impatto con la prima auto della colonna militare.

Il bimbo lancia un urlo di spavento: solo un attimo prima ha visto le auto lontane ed ora, senza quel passo indietro, sarebbe schiacciato da quelle ruote così grandi. Solo un attimo prima...

E' solo un attimo, l'attimo dopo. L'attimo che segue quel passo indietro, quel miracoloso passo indietro che gli ha comunque allungato la vita. Se solo sapesse che in quello stesso preciso istante per altri bambini della sua età sparsi per il mondo è la mattina di Natale e che, più o meno in quel momento, tanti di loro sgambettano felici giù dal letto per correre a scartare i regali che Babbo Natale ha portato. Lui questo non lo sa e non lo saprà mai. Il vento di fuoco che lo travolge e lo divora e lo smembra in quell'attimo è lo stesso che, scatenato al passaggio delle ruote della jeep militare sull'ordigno nascosto sotto la sabbia, scaraventa frammenti di metallo e di carne e di sangue e di gomma a decine e decine di metri di distanza.

Quel che resta del bimbo pochi attimi dopo la deflagrazione è sparso tutt'attorno a quel tratto di strada, oscurato alla vista da un denso e acre fumo nero e da una nuvola di polvere molto più grande di quella che si avvicinava poco prima. Quel che resta della pietra - il frammento più grande, intendo – giace diversi metri lontano da dove si trovava solo pochi istanti prima. Non è più così grande, ora. Ma non c'è più nessuno a cui questo interessi.

mercoledì 16 dicembre 2009

Fini, "Silvio fermi i falchi". Sarà oscurato pure lui?

Stavolta mi limito ad un semplice copia/incolla. E vi invito a leggere come Francesco Verderami ricostruisce, sul Corriere della Sera di oggi e citando le parole del presidente della Camera, la tesissima giornata politica andata in scena ieri a Montecitorio. In più di un passaggio, Fini accusa esplicitamente il suo partito di avere grosse responsabilità nell'alimentare il clima di scontro: "Siamo stati noi ad accendere senza ragione i toni, ad alzare ulteriormente gli steccati".

Ora, finchè lo racconta a un giornalista del Corriere, rischia al massimo di essere attaccato politicamente. La domanda è: se lo avesse scritto su Facebook o sul suo blog rischierebbe l'oscuramento per incitamento all'odio e alla violenza? Ecco l'articolo.
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La visita di Bersani a Berlusconi in ospedale non era un gesto di cortesia ma un fatto politico. Era, secondo Fini, una mano tesa per avviare il dialogo: "E per tutta risposta il mio partito cosa fa? Prima Cicchitto lancia una bomba molotov nell'Aula di Montecitorio con un discorso sull'aggressione al premier che pareva scritto da Feltri. Poi Tremonti pone con arroganza la fiducia sulla Finanziaria". "Chiamatemi Berlusconi, per favore... Stavolta sono convinto che Silvio non c'entri nulla".

Lo scontro alla Camera si è appena consumato, la 'deprecabile' scelta del governo di porre la fiducia sulla Finanziaria, e il modo in cui il Pdl - poche ore prima - ha affrontato il dibattito sul ferimento del Cavaliere a Milano, ha mandato su tutte le furie Fini. Nell'attesa di sentire il premier, l'inquilino di Montecitorio analizza la seduta della mattinata, si dice "esterrefatto per l'assenza di lucidità politica del mio partito", è preoccupato per "il danno enorme che il ministro dell'Economia e il capogruppo del Pdl hanno fatto a Berlusconi": "Gli irriducibili gli stanno rendendo il peggior servizio. I falchi non lo aiutano. Perchè di solito i falchi hanno una vista acuta, questi invece non vedono al di là del loro naso. Spero li faccia ragionare".

Stavolta non è il solito copione, stavolta non va in scena - almeno così all'inizio pare - l'eterno dualismo tra 'cofondatori'. Ma è chiaro che l'esternazione di Fini in Aula ha scatenato il parapiglia nel centrodestra, minando i già fragili equilibri interni. Il fatto è che il presidente della Camera non si capacita di come il Pdl abbia "perso una grande occasione per mo­strarsi come una forza moderata, re­sponsabile, disposta al confronto".

Da leader politico, e non da carica istituzionale, ritiene che "assumendo un diverso atteggiamento si sarebbe potuto mettere in difficoltà l'opposizione", dopo le sortite improvvide di Di Pietro e Rosy Bindi: "Invece siamo stati noi - dice proprio 'noi' - ad accendere senza ragione i toni, ad alzare ulteriormente gli steccati. Fosse una strategia... Ma non lo è. E' un modo di procedere alla cieca. Solo Berlusconi può evitare che il tentativo di aprire una fase di confronto fallisca. Il nodo di fondo è questo".

Ed è per questo che Fini chiama il Cavaliere: vuole capire quali siano le sue reali intenzioni, oltre che aggiornarsi sul suo stato di salute. L'incontro in ospedale era stato 'toccante', "Silvio era meravigliato di vedermi, non si aspettava che sarei andato a trovarlo". Nemmeno l'inquilino di Montecitorio siattendeva di vederlo in quelle condizioni, siccome una smorfia del viso fa intuire l'entità del danno subito dal premier per il colpo.

Anche Fini ha avuto un colpo ieri mattina quando ha iniziato a presiedere l'Assemblea: "Ascoltando l'intervento di Cicchitto pensavo si trattasse di un capo degli ultrà. Non volevo crederci. E dire che tutti avevano concordato sul fatto di evitare polemiche e incendiare gli animi, dopo quanto era accaduto". Invece l'Emiciclo si è trasformato in una 'curva', mandan­do a farsi benedire le buone intenzio­ni dei leader di partito, l'appello del capo dello Stato, persino il messaggio distensivo di Berlusconi. "Che senso ha? E che senso aveva poi mettere la fiducia sulla Finanziaria?", si chiede il presidente della Camera.

Prima della decisione del governo, Fini aveva avuto un colloquio piuttosto acceso con il ministro dell'Economia. Dopo il primo voto in Aula sulla manovra, Tremonti si era preoccupato per l'esiguo margine di scar­to della maggioranza sull'opposizione e aveva rotto gli indugi, minacciando di rimettere l'incarico se la legge approvata in Commissione fosse stata modificata. Saltava così il 'patto parlamentare' sul quale aveva fatto affidamento anche Napolitano, che aveva chiamato il titolare di via XX Settembre, esortandolo a evitare il ricorso alla fiducia.

"Non ce n'era bisogno", secondo Fini: "Intanto perchè non c'era il rischio che passasse nemmeno un emendamento delle opposizioni. Poi perchè nella maggioranza tutti si erano impegnati ad essere compatti, consapevoli di non poter sgarrare, di non poter cambiare una sola virgola della manovra. Insomma, non c'era un problema di tempi, non c'erano problemi politici, non c'era ostruzio­nismo visto l'esiguo numero di modifiche presentato. Se così stanno le cose, e le cose stanno così, non si capisce la necessità di alzare il ponte le­vatoio". L'esame avrebbe dunque potuto andare avanti "senza strappi", ma "la paura di Tremonti, mista alla sua insensibilità politica, ha portato al voto di fiducia".

E ha indotto Fini a un'esternazione senza precedenti per un presidente della Camera. Prendendo atto della "legittima" richiesta dell'esecuti­vo, infatti, l'inquilino di Montecitorio ha definito la decisione "attinen­te solo a ragioni di carattere politico nei rapporti tra maggioranza e governo", esponendosi così alle critiche dei gruppi parlamentari di centrodestra, di ministri e dirigenti del Pdl: 'Fini si pone al di fuori del proprio ruolo istituzionale', 'Fini non aiuta l'apertura di un clima politico nuovo'.

"Fini - commenta Fini - può anche essere attaccato. E se qualcuno pensa di risolvere così i problemi, faccia pure. Ma non risolve nulla. Abba­ia solo alla luna". Le ferite di Berlusconi iniziano a rimarginarsi, quelle politiche invece si riaprono, semmai ci sia l'intento di suturarle davvero. Per questo 'Gian­franco' vuole parlare con 'Silvio', e finalmente arriva il contatto telefonico. Non è dato sapere se il Cavaliere abbia prima sentito Casini, che pure gli ha parlato ieri per invitarlo a "non lasciare il gioco nelle mani delle se­conde file". Al contrario di lunedì, stavolta i 'cofondatori' parlano di politica, e Berlusconi spiega a Fini che non ne sapeva nulla, "non sapevo nulla di quello che si è deciso". Sa­rà, ma pare che al termine della conversazione il Cavaliere abbia provato un moto di fastidio. Colpa delle ferite. Quelle politiche.

martedì 15 dicembre 2009

Piovono pietre e polpette avvelenate

Devo ammettere che le immagini viste l'altra sera, a caldo, mi hanno davvero colpito. E ho provato pena per quell'ometto frastornato e confuso, ferito e colpito, per il dolore fisico e psicologico che un colpo del genere deve aver portato alla sua persona. Sarebbe stupido se non lo ammettessi: la pietà e la comprensione umana vanno al di là delle ideologie. O almeno dovrebbero.

Quello che è successo è certamente sgradevole. Sgradevole e stupido. Non a caso è il gesto di una persona che patisce da anni problemi psichici. E non ha alcuna importanza che, interrogato dagli inquirenti, costui lo abbia motivato adducendo motivi di natura politica: le motivazioni di uno squilibrato, pur plausibili, rimangono comunque il frutto di una mente malata. Tra l'altro, non vi è alcunché di politico nel cercare di colpire una persona con un oggetto allo scopo di fargli del male; né un tale atto può assumere una connotazione del genere solo perché rivolto contro un uomo politico.

Eppure parlamentari e ministri di corte continuano da due giorni a volerci convincere che si sia trattato non del gesto di un matto, ma di un'aggressione che trova il suo seme e il suo germoglio nel clima di violenta opposizione alla persona del premier, un clima che, a parer loro, è stato creato ad arte dai nuovi “cattivi maestri”.

Il fatto è che i nostri rappresentanti politici dovrebbero rinunciare a ben più di qualche dose di ipocrisia finissima che evidentemente sono abituati a 'pippare' (=assumere) e a smerciare con la stessa facilità. Gli animi della nostra vita politica si accendono e si spengono a intermittenza, ogni qual volta fa comodo alle opposte fazioni: prova ne sia che al momento di giudicare uno di loro, destra e sinistra si fondono in uno schieramento pressocchè unico, forte e compatto (come insegna il recente voto del Parlamento chiamato ad esprimersi sull'arresto del sottosegretario Cosentino, chiesto dai magistrati che lo indagano per collusioni con i clan camorristi dei casalesi).

E poi affermare che il gesto del Tartaglia della situazione sia scaturito dal clima di odio contro Berlusconi equivale ad affermare che omicidi e stupri accadono e si ripetono a causa degli “insegnamenti” che in tal senso ci provengono da cinema e tv. E non mi pare proprio che nessuno dei nostri politici si stia preoccupando di vietare spettacoli e film dove tali fatti albergano in quantità industriale. Neanche Lui, che è proprietario di tre canali televisivi nonché di un'importante casa di distribuzione cinematografica.

Quel che mi stupisce, piuttosto, nelle affermazioni dei politici della corte del premier è invece insito nel concetto che loro vorrebbero che passasse come verità storica. Fatemi capire: se il gesto del Tartaglia della situazione fosse davvero sintomo di una patologia di odio violento contro Berlusconi, un odio talmente cresciuto negli ultimi mesi da portare i pezzi più deboli di una società civile ad imbracciare un'arma (anche impropria) per rivolgerla contro il capo del governo in carica, ebbene tutto questo non dovrebbe obbligare tutta una classe politica, a partire proprio dai rappresentanti di quel governo, a interrogarsi sui perché e i percome si sia arrivati a una situazione del genere? Non farebbe così il buon padre di famiglia alle prese con un figlio che gli si è rivoltato contro? D'accordo, le responsabilità del figlio sono personali, ma quale padre non si chiederebbe cosa abbia sbagliato nell'educazione del figlio e come provare a porvi rimedio?

Qui, invece, nessuno si pone alcun problema. Anzi, si propongono nuove leggi per creare nuove fattispecie di reato, come quella che sanziona il disturbo dello svolgimento di manifestazioni pubbliche. E' bello che in un Paese dove la soglia della legalità viene calpestata sempre più spesso dal cattivo esempio della classe politica che ci governa (corruzione, collusioni, spionaggi e ruberie varie), ci si meravigli della piega che prendono i suoi figli.

Il problema è invece un altro e continua ormai a riproporsi da troppo tempo. E' quello di una classe politica totalmente autoreferenziata, ormai distante dai problemi reali della gente, che non conoscono e che si rifiutano di conoscere. Non si vuole mettere nemmeno un dito in questi problemi, perchè sporcarsi le mani per risolverli costa tanta e tanta fatica e, probabilmente, anche diversi sacrifici e molti 'no' che si finirebbe per dover pagare alla successiva tornata elettorale. E questo, ovviamente, nessuno di lorsignori se lo può e se lo vuol permettere.

Così ci ritroviamo con un intero Paese fermo ad assistere alla degenza del premier. In tv e radio, a quarantotto ore dal fatto, non si parla d'altro. Anche soltanto l'idea di occuparsi di altro è aliena ai più: i dibattiti fra politici, giornalisti, opinionisti e fancazzisti del tubo catodico sono fermi a questa vicenda. Brutta, per carità... Ma non più importante di altre.

Per esempio, e di certo, non più importante delle tante drammatiche storie di coloro che, quasi ogni giorno, perdono la vita sul posto di lavoro. Delle tante drammatiche storie di coloro che si trovano improvvisamente senza lavoro e in mezzo a una strada: loro e i loro familiari. Delle tante drammatiche storie di coloro che si ritrovano taglieggiati e oppressi proprio dallo Stato, dalle banche, dalle grandi compagnie della sanità, del credito, della comunicazione, dell'energia che influenzano a loro piacimento (e a suon di soldoni) le politiche di questo o quel governo, a scapito e sulle spalle di tanta gente.

Questa gente non la va a trovare nessuno, non ha la fila di politici e personalità dietro la porta di casa, né quando stanno bene né quando stanno male. Questa gente, spesso, sempre più spesso, muore da sola e nell'indifferenza più totale.

sabato 12 dicembre 2009

La lotta alla mafia e i distinguo della politica

Perchè se catturano un pericoloso boss di mafia non si dice che è un presunto pericoloso boss di mafia, almeno fino a che la sua condanna non sia definitiva, come ci si affretta a fare invece quando arrestano un politico o un amministratore pubblico?

Perchè se la cattura di questo presunto boss avviene con l'uso di intercettazioni telefoniche o ambientali, ovvero attraverso appostamenti e riprese video con telecamere nascoste, per lui nessuno invoca il rispetto della sfera privata e dei sacrosanti principi della privacy?

Perchè se la cattura di questo boss avviene grazie alle indicazioni fornite dai pentiti si dice che l'impianto normativo vigente nel nostro Paese in materia di lotta alla mafia è all'avanguardia e addirittura un modello di legislazione antimafia per gli altri Stati, mentre invece per altri tipi di dichiarazioni rese dai pentiti si punta subito il dito contro l'apposita legge che ne disciplina l'uso, sottolineando l'urgenza di una urgente revisione della materia?

Perchè quando magistrati e forze dell'ordine portano a termine una vasta e complessa operazione antimafia, con numerosi arresti e il sequestro o la confisca di ingenti patrimoni, si dice che è stato smantellato un intero clan mafioso e quando, invece, si inviano alcuni semplici avvisi di garanzia a politico o amministratori pubblici si tiene a sottolineare che si tratta di un mero atto dovuto?

Perchè quando queste operazioni coinvolgono gente comune si dice che si tratta di veri e propri delinquenti e assassini, mentre quando toccano altre persone ci si indigna e si corre a mettergli davanti microfoni e telecamere per permettergli di dire la loro quando non di contrattaccare

Perchè in occasione di alcune di queste operazioni antimafia i comunicati stampa dei politici esprimono grande soddisfazione, plauso e ringraziamento per l'opera di magistrati e forze dell'ordine, mentre in occasione di altre analoghe operazioni tali comunicati stampa se la prendono invece con l'operato di magistratura e forze dell'ordine?

Perchè la lotta alla criminalità organizzata è definita talvolta come riscatto dello Stato che vuole e deve riaffermare i principi di legalità e talvolta come un uso distorto della giustizia da parte di un potere come quello giudiziario che esonda dalle proprie prerogative?

Perchè quando viene arrestato un boss ci si indigna per le reazioni anche violente di familiari e accoliti contro le forze dell'ordine che lo hanno catturato e la stessa cosa non avviene quando, in presenza di contestate violazioni di legge, altri si sentono in diritto di invocare l'affermazione elettorale come scudo alle pretese della giurisdizione?

Perchè un pentito che parla talvolta aiuta la giustizia e talvolta è uno strumento di lotta politica

Perchè quando parla un boss mafioso pentito e racconta la sua verità non è credibile in quanto è un pluriomicida, un assassino, uno che ha sciolto bambini nell'acido e quando, invece, il giorno dopo ne parla un altro, non pentito, e racconta una verità esattamente contraria la sua deposizione ristabilisce giustizia su tante falsità?

Perchè si chiede a un magistrato di intervenire meno a convegni per concentrarsi di più sul proprio lavoro, se poi quando svolge con ostinazione il proprio lavoro viene additato di essere comunista e di complottare contro il potere politico-istituzionale del Paese, quando addirittura non si fanno leggi per impedirgli di lavorare come dovrebbe?

Perchè se un boss mafioso depone in un processo e si chiama Spatuzza va considerato attendibile o meno a seconda se fa comodo o meno e se invece si chiama Graviano va considerato attendibile o meno a seconda se smentisce o meno le parole dell'altro?

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Torno ad affacciarmi dopo un bel po' di giorni di assenza. Non vuol dire che sia ritornato a tempo pieno, però intanto è qualcosa. Piuttosto, un rapido giro di orizzonte su alcune delle pagine che normalmente frequento mi ha fatto sentire come se mancassi da mesi: chi festeggia anniversari (ma per me è come se ci fossi da sempre!), chi ha perduto Tutta Vita in 3 secondi e come una fenice ha saputo risorgere più bella che pria (grande!), chi è in viaggio di nozze con se stessa colma d'amore e desiante amore (brava!), chi ho lasciato in preda a mega-arrabbiature ed ora augura Buon Natale a tout le monde, chi dedica immagini, chi cucina polpettoni, chi..., chi..., chi... Però, mica male! Un grande abbraccio a tutti e a presto!

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