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venerdì 26 giugno 2009

La Sinfonia dell'Anello incanta l'auditorium di Roma

Dieci meritatissimi minuti di applausi con tanto di standing ovation hanno salutato, ieri sera, le ultime note della sognante Into the West, l'aria con la quale il compositore canadese Howard Shore ha concluso la The Lord of the Rings Symphony, nella sua “prima” all'Auditorium Parco della Musica di Roma.

Due ore circa di sinfonia durante le quali il creatore della colonna sonora della pluripremiata trilogia cinematografica tolkeniana ha saputo condurre magistralmente gli oltre duecento elementi, fra orchestra, coro e voci bianche, a sua disposizione. Incalzante dalla prima all'ultima nota, senza concedere alcun riposo alla propria mano destra, Shore ha preso letteralmente per mano gli eccellenti maestri dell'Accademia di Santa Cecilia, traendo dalle loro corde, dai loro fiati, dai loro tamburi tutta l'intensa drammaticità che gli appassionati del Signore degli Anelli avevano avuto modo di avvertire in sala durante la visione dei tre film. Ma qui la suggestione regalata dall'esibizione dal vivo e dalla eccezionale pulizia del suono prodotta dalla Sala Santa Cecilia dell'auditorium romano hanno reso l'esperienza una questione davvero di brividi!

Non a caso le circa duemila persone presenti hanno seguito in religiosissimo silenzio i due tempi della sinfonia, incantati dalla musica e dalle immagini dei bozzetti della sceneggiatura che accompagnavano, per volontà dello stesso Shore, le note del concerto. Ammaliati al punto di non provare nemmeno ad interrompere con il giusto e meritato applauso la conclusione dei singoli movimenti previsti dal programma, per non rovinare la magica atmosfera che aveva invaso la sala.

Un'esperienza musicale incredibile che chi scrive ha avuto la fortuna di poter vivere ieri sera. Il meraviglioso tributo di uno dei più grandi compositori di musiche da film ad una pellicola che ormai fa parte della storia del cinema mondiale e, al tempo stesso, ad una delle opere letterarie, quella del grande Tolkien, fra le più belle mai scritte.


PS: Probabilmente gli appassionati potranno, meglio degli altri, immaginare i brividi di cui parlo... E io la loro invidia, eheheh!

giovedì 25 giugno 2009

Il G8 e lo zoosafari de L'Aquila
(dedicato a Guernica e alla gente d'Abruzzo)

Su G8 e terremoto in Abruzzo, leggi anche:
Sulla situazione post-terremoto a L'Aquila e dintorni, leggi anche:
Ciascuno di noi ha il suo modo di leggere e interpretare gli avvenimenti che vede accadere intorno a sé: quelli più piccoli e quelli più grandi che un giorno potrebbero finire negli annali che raccontano le cronache di questi anni. Quella che segue, ad esempio, è la mia chiave di lettura del G8 che si svolgerà fra qualche giorno a L'Aquila.

Dall'8 al 10 luglio prossimi, infatti, si riuniranno nel capoluogo abruzzese i capi di Stato e di governo degli otto Paesi più industrializzati, ai quale si uniranno, in qualità di invitati, altri leader dello scenario politico mondiale. L'Italia è il presidente di turno della riunione, con grande soddisfazione del nostro presidente del Consiglio che, almeno per qualche giorno, avrà modo di padroneggiare la scena delle cronache mediatiche per argomenti diversi rispetto a quelli che lo hanno visto protagonista negli ultimi temi sulle prime pagine di giornali e tg: le veline candidate nel Pdl, il caso Veronica e la separazione dalla moglie, il caso Noemi e i suoi rapporti con Papi, le inchieste sulle feste a Villa Certosa fra capi di Stato e bagordi.

Sappiamo e ricordiamo tutti come nacque l'idea di spostare il G8 dall'isola sarda della Maddalena nella città devastata dal terribile sisma del 6 aprile scorso. L'intenzione di Berlusconi è evidente: sfruttare l'attenzione mondiale per la riunione dei grandi della Terra per mostrare urbi et orbi le capacità del suo governo nella ricostruzione dell'Abruzzo e de L'Aquila in particolare e, al tempo stesso, sfruttare l'impatto di suggestioni che le immagini porteranno in giro per il mondo. Un meccanismo di megalomane mistificazione che, in tempi non troppo lontani, abbiamo già visto ad opera dall'allora capo del governo Mussolini, allorchè fece sfilare più e più volte i pochi soldati e mezzi militari del suo esercito sotto gli occhi dei rappresentanti delle potenze mondiali.

A distanza di una settantina di anni, la storia si ripete, ma con una grande differenza rispetto ad allora: stavolta la voglia di mostrare i muscoli del nostro premier investirà e travolgerà la vita di migliaia di persone che già troppo hanno sofferto a causa del terremoto. E non solo nei tre giorni dell'evento!

Per la sua portata, la riunione impone infatti misure di sicurezza straordinarie che vanno organizzate per tempo: bonifica e sorveglianza di luoghi e percorsi prima di tutto. A partire dalle sedi che ospiteranno i lavori del summit e le corpose delegazioni internazionali, per continuare con le principali vie di collegamento da e per l'aeroporto in occasione degli arrivi e delle ripartenze. E, poiché la vita politica italiana ha i suoi palazzi a Roma, così come nella Capitale sono il Vaticano e il Papa, l'imponente apparato di sicurezza dovrà occuparsi di blindare strade e autostrade di collegamento con L'Aquila per rendere realizzabili le visite degli otto capi di Stato e di governo con Napolitano e Ratzinger.

Un capitolo a parte di questo G8 aquilano, forse uno dei più importanti mediaticamente ed economicamente, riguarderà la vetrina delle macerie. Non vi pare già di vederli i grandi della Terra mentre, come fossero ai Musei Vaticani o agli Uffizi, contemplano gli effetti devastanti che il braccio violento della Natura ha provocato sulle chiese, sui monumenti e sulle costruzioni civili del capoluogo abruzzese? Non vi pare di vederli, ripresi dalle telecamere dei più potenti network televisivi mondiali, mentre camminano fra cumuli di macerie, palazzi crollati e cantieri che hanno avviato l'opera di ricostruzione? Non vi pare di vederli, mentre innalzano lo sguardo sul frontone della cattedrale, il cielo azzurro sullo sfondo delle loro teste alzate, mentre Berlusconi con un gesto plateale del braccio e delle dita della mano indica loro quel che rimane di quel simbolo della nostra storia sacra?

Ebbene, è evidente che per rendere possibile la visita di Obama & Co. nello zoosafari del centro storico de L'Aquila, occorrono due presupposti fondamentali. In primo luogo, far sì che lo status quo post-terremoto sia mantenuto inalterato: un po' come si fa in un acquario o in una teca museale. Per questo occorre che le macerie rimangano, desolatamente, macerie, in modo da restituire ai partecipanti alla visita guidata una palpabile sensazione di vissuto orrore; per questo occorre che la pulizia, il ripristino e la stessa opera di ricostruzione siano sì presenti, ma non predominanti sulle mura crollate, sui monumenti deturpati, sulle bambole disperse qua e là; per questo occorre che gli abitanti siano lasciati fuori, per non rovinare un così suggestivo scenario. Come in una grande scenografia cinematografica, che in questo caso, però, deve limitarsi a qualche ritocco da fare sul già drammaticamente vero offerto dalla città. In secondo luogo, occorre far sì che tale desolazione sia più possibile sicura durante la visita. E per questo la zona è stata militarizzata ormai da tempo, per questo è stato vietato l'accesso ai residenti, se non in poche occasioni attentamente sorvegliate e comunque di portata molto limitata. Andate a leggere, se già non lo avete fatto, le testimonianze che propongono la cara Guernica e la Signora in Rosso (che ringrazio qui di cuore!) nei rispettivi blog che ho linkato all'inizio di questo post... E rabbrividite!

Queste sono le ragioni, al di là di tante chiacchiere, che stanno alla base della mancata restituzione agli aquilani della loro città, delle loro case, delle loro cose: l'acquario deve mantenersi pulito, in ordine e integro, con tutti gli orrori e le suggestioni al suo interno. Come quei villaggi africani che il tour operator ti propone durante il viaggio di nozze per farti credere di poter fare così un tuffo nella realtà quotidiana locale: falso realismo in un dorato itinerario turistico.

Credete davvero che gli abruzzesi potranno beneficiare delle infrastrutture e dei servizi che saranno portati nelle loro terre, eccezionalmente, per assicurare la migliore realizzazione dell'evento? Credete davvero che il G8 lascerà loro le opportunità tanto sbandierate dal governo non appena il baraccone sarà stato smontato? Pensate davvero che le linee telefoniche ed elettriche portate in loco, così come i cantieri aperti e le squadre di operai all'opera per tutta la durata della riunione, rimarranno anche per gli aquilani una volta che gli appalti delle imprese che lavorano al G8 saranno finiti con il G8 stesso?

A costo di rischiare la faccia, voglio sbilanciarmi in un paio di previsioni. La prima riguarda il fatto che, messo da parte l'appuntamento con la Storia, la situazione delle strutture edilizie sarà come per miracolo riconsiderata benignamente dai tecnici della protezione civile e i cittadini de L'Aquila potranno riappropriarsi finalmente della loro città. Per la seconda previsione mi spingo veramente più in là: vogliamo scommettere che con il G8 si chiuderanno anche gli eventi sismici di rilevante portata, come quello che ha colpito il territorio solo tre giorni fa e che ha fatto dire al sindaco Cialente "quanto accaduto ieri sera e stamattina riduce di certo la voglia di rientrare nelle case"? Di certo ha ridimensionato il tenore della protesta di tanti aquilani...

lunedì 22 giugno 2009

Vorrei essere Sam

Odio gli eccessi. Di qualsiasi natura e genere.

Odio chi spinge sull'acceleratore della propria vita per dare dimostrazione delle proprie capacità, della propria grandezza, del proprio saper fare.

Odio chi sale su un piedistallo per far vedere agli altri che sono più in basso, chi trasforma la propria esistenza in una gara contro tutto e contro tutti perchè altrimenti non si sente realizzato.

Odio chi cerca a tutti i costi una vita spericolata, perchè di quella cosiddetta normale non sa che farsene: probabilmente la propria posizione di privilegiato gli impedisce di impattare molte delle quotidiane difficoltà dei più che l'ordinario, nella sua infinita bontà, sa elargire.

Odio chi beve, chi si droga, chi si impasticca per cercare una via di fuga o, peggio ancora, per moda. Certo, si tratta di malattie vere e proprie e chi le contrae ha diritto ad essere curato come un malato e non trattato come un rifiuto. Ma che non si faccia finta di dimenticare che qui il bacillo, la prima volta, lo si è andato a cercare volontariamente.

Odio chi si butta da una parte con la scusa della depressione: la mancanza di volontà non ammette giustificazioni ed oggi è inammissibilmente inflazionata.

Odio chi non ama e giustifica questa sua affermazione col fatto di non averlo mai saputo fare o di non saperlo più fare.

Odio coloro che non conoscono il rispetto, che ritengono non all'altezza gli altri intorno a loro, che ritengono incapaci le persone senza neanche conoscerle: avete fatto caso che questi non si mettono mai alla prova con l'ordinario? Si celebrano, si incensano e si beano delle loro presunte superiorità e poi te li ritrovi nel panico semplicemente ad acquistare un paio di scarpe...

Odio i rambo, i convinti, i supermacho, quelli che amano le moto come simbolo di virilità.

Odio quelli che... "io non ho mai pianto", "che cazzo piangi!", "e dai adesso piangi, no?": non sanno ascoltare se stessi, nè in un senso nè in un altro. Non li vedi mai sorridere: il sorriso parte dall'interno e presuppone orecchie che non tutti hanno.

Odio chi si sente solo bianco o nero, chi non concede vie di mezzo nè a se stesso nè agli altri. Chi non ammette sfumature di grigio tanto più quando possono essere l'unica soluzione per crescere.

Odio chi non chiede mai scusa, chi non sa tornare sui propri passi, chi non è umile, chi non sa perdonare e, soprattutto, perdonarsi.

Odio chi non ammette di amare, chi si trincera dietro un muro invalicabile... "perchè almeno così non soffro", "perchè ci son cascato una volta e non voglio cascarci più". Chi si nasconde dietro un dito perchè... "è meglio non darsi mai completamente", senza accorgersi che, allo stesso modo, non assaporerà mai nulla completamente.

Odio chi non ha un cuore, ma anche chi il suo cuore lo ostenta per mostrare di averlo.

Odio chi punta il dito. Ma, ancora di più, chi non accetta di essere giudicato o messo in discussione.

Odio tutti quelli che si sentono Aragorn, Legolas o Gimli; quelli che giocano a fare Gollum per convenienza o per mancanza di una volontà propria; o i Gandalf di professione, che tutto sanno risolvere solo perchè loro son maghi.

Amo Sam, perchè è genuino, sincero, umile, semplice e disponibile. E' lui il vero protagonista di quella meravigliosa metafora della vita che è Il signore degli anelli: è grande e immenso pur essendo solo (!) un hobbit. Anzi, forse proprio per quello! Ce ne sono tanti in giro, ma non sappiamo riconoscerli, impegnati come siamo nella ricerca di ben altri eroi; abbagliati come siamo dal superficiale lucore della loro presunta grandezza; addomesticati come siamo da una cultura che esalta braccia, gambe, addome e petto e si dimentica del muscolo più importante di tutti: il cuore.

giovedì 18 giugno 2009

L'orto dei miracoli

E' passato qualche mese da quando, con fiducia, passione e sudore, ho lavorato e preparato il piccolo pezzetto di terra rubata al giardino e destinato ormai da qualche anno ad ospitare il mio orticello.

E', quello, davvero un piccolo spazio: un quadrato non più grande di quattro metri per lato, chiuso per metà dal muretto confinante con la proprietà del vicino e per l'altra metà da una semplice staccionata in legno che ha il solo scopo di tenere lontano Leo e le sue scorribande canine. Eppure in quei pochi metri quadrati avvengono cose grandissime, che hanno spesso a che vedere con veri e propri miracoli. Magari in tal modo si palesano solo a me, ma tant'è...

Il primo di questi prodigi si verifica puntualmente ogni volta che varco il cancelletto d'entrata. Anzi, per l'esattezza, la magia si sprigiona al momento di spingere il paletto del chiavistello nella posizione di chiusura. Voi non avete idea di quante cose rimangano chiuse fuori da quel cancelletto e da quelle mura invisibili! Non potete nemmeno immaginare come quel piccolo atollo possa diventare sconfinato ogni qual volta vi metto piede!

Ed io mi sento il signore di quel minuscolo, immenso regno! Un cavaliere che torna al suo castello dopo una crociata... Un Ulisse che ritrova la sua Itaca dopo tanto vagare e perigliare... Ad accogliermi, ogni volta, c'è una banda: la musica del suo repertorio però non prevede suoni, ma una variegata sinfonia di profumi che invade i sensi e mi trascina lontano. Sapete... come si vede nei cartoni animati, quando un fiume di colori, uccellini e note spinge ogni cosa che incontra lungo il suo corso svolazzante, con destinazione l'orizzonte e il sole...

Profumi... ce ne sono di intensi, come quelli che sanno regalare basilico e finocchietto; di più delicati, ma ugualmente coinvolgenti, come quelli che salgono dai pomodori e dai cetrioli; e c'è l'odore della terra bagnata con le sue ricchezze sottostanti. Pure quelle piante che non hanno un profumo da donare, riescono comunque a catturare i tuoi occhi con il loro colore: pensate solo al viola intenso delle melanzane e al giallo dei fiori delle zucchine...

Tutto vive e pulsa lì dentro: che abbia già fruttato o meno non ha alcuna importanza. Tutto lì dentro è ben lieto di donarsi alle nostre mani e alla nostra cura. E più tu prendi e più loro vengono fuori. E' la loro stagione, il loro momento: ballano solo tre, quattro mesi, poi si ritirano in attesa che tu voglia tornare a chiamarle.

Io lì mi sento bene: come altrimenti potrei definire quello che provo?

Quando riapro quel cancelletto per uscire, torno nel mondo reale, dove i sogni possono diventare incubi (fortunatamente non sempre!) e le lacrime trasformarsi in sorrisi (non sempre, purtroppo!). Dove nulla è immobile (fortunatamente!), ma dove tutto può anche accadere (purtroppo!).

Il nostro orto è pieno di giardini meravigliosi da coltivare che attendono solo noi...

La considerazione me l'ha donata una persona speciale e io la regalo con piacere a chiunque senta di condividerla.

martedì 16 giugno 2009

Quel che è successo ieri


Q
uel che è successo ieri, tra pomeriggio e sera, su queste pagine è qualcosa di magico.

Un variopinto dipinto di anime intense e vicine, di voci garbate e sincere, di mani che stringevano mani e braccia che circondavano braccia. Un rave, ma di quelli buoni però, dove nasceva qualcosa senza che venisse fatto nulla di particolare… solo stando insieme.

Un gruppo di menti e cuori predisposti all’incontro, favoriti da un destino benigno che ha fatto in modo che in tanti fossero lì, in quel momento e per un bel po’ di tempo, disponibili a ridere e scherzare, ad aprirsi e riflettere. E prima in una piazza, poi in un’altra e in un’altra ancora: indifferenti alle barriere dello spazio reale come a quelle dello spazio virtuale. Un attimo qui e l’attimo dopo su un altro blog, a continuare discorsi aperti altrove e con altre persone, a condividere sorrisi e risate iniziati su altre pagine, a dire la propria liberamente e senza timori verso chi fosse in quel momento presente.

È difficile anche solo voler ricostruire una cronologia di quel che è accaduto: è accaduto su diversi piani paralleli, come tanti universi attraversati improvvisamente da una folata robusta e decisa di vita viva e fremente.

Passare dal commento uno-ad-uno all’aprirsi prima verso un altro e poi ad un altro ancora. Condividere con altre anime contemporaneamente un sentiero iniziato in due, per arrivare alla fine ad avvertire l’urgenza e la necessità di rivolgersi a tutti: a tutti coloro che erano effettivamente presenti, ma anche a tutti coloro che potenzialmente potevano esserlo. Ed era un TUTTI davvero percepito con tutte le lettere maiuscole: andate a rileggerlo fra i commenti!

Un piccolo miracolo fatto di niente di che, ma grande e profondo per il solo fatto di essere avvenuto. Un piccolo ma infinito momento che credo ognuno ricorderà e rivivrà con piacere ogni volta che vorrà riandare con la memoria e con gli occhi sui tanti rivoli (in alcuni casi, veri e propri torrenti!) di parole che ciascuno ha voluto versare nei tanti commenti lasciati.

Alla fine tutti abbiamo avuto voglia che la magia continuasse e, soprattutto, che fosse reale. Una sensazione simile a quella che, esausti ma ancora vibranti di vita, proviamo appena dopo aver fatto l’amore, quando la voglia di comunione e di fare insieme si accompagna al languore di stomaco, alla voglia di preparare qualcosa da mangiare, mentre ci si guarda, pieni ma non sazi l’uno dell’altra.

Anche qui è nata la voglia di una spaghettata. E magari, solo per un attimo, ne abbiamo avvertito l’odore, il rumore delle sedie spostate più e più volte per far posto a chi veniva ad aggiungersi e a chi avremmo voluto fosse presente, il pensiero di fare insieme, chi fra i fornelli, chi ad apparecchiare la tavola, chi a passare dagli uni agli altri con il desiderio di poter fare qualcosa insieme. Cosa poteva esserci di più naturale e di più spontaneo a quel punto, se non il finire insieme ciò che era iniziato insieme…

Grazie di cuore a chi c’è stato e ha voluto scrivere con l’inchiostro della propria anima questa pagina meravigliosa! Grazie di cuore a chi ha ospitato nel proprio spazio parte di un tutto che era dappertutto in quel momento! Non lo dimenticherò… Non lo dimenticheremo!

venerdì 12 giugno 2009

Di Marco in Marcus

Avviso ai naviganti: questo blog mi sta trasformando.

Non so se sia una logica evoluzione di questa nuova passione, magari combinata all'abitudine di scrivere: non ho l'esperienza sufficiente per azzardare analisi di questo tipo, dal momento che curo queste pagine solo da pochi mesi. Quindi non so se quello che di me sto rendendo pubblico oggi costituisca una passaggio naturale nell'avventura di un blogger o se si tratti, invece, di una mia personale esperienza. E alla fine, in fondo, neanche mi interessa più di tanto saperlo...

Quel che è certo è che spesso mi capita di svegliarmi pensando alle tante cose che vorrei scrivere qui da me e sulle pagine dei miei amici e amiche speciali. E altrettanto spesso mi accade di fare questo come ultima attività della mia giornata. Eppure io vivo già tutta la mia vita professionale scrivendo o lavorando al pc... Tuttavia, mai parlando di me, di quel che più amo o che proprio non mi va. E forse è questo il valore aggiunto che mi spinge fortemente a dare e fare di più.

Questo blog mi sta trasformando, dicevo. Trovo che fondamentalmente siano due i sintomi evidenti di ciò. Il primo è che parlo con le persone reali, nel mondo reale, in modo differente da prima. Cioè, il tono, la forma, le parole stesse che uso da un po' di tempo a questa parte nel quotidiano assomigliano, stranamente, sempre più a quelle che uso nello scrivere su queste pagine. Non so come ciò sia possibile, ma vi assicuro che a orecchio è così.

Il secondo sintomo, diretta conseguenza del precedente, è al momento fonte di qualche disagio interiore. Mi pare, infatti, che il vero Marco sia molto più quello che scrive questi post o che va commentando in giro gli affari degli altri, che non quello che vive, parla e agisce nella vita di tutti i giorni. Non che quest'ultimo sia un falso o vada abitualmente nascondendosi dietro una maschera, ma quello del blog (per capirci) spesso mi suona più vero... più nudo!

Se c'è uno psicologo fra voi, dica se devo cominciare a preoccuparmi... Mi trovo bene qui e sono felice di esserci. Qualcuno ieri sera ha (ri)visto oppure ricorda il bellissimo film “Risvegli”, con Robin Williams e Robert De Niro? Ecco... io ho appena iniziato a godermi pienamente la mia passeggiata outside e non voglio pensare a se o a quando tornerò ad addormentarmi...

Amo queste pagine e ho iniziato ad amare anche molti di voi!

giovedì 11 giugno 2009

La forza dei limiti

Qualche tempo fa, a proposito della crisi economica, riflettevo sulla possibilità che tale crisi potesse costituire un'opportunità, offerta un po' a tutti, nazioni e singole persone, per ripensare stili di vita e rifondare la società contemporanea su modelli diversi di comportamento e di aggregazione sociale. Nuovi stimoli per uomini nuovi, insomma, per ricostruire sugli errori del passato.

Analogamente, penso che un ragionamento di questo tipo possa e debba essere fatto a proposito della crisi di valori in cui stiamo evidentemente precipitando. E non sto parlando di valori di stampo religioso, per la cui difesa i rappresentanti dei diversi credo hanno storicamente dimostrato l'incoerenza e spesso la contraddittorietà tra quanto predicato e quanto realizzato, se non addirittura di voler ridurre tutto a una mera contrapposizione tra vero dio-vera dottrina e falsi dei-falsi insegnamenti. O, comunque, questo è quello che a me appare evidente.

Sto parlando di valori etici e morali che dovrebbero essere alla base di un'umanità che vuole tendere all'evoluzione. Valori che fanno già parte di noi solo per il fatto di possedere dei sensi che percepiscono e una mente che elabora. Valori che di per sé valgono a regolamentare l'ambito dei nostri comportamenti, verso noi stessi e verso gli altri.

Valori, soprattutto, che abbiamo dimenticato o stiamo smarrendo perchè non siamo più abituati a guardare a noi stessi e a farlo con l'onestà e l'umiltà che l'amore per il vero esige. Non ci conosciamo più perchè non abbiamo più voglia di fare i conti con noi stessi, non abbiamo più voglia né tempo per la verità, preferiamo sfuggire la realtà perchè il confronto con essa ci costerebbe lacrime e sangue.

Abbiamo dimenticato che la condizione umana ci pone dei limiti. Far finta che non sia così (come purtroppo capita sempre più spesso di osservare) significa contraddire la nostra stessa umanità. Tuttavia, come per la crisi economica mondiale, il senso del limite può rivelarsi una inattesa risorsa. Proprio perchè finiti e contingenti, abbiamo la necessità di crescere con gli altri, di non essere soli, di evolverci insieme. E' inevitabile farci comunità: una comunità consapevole delle proprie risorse.

In questo senso, sofferenza e dolore ci offrono una sorprendente opportunità: quella di aprirsi agli altri. A pensarci bene, possono costituire una risorsa che si sprigiona proprio da tali situazioni di disagio: ci aiutano a farci uscire dall'isolamento per ricordare a noi e agli altri il bisogno reciproco di solidarietà.

E non si tratta di guardare alla vita da sottomessi o di fuggire dagli impegni e dalle battaglie che essa richiede. Non si tratta di rimettersi passivamente alla divina provvidenza, all'aiuto altrui, alla benevolenza del fato o... allo sbarco degli alieni. Qui si tratta di umiltà d'animo, di onestà verso se stessi: sguardi rivolti al proprio io-interiore che non fanno necessariamente a cazzotti con il buon senso e, soprattutto, con la conoscenza di sé.

Anzi, è vero proprio il contrario: solo una reale consapevolezza di noi stessi (con i nostri pregi, i nostri difetti, le nostre insuperabili capacità e i nostri limiti) può restituirci quella autenticità che perdiamo ogni qualvolta che, per necessità o per vezzo, indossiamo una delle nostre tante maschere; solo l'effettiva coscienza di ciò che siamo può restituirci quella libertà di esprimere pienamente noi stessi, tanto nei momenti di gioia quanto nelle vicende drammatiche.

La sfida, semmai, è proprio quella di innalzare sempre di più l'asticella della nostra prova: estendere il limite umano attraverso le nostre doti di conoscenza, studio, caparbietà. Desiderare di volare là dove non siamo mai arrivati, di essere quello che fino ad oggi non siamo mai stati. Finalmente l'uomo per l'uomo e non solo per se stesso.

"Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza"

mercoledì 10 giugno 2009

Tornatore: prove tecniche di capolavoro

Il premio Oscar Giuseppe Tornatore, uno dei pochi registi italiani in grado di raccontare grandi storie per immagini, ha presentato oggi il suo ultimo film, Baari'a, che aprirà la prossima Mostra del Cinema di Venezia e sarà nelle sale cinematografiche a settembre. Eccone un piccolo, piccolissimo assaggio...

"Baari'a - spiega Tornatore nelle note di regia del film - è un suono antico, una formula magica, una chiave. La sola in grado di aprire lo scrigno arrugginito in cui si nasconde il senso del mio film più personale. Una storia divertente e malinconica, di grandi amori e travolgenti utopie. Una leggenda affollata di eroi... Ma Baari'a è anche il nome di un paese siciliano (Bagheria, dove il regista è nato il 27 maggio del 1956) dove la vita degli uomini si dipana lungo il corso principale. Poche centinaia di metri, tutto sommato. Ma percorrendole avanti e indietro per anni, puoi imparare ciò che il mondo intero non saprà mai insegnarti".

Ci sono tante cose che mi piacciono già solo in questa breve presentazione... Ora attendo con ansia.

Nella foto in alto, Tornatore sul set del film.

martedì 9 giugno 2009

Europee 2009: la minoranza vince

C'è una cosa che non capisco. Non la capisco più dal punto di vista logico che da quello giuridico. E mi piacerebbe tanto che qualcuno mi fornisse una spiegazione. Ma prima una piccola premessa.

Se alle riunioni di condominio non viene raggiunto il cinquanta per cento più uno dei millesimi l'assemblea non può riunirsi, nè tanto meno prendere decisioni. Ci si aggiorna ad una nuova data e si va tutti a casa.

Lo stesso vale, mi pare, quando è chiamato ad esprimersi il consiglio di amministrazione di una società: occorre la maggioranza assoluta dei membri di diritto per dirsi validamente costituiti in assemblea. Famosi sono, in questo senso, i tristi esempi dei balletti che avvengono di sovente nei consigli di amministrazione della Rai, dove, al momento giusto, c'è sempre qualcuno che si alza e se ne va per rendere impossibile, agli altri, deliberare.

E che dire dei quorum che sanciscono la vittoria di una petizione popolare, di un referendum abrogativo? Occorre la maggioranza degli aventi diritto al voto per sancire la vittoria dei sì e fare in modo che il Parlamento sia costretto (sic!) a modificare la norma in questione.

Ora, a quest'ultima tornata elettorale europea che si è appena conclusa, calcoli e dati ufficiali alla mano, su 375 milioni di cittadini UE aventi diritto ad esprimere il proprio voto nei 27 Paesi dell'Unione solo il 42,85% si è recato ai seggi e ha infilato la propria scheda nell'urna. Tra l'altro si è trattato della percentuale più bassa mai registrata dal primo eurovoto nel lontano 1979...

Mi chiedo: come può dirsi validamente, giuridicamente ed effettivamente costituita un'assemblea parlamentare che è espressione della minoranza degli elettori europei? Analogamente a quanto accade in altri settori, come può essere che persone elette alla carica di parlamentare europeo da una minoranza possano validamente sedersi in quell'aula e deliberare per una maggioranza che non li vuole? Che cos'è, infatti, il mancato esercizio del diritto di voto se non una bocciatura a priori dei candidati proposti dai diversi schieramenti politici nei diversi Paesi dell'Unione Europea?

Come può validamente riunirsi e deliberare una simile assemblea? Come può mettere piede nei palazzi del potere politico europeo e mano sui miliardi messi a disposizione di quel Parlamento dai 27 Paesi dell'UE? Come può spiegarsi che l'espressione di una minoranza finisca per governare tutti noi?

E se portassimo alle estreme conseguenze questa situazione e immaginassimo che invece di poco meno di 150 milioni di elettori avessero votato solo in 1.000 in tutto il vecchio continente? Si sarebbe proceduto ugualmente a suddividere i seggi del Parlamento di Strasburgo in proporzione alle sole 1.000 preferenze espresse?

domenica 7 giugno 2009

La nostra unica speranza siamo noi

Quando sei in balia della vita a volte non puoi far altro che aspettare: aspettare e guardare le cose accadere. Puoi tentare di scansarti quando all’ultimo momento le vedi arrivare; puoi provare a lasciarti trascinare quando sono appena passate. Ma su certe cose della vita non puoi davvero far nulla. L’ho capito una volta di più in queste ultime due settimane, che vorrei semplicemente poter cancellare dalla mia mente e dal mio cuore.

Maturità ed esperienze ci impediscono di continuare a guardare il mondo con occhi ingenui. E questa, forse, è la delusione più grande con la quale mi ritrovo spesso a dover fare i conti. Ho sempre sperato, infatti, che il meccanismo che sottende al nostro procedere quotidiano su questa terra fosse scandito passo passo da un’interminabile sequenza di atti di volontà, di scelte talvolta grandi e a volte di minima entità, tutte, comunque, concatenate l’un l’altra a formare la storia e il destino di ciascuno di noi.

Che noi fossimo gli artefici della nostra vita non è mai stato in discussione. L’equazione nella quale ho riposto spesso le speranze per un’esistenza migliore è semplice: se ti comporti bene, non potrai che ricevere del bene, prima o poi; se, al contrario, la tua vita sarà improntata al disinteresse e alla mancanza di rispetto dell’altro, questo e solo questo riceverai per te.

Ho capito amaramente che non è così. L’ho capito andando avanti. L’ho compreso solo con il tempo, con quella sensibilità che affiniamo con il passare degli anni e che una volta sviluppata si diverte a squarciare il velo della realtà per farci impietosamente crollare una dopo l’altra aspettative e sogni.

Non è sempre come vorremmo noi: come ce la costruiamo giorno dopo giorno, con attenzione, scrupolo, coscienza. No, non è così… Non c’è una via giusta da seguire. Puoi seguire i tuoi istinti, lavorare sulla tua volontà, rafforzarla, indirizzarla al bene, cooperare con gli altri, aiutare, riposarti e di nuovo ripartire. Ma non c’è niente e nessuno a valutare tutto ciò. E alla fine non ci sono premi o punizioni da aspettarsi: tutto viene regolato ad un gradino che è sempre più in alto rispetto a quello dove ti trovi tu.

Non c’è giustizia, né equità. Non è vero che alla fine tutto si livella, tutto si accomoda e si sistema per il meglio. Puoi sforzarti, puoi metterci tutto te stesso, ma poi le cose accadono indipendentemente da te, da quello che fai ogni istante, da quello che hai costruito fino a quel momento. E capitano come capita: in un modo o nell’altro tu non hai mai voce in capitolo. Puoi pensare quanto vuoi di essere tu quello che predispone il tutto per il bene o per il male, arrivare fin quasi ad aver realizzato tutta l’opera, a pochi metri dall’aver iniziato la tua corsa o ad un passo dal traguardo: non ha importanza. Quello che deve accadere accade senza che tu possa farci niente.

Non c’è nulla in cui credere, o meglio, ci siamo noi stessi, ci sono le persone intorno a te. Ma per il resto è inutile aspettarsi grandi cose, inutile illudersi che Qualcuno stia lì ad ascoltare o che il Destino sia lì a provvedere.

Si nasce per caso e si muore per caso: lo penso da tempo ormai. E sono sempre più convinto che sia vero. Al punto, da considerarlo spesso con serenità.
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UN PENSIERO SPECIALE VOGLIO DEDICARLO INVECE A QUELLE PERSONE CHE HO CONOSCIUTO DA POCO TEMPO IN QUESTA GALASSIA VIRTUALE DEL MONDO BLOG. PERSONE MERAVIGLIOSE CHE, PUR SENZA SAPERE NULLA DI ME, DEL MIO MONDO, DELLA MIA VITA, DEL MIO SENTIRE E DEL MIO ESSERE HANNO DIMOSTRATO IN POCHE PAROLE TUTTA LA LORO VICINANZA E LA LORO PRESENZA. E ME L’HANNO FATTA SENTIRE SENZA VERGOGNE, SENZA TIMORI, SENZA FRENI SPESSO. IO DEVO QUALCOSA A TUTTE QUESTE PERSONE E LO DICO CON CONVINZIONE E BEN SAPENDO CHE È LA VERITÀ. A QUALCUNO DI LORO DEVO ANCHE DI PIÙ DI UN SEMPLICE
QUALCOSA, MA HO LA PRESUNZIONE DI RITENERE TALMENTE RICAMBIATO QUESTO MIO SENTIMENTO, CHE QUESTE PERSONE SPECIALI SAPRANNO AVVERTIRE DENTRO, NEL PROPRIO INTIMO, CHE STO PARLANDO DI LORO. VI VOGLIO BENE, CON TUTTO IL MIO CUORE. NON VI CHIEDERÒ SCUSA PER LA MIA ASSENZA PROLUNGATA E SILENZIOSA: SO CHE CAPIRETE E SAPRETE PERDONARMI ANCHE QUALCHE ALTRO GIORNO DI ASSESTAMENTO. MA VI GIURO CHE FARÒ QUANTO È NELLE MIE POSSIBILITÀ PER RESTITUIRE A VOI OGNI AIUTO, OGNI SOSTEGNO, TUTTE LE CAREZZE CHE MI AVETE DONATO E TUTTI GLI ABBRACCI CHE AVETE SAPUTO REGALARMI IN QUESTI GIORNI DIFFICILI.

AD OGNUNO DI VOI, ESSERI SPECIALI CHE HO INCONTRATO QUI, UN BACIO IMMENSO!

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