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mercoledì 30 dicembre 2009

Nel 2010, facciamoci un favore...

La mia amica Nicole ha scritto un post molto bello e molto vero. Vi invito a goderne, a riflettere e, se volete, a continuare a leggere qui sotto.
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Esatto, Nicole! E' proprio questo il punto. Il fatto, cioè, che molto spesso (troppo spesso!) siamo soliti stare SOTTO quel banco. Piuttosto che sopra.

Nicole è una persona che ce la sta facendo. Ed è talmente impegnata in questo suo percorso che porta alla libertà, alla sua libertà, che non si pone più il problema, terribilmente castrante, di chiedersi se ce la farà o meno. Sta facendo e chi fa non si perde in chiacchiere nè in paure. Fa e basta!

Come è ovvio, la mia è prima di tutto un'autocritica e questo mi permette di affrontare l'argomento di petto, senza che qualcuno possa dirmi 'ma tu che ne sai...'.

Non nego che alcune difficoltà della vita, alcuni incastri, certe situazioni nonchè una buona dose di sfiga possano portare un uomo a piegare gambe e schiena ed a fargli cercare, purtroppo, protezione e conforto sotto quel banco. Ma noi - esseri umani, senzienti e intelligenti, sensibili e vivi - in tutto ciò che fine faremmo? Dove siamo? Con altrettanta sincerità e onestà intellettuale (per non dire con altrettanto amore verso se stessi) dobbiamo ammettere che un riparo del genere tutto è meno che un rifugio certo e sicuro.

Sappiamo che prima o poi certe situazioni/persone/problemi verranno/torneranno ad affacciarsi/tormentarci anche lì sotto. Tutto questo lo sappiamo bene, solo che alzare quella gamba e issarsi SOPRA quel banco non è cosa facile.

Ah sì, mentalmente... quante volte lo abbiamo immaginato/sognato/desiderato! Quante volte ci siamo visti fare quel gesto risolutivo e liberatorio. Quante volte ci siamo trovati a tanto così dal farlo, recitando come bambini il nostro countdown interiore: 'allora, al tre: uno... due... e...'. Ai quali, come appunto fanno bambini, immancabilmente seguivano i due e un quarto, i due e mezzo, i due e tre quarti e poi... Il nulla.

Per il nuovo anno ('e non solo!', direbbe Giacobbo), facciamo un favore a noi stessi: ammettiamo una volta per tutte che spesso (troppo spesso!) ci mettiamo d'impegno per saltare sui banchi altrui a dispensare insegnamenti a destra e a manca. E cominciamo e metterci di buzzo buono ad arrampicarci sul nostro. Perchè non è per nulla semplice.

Forse non è nemmeno cosa da tutti. Richiede tanto, tantissimo coraggio. Che non tutti, in fondo, ABBIAMO!

giovedì 24 dicembre 2009

Post scriptum a Una storia di Natale

Fuori da queste stanze e a proposito del mio racconto Una storia di Natale, qualcuno mi ha detto e qualcun altro mi ha scritto sollevando perplessità sul binomio festività-amarezza. Sento di dovere una risposta, anzi due: una da narratore (non ce la faccio a definirmi scrittore) e una da cittadino del mondo.

Quanto alla prima, da narratore non mi sento per nulla vincolato a raccontare storie necessariamente col sorriso, nè finali ispirati ad un generico volemose bbene. In questo, rivendico assolutamente la padronanza del soggetto e delle parole. Non può e non deve interessarmi la "fine" di un protagonista o di un personaggio che è frutto della mia immaginazione e che, come tale, nasce nella mia mente e muore con la mia penna. Inoltre, sono convinto che nè lieto fine e nè esito tragico di una storia possano rappresentare o tratteggiare l'ottimismo o il pessimismo dell'animo di chi scrive. Sarebbe troppo facile. In realtà, come esseri umani e pensanti, siamo ben più complessi.

Per quanto riguarda la mia visione del mondo, da cittadino del mondo, non trovo nulla di più incisivo che riportare le parole di un'amica di blog che ho imparato ad apprezzare e stimare come persona, oltre che come collega. Parole che fanno parte del suo commento alla Storia di Natale e che volutamente riporto a conclusione di questa mia breve riflessione:

"La storia non è per niente triste, è la realtà TRISTE perchè purtroppo è vera e contiene ancora troppe spirali di odio e rancore ed è ancora più triste pensare che esistono tragedie simili".

Grazie Miriam.

Mi preme solo aggiungere questo: io amo il Natale. Magari laicamente, magari solo emozionalmente, ma amo questi giorni, le musiche, i colori ad esso collegati, la magia del loro immaginario, perfino gli indottrinamenti commerciali ai quali ci hanno condizionati. Che volete: è una mia debolezza...

lunedì 21 dicembre 2009

Racconto breve: UNA STORIA DI NATALE - © di Marcus

Da qualche parte del mondo, un bimbo trasporta una pietra. Anzi, più di una pietra: tante pietre. Ma una sola per volta. Uno dei giochi che più lo diverte è quello di cercare una pietra che sia più grande di quella che ha in mano. Posare quest'ultima, prendere quella più grande e poi mettersi a cercarne una ancora più grande. E' un gioco che con il tempo ha imparato ad apprezzare, anche se non sa neanche lui bene il perché. All'inizio, cambiava frequentemente le sue pietre, poi man mano la ricerca si è fatta più ardua. Anche il giorno precedente era riuscito a portare a termine il suo gioco, ma con un solo cambio.

Non che i dintorni del villaggio offrano chissà quali e quante possibilità di gioco ad un bimbo. Nascondersi con i propri amici tra la dozzina di capanne e baracche sparse qua e là lo aveva divertito nelle occasioni in cui vi aveva giocato. Ma poi, un po' per la scarsità di nascondigli (sempre gli stessi), un po' perché i suoi compagni, in particolare quelli più grandi, erano spesso costretti a seguire gli adulti (quelli con i fucili) fin dalla mattina presto, il suo interesse per quel gioco era venuto meno, fin quasi a scomparire.

Meno male che, da solo e senza suggerimenti da parte di alcuno, aveva avuto questa idea delle pietre. Almeno poteva riempire in qualche modo quelle interminabili e secche giornate di sole a picco. In fondo, l'arida distesa di terra tutt'attorno al villaggio offriva una scorta di pietre praticamente infinita. Così il suo gioco non era mai lo stesso. Ed anzi questo fatto lo spronava ogni giorno ad una ricerca più attenta ed inevitabilmente più estesa di quella del giorno precedente.

Stamattina il bimbo si è alzato presto, talmente presto da aver visto gli adulti uscire. E mentre loro si allontanano nella direzione del sole, lui indossa i pochi stracci di ogni giorno e corre fuori. Da una parte, seminascosta alla vista dei più, c'è la sua pietra del giorno prima. E' una bella pietra, grande ben più del doppio delle sue manine, da una parte liscia e dalla parte opposta decisamente più irregolare. Non sarà facile, per lui, trovarne una più grande che sia in grado di trasportare con le sue sole forze fino a casa per poter continuare l'indomani il suo gioco. Proprio per questo, però, ha deciso di alzarsi presto: se deve cercare più lontano del solito non può certamente farlo quando il sole è già alto nel cielo.

Così avvolge la pietra nel lungo panno solitamente usato per trasportare i suoi trofei e, dopo averlo assicurato sulla spalla destra, esce dalla baracca. Prende nella direzione opposta a quella del sole, con l'intenzione di dirigersi da quella parte dove, qualche giorno prima, in lontananza, gli era sembrato di intravedere una strada per le auto. Ma quel giorno la sua pietra era ben più piccola e non aveva bisogno di allontanarsi più di tanto per trovare la sostituta. Però ha memorizzato l'esistenza di quella strada e per questo oggi vi si dirige senza esitazioni.

I suoi passi sono svelti e decisi e, nonostante l'aria non sia ancora quella torrida delle ore più calde, il bimbo comincia ben presto a sudare. Ma è abituato al sudore che gli bagna la fronte, il collo e il petto e non sarà certamente questo a frenare la sua ricerca. Non oggi, almeno, che si è alzato presto, così carico e determinato.

Cammina e suda, suda e cammina. Ed è soddisfatto quando vede la strada per le auto incrociare il suo cammino poco più avanti: lo inorgoglisce il fatto di non aver ricordato male e poi il nuovo territorio è del tutto inesplorato per lui, il che vuol dire buone possibilità di trovare la pietra giusta.

Il rombo di un motore che si avvicina velocemente lo fa voltare alla sua destra. Non si tratta di un solo veicolo, per la verità: dietro alla prima auto, scoperta e dalle ruote grandi e larghe, ce n'è un'altra, simile e con un bel paio di bandierine al vento. E poi un grande camion ancora più in là. La nuvola di terra e sabbia che affianca e segue questi veicoli impedisce allo sguardo di andare oltre, ma il rumore dei motori giunti ormai vicinissimi al bimbo è ben più grosso di quanto i suoi occhi riescano a vedere. Un rapido passo indietro lo toglie dal ciglio della strada e lo sottrae a quello che altrimenti sarebbe stato un terribile impatto con la prima auto della colonna militare.

Il bimbo lancia un urlo di spavento: solo un attimo prima ha visto le auto lontane ed ora, senza quel passo indietro, sarebbe schiacciato da quelle ruote così grandi. Solo un attimo prima...

E' solo un attimo, l'attimo dopo. L'attimo che segue quel passo indietro, quel miracoloso passo indietro che gli ha comunque allungato la vita. Se solo sapesse che in quello stesso preciso istante per altri bambini della sua età sparsi per il mondo è la mattina di Natale e che, più o meno in quel momento, tanti di loro sgambettano felici giù dal letto per correre a scartare i regali che Babbo Natale ha portato. Lui questo non lo sa e non lo saprà mai. Il vento di fuoco che lo travolge e lo divora e lo smembra in quell'attimo è lo stesso che, scatenato al passaggio delle ruote della jeep militare sull'ordigno nascosto sotto la sabbia, scaraventa frammenti di metallo e di carne e di sangue e di gomma a decine e decine di metri di distanza.

Quel che resta del bimbo pochi attimi dopo la deflagrazione è sparso tutt'attorno a quel tratto di strada, oscurato alla vista da un denso e acre fumo nero e da una nuvola di polvere molto più grande di quella che si avvicinava poco prima. Quel che resta della pietra - il frammento più grande, intendo – giace diversi metri lontano da dove si trovava solo pochi istanti prima. Non è più così grande, ora. Ma non c'è più nessuno a cui questo interessi.

mercoledì 16 dicembre 2009

Fini, "Silvio fermi i falchi". Sarà oscurato pure lui?

Stavolta mi limito ad un semplice copia/incolla. E vi invito a leggere come Francesco Verderami ricostruisce, sul Corriere della Sera di oggi e citando le parole del presidente della Camera, la tesissima giornata politica andata in scena ieri a Montecitorio. In più di un passaggio, Fini accusa esplicitamente il suo partito di avere grosse responsabilità nell'alimentare il clima di scontro: "Siamo stati noi ad accendere senza ragione i toni, ad alzare ulteriormente gli steccati".

Ora, finchè lo racconta a un giornalista del Corriere, rischia al massimo di essere attaccato politicamente. La domanda è: se lo avesse scritto su Facebook o sul suo blog rischierebbe l'oscuramento per incitamento all'odio e alla violenza? Ecco l'articolo.
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La visita di Bersani a Berlusconi in ospedale non era un gesto di cortesia ma un fatto politico. Era, secondo Fini, una mano tesa per avviare il dialogo: "E per tutta risposta il mio partito cosa fa? Prima Cicchitto lancia una bomba molotov nell'Aula di Montecitorio con un discorso sull'aggressione al premier che pareva scritto da Feltri. Poi Tremonti pone con arroganza la fiducia sulla Finanziaria". "Chiamatemi Berlusconi, per favore... Stavolta sono convinto che Silvio non c'entri nulla".

Lo scontro alla Camera si è appena consumato, la 'deprecabile' scelta del governo di porre la fiducia sulla Finanziaria, e il modo in cui il Pdl - poche ore prima - ha affrontato il dibattito sul ferimento del Cavaliere a Milano, ha mandato su tutte le furie Fini. Nell'attesa di sentire il premier, l'inquilino di Montecitorio analizza la seduta della mattinata, si dice "esterrefatto per l'assenza di lucidità politica del mio partito", è preoccupato per "il danno enorme che il ministro dell'Economia e il capogruppo del Pdl hanno fatto a Berlusconi": "Gli irriducibili gli stanno rendendo il peggior servizio. I falchi non lo aiutano. Perchè di solito i falchi hanno una vista acuta, questi invece non vedono al di là del loro naso. Spero li faccia ragionare".

Stavolta non è il solito copione, stavolta non va in scena - almeno così all'inizio pare - l'eterno dualismo tra 'cofondatori'. Ma è chiaro che l'esternazione di Fini in Aula ha scatenato il parapiglia nel centrodestra, minando i già fragili equilibri interni. Il fatto è che il presidente della Camera non si capacita di come il Pdl abbia "perso una grande occasione per mo­strarsi come una forza moderata, re­sponsabile, disposta al confronto".

Da leader politico, e non da carica istituzionale, ritiene che "assumendo un diverso atteggiamento si sarebbe potuto mettere in difficoltà l'opposizione", dopo le sortite improvvide di Di Pietro e Rosy Bindi: "Invece siamo stati noi - dice proprio 'noi' - ad accendere senza ragione i toni, ad alzare ulteriormente gli steccati. Fosse una strategia... Ma non lo è. E' un modo di procedere alla cieca. Solo Berlusconi può evitare che il tentativo di aprire una fase di confronto fallisca. Il nodo di fondo è questo".

Ed è per questo che Fini chiama il Cavaliere: vuole capire quali siano le sue reali intenzioni, oltre che aggiornarsi sul suo stato di salute. L'incontro in ospedale era stato 'toccante', "Silvio era meravigliato di vedermi, non si aspettava che sarei andato a trovarlo". Nemmeno l'inquilino di Montecitorio siattendeva di vederlo in quelle condizioni, siccome una smorfia del viso fa intuire l'entità del danno subito dal premier per il colpo.

Anche Fini ha avuto un colpo ieri mattina quando ha iniziato a presiedere l'Assemblea: "Ascoltando l'intervento di Cicchitto pensavo si trattasse di un capo degli ultrà. Non volevo crederci. E dire che tutti avevano concordato sul fatto di evitare polemiche e incendiare gli animi, dopo quanto era accaduto". Invece l'Emiciclo si è trasformato in una 'curva', mandan­do a farsi benedire le buone intenzio­ni dei leader di partito, l'appello del capo dello Stato, persino il messaggio distensivo di Berlusconi. "Che senso ha? E che senso aveva poi mettere la fiducia sulla Finanziaria?", si chiede il presidente della Camera.

Prima della decisione del governo, Fini aveva avuto un colloquio piuttosto acceso con il ministro dell'Economia. Dopo il primo voto in Aula sulla manovra, Tremonti si era preoccupato per l'esiguo margine di scar­to della maggioranza sull'opposizione e aveva rotto gli indugi, minacciando di rimettere l'incarico se la legge approvata in Commissione fosse stata modificata. Saltava così il 'patto parlamentare' sul quale aveva fatto affidamento anche Napolitano, che aveva chiamato il titolare di via XX Settembre, esortandolo a evitare il ricorso alla fiducia.

"Non ce n'era bisogno", secondo Fini: "Intanto perchè non c'era il rischio che passasse nemmeno un emendamento delle opposizioni. Poi perchè nella maggioranza tutti si erano impegnati ad essere compatti, consapevoli di non poter sgarrare, di non poter cambiare una sola virgola della manovra. Insomma, non c'era un problema di tempi, non c'erano problemi politici, non c'era ostruzio­nismo visto l'esiguo numero di modifiche presentato. Se così stanno le cose, e le cose stanno così, non si capisce la necessità di alzare il ponte le­vatoio". L'esame avrebbe dunque potuto andare avanti "senza strappi", ma "la paura di Tremonti, mista alla sua insensibilità politica, ha portato al voto di fiducia".

E ha indotto Fini a un'esternazione senza precedenti per un presidente della Camera. Prendendo atto della "legittima" richiesta dell'esecuti­vo, infatti, l'inquilino di Montecitorio ha definito la decisione "attinen­te solo a ragioni di carattere politico nei rapporti tra maggioranza e governo", esponendosi così alle critiche dei gruppi parlamentari di centrodestra, di ministri e dirigenti del Pdl: 'Fini si pone al di fuori del proprio ruolo istituzionale', 'Fini non aiuta l'apertura di un clima politico nuovo'.

"Fini - commenta Fini - può anche essere attaccato. E se qualcuno pensa di risolvere così i problemi, faccia pure. Ma non risolve nulla. Abba­ia solo alla luna". Le ferite di Berlusconi iniziano a rimarginarsi, quelle politiche invece si riaprono, semmai ci sia l'intento di suturarle davvero. Per questo 'Gian­franco' vuole parlare con 'Silvio', e finalmente arriva il contatto telefonico. Non è dato sapere se il Cavaliere abbia prima sentito Casini, che pure gli ha parlato ieri per invitarlo a "non lasciare il gioco nelle mani delle se­conde file". Al contrario di lunedì, stavolta i 'cofondatori' parlano di politica, e Berlusconi spiega a Fini che non ne sapeva nulla, "non sapevo nulla di quello che si è deciso". Sa­rà, ma pare che al termine della conversazione il Cavaliere abbia provato un moto di fastidio. Colpa delle ferite. Quelle politiche.

martedì 15 dicembre 2009

Piovono pietre e polpette avvelenate

Devo ammettere che le immagini viste l'altra sera, a caldo, mi hanno davvero colpito. E ho provato pena per quell'ometto frastornato e confuso, ferito e colpito, per il dolore fisico e psicologico che un colpo del genere deve aver portato alla sua persona. Sarebbe stupido se non lo ammettessi: la pietà e la comprensione umana vanno al di là delle ideologie. O almeno dovrebbero.

Quello che è successo è certamente sgradevole. Sgradevole e stupido. Non a caso è il gesto di una persona che patisce da anni problemi psichici. E non ha alcuna importanza che, interrogato dagli inquirenti, costui lo abbia motivato adducendo motivi di natura politica: le motivazioni di uno squilibrato, pur plausibili, rimangono comunque il frutto di una mente malata. Tra l'altro, non vi è alcunché di politico nel cercare di colpire una persona con un oggetto allo scopo di fargli del male; né un tale atto può assumere una connotazione del genere solo perché rivolto contro un uomo politico.

Eppure parlamentari e ministri di corte continuano da due giorni a volerci convincere che si sia trattato non del gesto di un matto, ma di un'aggressione che trova il suo seme e il suo germoglio nel clima di violenta opposizione alla persona del premier, un clima che, a parer loro, è stato creato ad arte dai nuovi “cattivi maestri”.

Il fatto è che i nostri rappresentanti politici dovrebbero rinunciare a ben più di qualche dose di ipocrisia finissima che evidentemente sono abituati a 'pippare' (=assumere) e a smerciare con la stessa facilità. Gli animi della nostra vita politica si accendono e si spengono a intermittenza, ogni qual volta fa comodo alle opposte fazioni: prova ne sia che al momento di giudicare uno di loro, destra e sinistra si fondono in uno schieramento pressocchè unico, forte e compatto (come insegna il recente voto del Parlamento chiamato ad esprimersi sull'arresto del sottosegretario Cosentino, chiesto dai magistrati che lo indagano per collusioni con i clan camorristi dei casalesi).

E poi affermare che il gesto del Tartaglia della situazione sia scaturito dal clima di odio contro Berlusconi equivale ad affermare che omicidi e stupri accadono e si ripetono a causa degli “insegnamenti” che in tal senso ci provengono da cinema e tv. E non mi pare proprio che nessuno dei nostri politici si stia preoccupando di vietare spettacoli e film dove tali fatti albergano in quantità industriale. Neanche Lui, che è proprietario di tre canali televisivi nonché di un'importante casa di distribuzione cinematografica.

Quel che mi stupisce, piuttosto, nelle affermazioni dei politici della corte del premier è invece insito nel concetto che loro vorrebbero che passasse come verità storica. Fatemi capire: se il gesto del Tartaglia della situazione fosse davvero sintomo di una patologia di odio violento contro Berlusconi, un odio talmente cresciuto negli ultimi mesi da portare i pezzi più deboli di una società civile ad imbracciare un'arma (anche impropria) per rivolgerla contro il capo del governo in carica, ebbene tutto questo non dovrebbe obbligare tutta una classe politica, a partire proprio dai rappresentanti di quel governo, a interrogarsi sui perché e i percome si sia arrivati a una situazione del genere? Non farebbe così il buon padre di famiglia alle prese con un figlio che gli si è rivoltato contro? D'accordo, le responsabilità del figlio sono personali, ma quale padre non si chiederebbe cosa abbia sbagliato nell'educazione del figlio e come provare a porvi rimedio?

Qui, invece, nessuno si pone alcun problema. Anzi, si propongono nuove leggi per creare nuove fattispecie di reato, come quella che sanziona il disturbo dello svolgimento di manifestazioni pubbliche. E' bello che in un Paese dove la soglia della legalità viene calpestata sempre più spesso dal cattivo esempio della classe politica che ci governa (corruzione, collusioni, spionaggi e ruberie varie), ci si meravigli della piega che prendono i suoi figli.

Il problema è invece un altro e continua ormai a riproporsi da troppo tempo. E' quello di una classe politica totalmente autoreferenziata, ormai distante dai problemi reali della gente, che non conoscono e che si rifiutano di conoscere. Non si vuole mettere nemmeno un dito in questi problemi, perchè sporcarsi le mani per risolverli costa tanta e tanta fatica e, probabilmente, anche diversi sacrifici e molti 'no' che si finirebbe per dover pagare alla successiva tornata elettorale. E questo, ovviamente, nessuno di lorsignori se lo può e se lo vuol permettere.

Così ci ritroviamo con un intero Paese fermo ad assistere alla degenza del premier. In tv e radio, a quarantotto ore dal fatto, non si parla d'altro. Anche soltanto l'idea di occuparsi di altro è aliena ai più: i dibattiti fra politici, giornalisti, opinionisti e fancazzisti del tubo catodico sono fermi a questa vicenda. Brutta, per carità... Ma non più importante di altre.

Per esempio, e di certo, non più importante delle tante drammatiche storie di coloro che, quasi ogni giorno, perdono la vita sul posto di lavoro. Delle tante drammatiche storie di coloro che si trovano improvvisamente senza lavoro e in mezzo a una strada: loro e i loro familiari. Delle tante drammatiche storie di coloro che si ritrovano taglieggiati e oppressi proprio dallo Stato, dalle banche, dalle grandi compagnie della sanità, del credito, della comunicazione, dell'energia che influenzano a loro piacimento (e a suon di soldoni) le politiche di questo o quel governo, a scapito e sulle spalle di tanta gente.

Questa gente non la va a trovare nessuno, non ha la fila di politici e personalità dietro la porta di casa, né quando stanno bene né quando stanno male. Questa gente, spesso, sempre più spesso, muore da sola e nell'indifferenza più totale.

sabato 12 dicembre 2009

La lotta alla mafia e i distinguo della politica

Perchè se catturano un pericoloso boss di mafia non si dice che è un presunto pericoloso boss di mafia, almeno fino a che la sua condanna non sia definitiva, come ci si affretta a fare invece quando arrestano un politico o un amministratore pubblico?

Perchè se la cattura di questo presunto boss avviene con l'uso di intercettazioni telefoniche o ambientali, ovvero attraverso appostamenti e riprese video con telecamere nascoste, per lui nessuno invoca il rispetto della sfera privata e dei sacrosanti principi della privacy?

Perchè se la cattura di questo boss avviene grazie alle indicazioni fornite dai pentiti si dice che l'impianto normativo vigente nel nostro Paese in materia di lotta alla mafia è all'avanguardia e addirittura un modello di legislazione antimafia per gli altri Stati, mentre invece per altri tipi di dichiarazioni rese dai pentiti si punta subito il dito contro l'apposita legge che ne disciplina l'uso, sottolineando l'urgenza di una urgente revisione della materia?

Perchè quando magistrati e forze dell'ordine portano a termine una vasta e complessa operazione antimafia, con numerosi arresti e il sequestro o la confisca di ingenti patrimoni, si dice che è stato smantellato un intero clan mafioso e quando, invece, si inviano alcuni semplici avvisi di garanzia a politico o amministratori pubblici si tiene a sottolineare che si tratta di un mero atto dovuto?

Perchè quando queste operazioni coinvolgono gente comune si dice che si tratta di veri e propri delinquenti e assassini, mentre quando toccano altre persone ci si indigna e si corre a mettergli davanti microfoni e telecamere per permettergli di dire la loro quando non di contrattaccare

Perchè in occasione di alcune di queste operazioni antimafia i comunicati stampa dei politici esprimono grande soddisfazione, plauso e ringraziamento per l'opera di magistrati e forze dell'ordine, mentre in occasione di altre analoghe operazioni tali comunicati stampa se la prendono invece con l'operato di magistratura e forze dell'ordine?

Perchè la lotta alla criminalità organizzata è definita talvolta come riscatto dello Stato che vuole e deve riaffermare i principi di legalità e talvolta come un uso distorto della giustizia da parte di un potere come quello giudiziario che esonda dalle proprie prerogative?

Perchè quando viene arrestato un boss ci si indigna per le reazioni anche violente di familiari e accoliti contro le forze dell'ordine che lo hanno catturato e la stessa cosa non avviene quando, in presenza di contestate violazioni di legge, altri si sentono in diritto di invocare l'affermazione elettorale come scudo alle pretese della giurisdizione?

Perchè un pentito che parla talvolta aiuta la giustizia e talvolta è uno strumento di lotta politica

Perchè quando parla un boss mafioso pentito e racconta la sua verità non è credibile in quanto è un pluriomicida, un assassino, uno che ha sciolto bambini nell'acido e quando, invece, il giorno dopo ne parla un altro, non pentito, e racconta una verità esattamente contraria la sua deposizione ristabilisce giustizia su tante falsità?

Perchè si chiede a un magistrato di intervenire meno a convegni per concentrarsi di più sul proprio lavoro, se poi quando svolge con ostinazione il proprio lavoro viene additato di essere comunista e di complottare contro il potere politico-istituzionale del Paese, quando addirittura non si fanno leggi per impedirgli di lavorare come dovrebbe?

Perchè se un boss mafioso depone in un processo e si chiama Spatuzza va considerato attendibile o meno a seconda se fa comodo o meno e se invece si chiama Graviano va considerato attendibile o meno a seconda se smentisce o meno le parole dell'altro?

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Torno ad affacciarmi dopo un bel po' di giorni di assenza. Non vuol dire che sia ritornato a tempo pieno, però intanto è qualcosa. Piuttosto, un rapido giro di orizzonte su alcune delle pagine che normalmente frequento mi ha fatto sentire come se mancassi da mesi: chi festeggia anniversari (ma per me è come se ci fossi da sempre!), chi ha perduto Tutta Vita in 3 secondi e come una fenice ha saputo risorgere più bella che pria (grande!), chi è in viaggio di nozze con se stessa colma d'amore e desiante amore (brava!), chi ho lasciato in preda a mega-arrabbiature ed ora augura Buon Natale a tout le monde, chi dedica immagini, chi cucina polpettoni, chi..., chi..., chi... Però, mica male! Un grande abbraccio a tutti e a presto!

lunedì 23 novembre 2009

Verso la piadina ed oltre!

Torno a galla perché lo devo ai miei amici di tastiera. Quelli che sono felice di ospitare con continuità qui da me e quelli che sono solito andare a trovare a casa loro. Riemergo per un breve saluto a cui, però, tenevo particolarmente. E lo faccio in un lunedì che, calendario alla mano, sa tanto di quiete. Ma una quiete che, a differenza di quella letteraria, precede la tempesta.

Niente di drammatico fortunatamente: il mio è un arrivederci legato ad un imminente ed intenso impegno professionale. Quindi, anche qualcosa di molto motivante per chi, come me, ama il lavoro che fa. Tuttavia mi terrà lontano per un po' e da un sacco di cose: cose che normalmente hanno bisogno ciascuna del proprio tempo; tempo che so già di non avere.

Lavorare rende liberi e pure felici, se lo fai con volontà e impegno. E a me queste due doti, fortunatamente, non mancano. Ora, un abbraccio a tutti, un bel respiro profondo profondo e... via verso la libertà!

venerdì 13 novembre 2009

Giocare col fato

Tornare indietro, riavvolgere il nastro. Chi mi conosce o ha avuto modo di leggere qualcosa di personale su queste pagine sa quanta importanza ricoprano per chi scrive i ricordi e quanto io possa amare l'idea di tornare indietro a rivivere il passato. Non ho mai negato né rinnegato questa mia debolezza.

Ma ora sarebbe diverso. Non sarebbe un rivivere momenti belli o brutti di un tempo. Non so neanche bene cosa sarebbe, ma di certo non la copia di un vissuto. Sarebbe qualcosa di cronologicamente nuovo, è indubbio, eppure di già visto. Di tristemente e dolorosamente e drammaticamente già visto.

Lo so. Lo avverto dall'odore e dal sapore che già solo all'idea mi nascono dentro. Lo sento dai campanelli che suonano, come impazziti, il loro allarme. Anche l'interrogativo che segue immediato all'idea di accettare – quel "e poi?" sempre presente quando non ti senti sicuro di ciò che stai scegliendo per fato – non lascia molto spazio a un bagliore di speranza.

Da solo, sull'altro piatto della bilancia, rimane il pensiero di alleviare la sofferenza di chi, allo stremo delle forze, sa di trovarsi davvero di fronte all'ultima possibilità. Ed è un pensiero (quello che poggia su quel piatto) tutt'altro che leggero, direttamente proporzionale all'amore che sento per quella persona. Che è tanto. Ed è a prescindere dalla pena per il suo disagio.

Tentare un'ultima volta (ma ultima, per definizione, non dovrebbe appunto essere declinata al singolare?) o chiuderla qui? Gli altri (ancora...) o se stessi (finalmente...)? Guadagnarsi la certezza assoluta che nessuno potrà chiedere né accennare più nulla in futuro, sacrificando per l'ennesima volta il proprio presente; oppure assicurarsi un personale-adesso certamente più leggero, mettendo in conto tuttavia altrui disperanti assenze e disperati rinfacciamenti domani?

Essere o non essere? E da che parte stanno l'uno e l'altro?

lunedì 9 novembre 2009

XII Calendario per i diritti umani
Presentazione a Roma il 12 novembre

Pace nel mondo, dialogo culturale, integrazione fra i popoli. Sono i temi alla base dell'impegno civile e artistico di Pinuccia Pitti, pittrice dei diritti umani e presidente della Fondazione Marianna. Un impegno che, da dodici anni, prende i colori e i tratti di un calendario da lei dipinto e legato al progetto Cultura dell'Amore – Dall'Europa a tutti i Popoli della Terra – ARTE per la divulgazione dei Diritti Umani.

L'edizione 2010 ha per tema

La conoscenza e il sapere – Diritto all'istruzione.

L'opera, per volontà stessa dell'artista, dopo la presentazione viene inviata ai capi di Stato dei principali Paesi del mondo e divulgata gratuitamente nelle scuole.

L'iniziativa vede la partecipazione del Parlamento Europeo ed è patrocinata da Ministero degli Affari Esteri, Ministero per i Beni e le Attività Culturali, FAO e dalle Ambasciate di Australia, Brasile, Bulgaria, Marocco e dall'Ufficio Culturale dell'Ambasciata della Repubblica Araba d'Egitto.

Nel corso della serata, premiazione dei vincitori del Premio Marianna, il progetto realizzato per le scuole medie secondarie che si rivolge ai giovani creando un movimento di pensiero etico e dando priorità all’insegnamento della cultura sui diritti umani. La Commissione della Fondazione Marianna, dopo aver visionato centinaia di lavori, ha scelto ex equo due vincitori: Fabio Habashi del Liceo Scientifico Minerva e Alessia Lo Grande del Liceo Scientifico La Farnesina.

Presentazione ufficiale, alla presenza di autorevoli relatori nazionali e internazionali,

giovedì 12 novembre prossimo, alle ore 18:00,

Viale dell'Università 20.

Moderatrice e conduttrice della serata Livia Azzariti.

“Scandire il tempo ogni anno è un pretesto per pubblicare e divulgare un documento d'amore per l'umanità dolente”. (Pinuccia Pitti)
Ps: È anche l'occasione per incontrarci. Dico a voi, bloggers interessati di Roma e dintorni. Vi aspetto!!!

sabato 7 novembre 2009

Un messaggio allunga la vita!


M
a davvero possiamo pensare che l'ipotesi di riaprire il supercarcere di Pianosa, nata e tramontata in meno di ventiquattro ore, possa essere stata un semplice disguido fra ministri che non si sono parlati prima? Davvero possiamo liquidare così, su due piedi, con una motivazione così banale, una faccenda del genere? Oddio, non che di banalità non sia pieno lo scenario politico nostrano. Tuttavia, Alfano sarà anche il ministro del lodo, ma è un pragmatico, uno che non si sbilancia facilmente, un politico tutt'altro che incline alla boutade facile.

E allora? Allora mi sono fatto un'altra idea...

Un'idea che ha a che vedere con un sistema di messaggistica molto particolare fra Stato e Antistato. Un sistema ben collaudato in passato: penso agli anni più lontani in cui l'Antistato ha avuto le sembianze del terrorismo e a quelli, più vicini, in cui ha avuto quelle della mafia. Un sistema al quale ricorrere nel momento in cui le due entità hanno avuto necessità di parlarsi: per proclamare un armistizio, un cessate il fuoco o semplicemente per comunicare. D'altronde, non potevano mica farlo di fronte a tutti gli italiani o seduti tranquillamente nel salotto di Bruno Vespa...!

Ebbene, anche allora (guarda un po' il caso), ai tempi delle stragi di mafia, proprio le supercarceri di Pianosa e Asinara costituirono la sostanza di un particolare sms che lo Stato inviò all'Antistato. Quando, nel '92, all'indomani delle stragi di Capaci e Palermo, lo Stato convogliò nei due istituti la creme de la creme dello stato maggiore della cupola, imponendo loro il famigerato e temuto art. 41bis, cioè il carcere duro. E lo stesso accadde quando, con le bombe di Milano, Roma e Firenze qualche anno più tardi, l'Antistato mandò a dire allo Stato, con un sms molto rumoroso, che era il caso di farla finita sia con il 41bis che con i boss nelle supercarceri.

Ora, secondo me, anche in questo caso si è trattato di un sms di quel tipo. Dallo Stato all'Antistato. Per mettere le mani avanti o forse in risposta a un precedente messaggio: chi lo sa? Qualcosa del tipo: attenti a quello che fate, perchè sennò riapriamo i portoni delle supercarceri! Un messaggio che voleva essere solo un avvertimento: in campana!

Un sms che ha avuto come interprete principale (guarda caso!) un ministro siciliano, che sulla lotta alla mafia ha costruito le sue fortune e il suo cammino politico. E, come co-protagonisti (guarda caso!), altri due esponenti politici siciliani: il vicepresidente del Senato, che ha sposato subito la proposta, e un altro ministro, quello dell'Ambiente, che ne ha smorzato tempestivamente la portata minacciosa.

Una storia che si apre e si chiude fra siciliani, insomma. E che fa capolino a pochi mesi dalle elezioni amministrative del prossimo marzo. Solo un caso? Meditate gente... meditate!

giovedì 5 novembre 2009

Riflessi di dannazione

Ricordi di una vita che fu invadono la mente. Sento tutto di loro: odori, immagini, suoni che rievocano momenti importanti, bellissimi o anche di banale normalità. Le cose ordinarie, quel piattume di vita così disprezzato da tutti, eppure ora così prezioso.

Altri ricordi, altri volti. Tentati dalla dannazione. Quanti accettano di tingersi dei loro riflessi. Di quel bianco, giallo, rosso intenso, di quell'ambra invogliante, morbida, profumata. Quanti volti si perdono nella loro inebriante e dannata bellezza. Quante promesse da quelle tonalità. Quanti sogni di grandezza e quante fughe. Via. Via. Via, lontano anni luce. Senza affanni, senza ansie, senza coniugazione alcuna del verbo dovere. Senza dovere nulla. Niente di niente a nessuno.

Ma è un viaggio nel tempo e nello spazio che ha per metà il suo punto di partenza. Un viaggio che è momentanea astrazione da tutto e tutti. Prima di tutto da se stessi (il vero pericolo!). Un assenza che non prevede giustificazione da parte di alcuno, ma ti riporta esattamente sugli stessi banchi di scuola. Non che lì ad attenderti ci sia una speciale commissione che non vede l'ora di punirti. Semplicemente ritrovi la vita di sempre, gli affanni, le ansie, il verbo dovere ancora da coniugare.

E nel frattempo, intorno, solo macerie.



Ancora macerie, a cumuli sempre più alti. Macerie dove fai fatica a distinguere un segno del passato, un'effigie di dignità, un tratto di sanità. Macerie che si ammucchiano tutt'intorno, che ormai occludono lo sguardo, non solo orizzontalmente ai tuoi occhi ma anche verso l'alto. Macerie che sai che ti ricopriranno, che continueranno a moltiplicarsi ad ogni tuo viaggio. E che ogni volta che fuggirai saranno lì ad attenderti, sempre più alte, sempre più rovinose.

Eppure continui a partire e a fuggire. Vedi e fai finta di non vedere. Capisci e fai finta di non capire. Vorresti sprofondare, addirittura, e fai finta di volerlo. Potresti, perchè sei dio e un dio è onnipotente... Ma solo se vuole. E tu non vuoi. Non vuoi, perchè quando ti è stato spiegato che sei dio, hanno dimenticato di dirti che un dio ha pure dei doveri, che la sua onnipotenza e onniscenza dipendono da lui, non sono estranee a sé. E che hanno bisogno di essere alimentate continuamente: perchè questo ci rende dei. Invece tu non vuoi, perchè hai voluto credere che dio si diventi per investitura. Anzi, per autoinvestitura. E che poi si campi solo di gloria, onori e venerazione.

Non si è dio, così. Non si è nulla, così. E infatti stai per tornare ad esserlo.

Dov'è la grandezza dell'umiltà? Dov'è la meravigliosa potenza della dignità? Dov'è il rispetto? Io vedo solo volti deformi e distorti, ghigni beffardi di se stessi, tanta vita gettata via. Tristi esistenze mascherate da tinte ambrate, che ondeggiano, perse, oltre il vetro di un altro bicchiere.

Molte non torneranno più a galla... Prosit!

mercoledì 4 novembre 2009

Dossi e paradossi italiani

“Strano il mio destino” cantava Giorgia nell'attacco di una sua famosissima canzone. E ben strano è anche il destino di questo nostro Paese, alle prese con contraddizioni di giorno in giorno sempre più evidenti e pause di riflessione su vicende inutili capaci di paralizzarne l'attività politica e di governo.

Siamo indubbiamente alle prese con una politica di ben poco spessore e ancor meno lungimirante, almeno per ciò che riguarda i problemi che affliggono l'intera comunità. Diversamente vanno invece le cose quando c'è da decidere di vicende che interessano direttamente lorsignori. E questa evidente anomalia genera altrettanto evidenti paradossi. Che saltano immediatamente e tristemente agli occhi.

Così, capita che si moltiplichino ormai ogni giorno gli episodi di lavoratori che, ad un passo dal perdere il posto, sull'orlo del licenziamento, da mesi in cassa integrazione, con l'azienda in chiusura per effetto della crisi e la retribuzione bloccata da mesi, si arrampicano sui tetti delle fabbriche oppure occupano stabilimenti produttivi e ne fanno la loro casa, reclamando la dignità del proprio lavoro e invocando una richiesta di aiuto che non trova risposte. E mentre accade tutto ciò, capita pure che una delle due assemblee legislative del Paese, quella Camera dei Deputati che il nostro sistema mette alla base della produzione di quelle regole che regolano la vita sociale, che dovrebbero essere il cuore pulsante della vita politica di uno Stato, che dovrebbero legiferare proprio per la gestione e il benessere della res pubblica, decida di concedersi una bella settimana di vacanza. Una pausa, a sentir loro, giustificata per questa e quella ragione, ma in realtà frutto di un continuo tiro alla fune e di una serie di ripicche che hanno a che vedere con personali vicende di leadership politica tra Berlusconi e Fini. Fatto sta, che il paradosso è evidente: chi ha perso o sta perdendo lavoro e dignità, finisce per trasferirsi notte e giorno nella sua sede; chi, invece, quel posto di lavoro ce l'ha ben saldo e ricoperto d'oro, si concede tranquillamente una settimana di vacanza. Retribuita, ovviamente, e alla faccia della crisi economica e dei problemi del Paese! Recita un vecchio proverbio: chi ha il pane non ha i denti e viceversa.

Così, capita che di fronte ad una sentenza della Corte di Strasburgo - massima istituzione europea deputata alla tutela dei diritti umani e nata per volontà di tutti gli Stati che compongono l'Unione - che nel simbolo cristiano del crocifisso rileva una palese violazione di quel principio di uguaglianza di tutti i cittadini sancito anche dall'articolo 3 della nostra Costituzione, si sollevi un polverone di proteste ideologiche e critiche pecorecce da parte di una classe politica che, per un verso, è supina ad un potere politico-economico enorme qual è quello esercitato dalla chiesa cattolica e, per l’altro, combutta con questa da tempo in uno scambio di favori che molto hanno a che fare con le cose di questo mondo che con quelle dell’Altro. E nel frattempo, però, questa stessa classe politica nulla ha da dire e, di fatto, dice nel momento in cui le gerarchie ecclesiastiche tuonano contro questa o quella libertà o volontà popolare per motivi che promanano direttamente da un indottrinamento ideologico-culturale che dura da millenni e che nasconde, comunque, il desiderio di difendere un potere politico e una potenza economica in grado di influenzare le cose di questo mondo.

Così, capita che il nostro governo (e qualcuno pure fra l’opposizione) voglia convincerci che lo scudo fiscale per il rientro dei capitali dall’estero sia una pensata dovuta SOLO alla necessità di reperire soldi in tempi di crisi economica. E quindi, va bene anche maledetti e subito. Con annessa assicurazione di anonimato e minima penale da pagare. E nel frattempo, però, si fa finta di voler togliere una tassa come l’Irap che di miliardi (di euro) ne costerebbe enormemente di più. Altro che i milioni di euro scudati. Che, fra l’altro, come ha ben dimostrato l’intervista al noto commercialista anonimo di Annozero, difficilmente riprenderanno la strada di casa.

E a quanti altri paradossi ci hanno assuefatto finora?

domenica 1 novembre 2009

E il bello è...

Quando una giornata è straordinariamente luminosa, come quella di oggi, la natura ha più voglia di farsi vedere. E più volentieri accetta di mostrarsi, nuda e procace, ai nostri occhi. E io, che ho un debole per le sue nudità, ne approfitto per rubarle immagini che il gioco del tempo e la condizione umana rendono uniche e irripetibili.

Così, insieme all'inseparabile telefono (sono innamorato della sua fotocamera, ma lui mi fa anche da orologio, agenda, rubrica di lavoro e chissà quante altre cose), sono sceso sulle sponde del mio lago, lato Trevignano. Dei tre paesi, di certo quello che la natura e gli uomini hanno onorato di più.

Non ho dovuto attendere granchè: lei aveva già sciolto i suoi veli e mostrava, angelica, sensuali sinuosità. Poggiava distesa per lo più sulle acque del lago, ma non disdegnava di adagiarsi morbida anche sui dolci pendii delle colline intorno. Perfino gli appuntiti blocchi di scogli che si accostano alle sue sponde là dove manca la spiaggia sembrano oggi più arrotondati. E volenterosi, essi stessi, di farsi cornice e protagonista insieme.

L'occhio artificiale che posa il suo sguardo su tanta bellezza rimane spiazzato all'inizio: quale particolare rapire? Quale immagine estrarre dal naturale flusso del tempo per donarle un'eterna esistenza digitale? Chi sarà la prescelta che arricchirà i nostri album?

Poi... clic e la decisione è dunque presa. Madre Natura ha concesso benignamente un pezzo di sé, presumibilmente un pezzo di valore. Perché non ha senso per lei serbare in un canto le parti migliori: a che serve essere belli se non per donarsi all'altrui apprezzamento?

E a che serve rapire un po' di bello se non per condividerlo? Così mi son dotato per l'occasione di una pennina ricaricabile per la connessione ad internet e... Ecco qua! Con una dedica particolare per chi, ieri, con sorriso dolce e dolci parole, mi ha convinto, una volta tanto, a scrivere anche d'altro.

Un abbraccio, cara Debby!

sabato 31 ottobre 2009

Il dritto e lo stato di diritto

Riporto un flash di agenzia appena uscito:

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CASO MILLS: BERLUSCONI, SE CONDANNATO CONTINUERO' IN DIFESA STATO DIRITTO =
Roma, 31 ott. (Adnkronos) - ''Ho ancora fiducia nell'esistenza di magistrati seri che pronunciano sentenze serie, basate sui fatti. Se ci fosse una condanna in processi come questi, saremmo di fronte a un tale sovvertimento della verita' che a maggior ragione sentirei il dovere di resistere al mio posto per difendere la democrazia e lo stato di diritto''. Lo dice il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, intervistato da Bruno Vespa per il suo libro 'Donne di cuori' in uscita da Rai Eri-Mondadori venerdi' 6 novembre. Quanto alla condanna dell'avvocato Mills anche in appello, ''e' una sentenza -prosegue il premier- che certo sara' annullata dalla Corte di Cassazione''.
(Pol-Sam/Ct/Adnkronos)
31-OTT-09 12:07

Vi prego: qualcuno spieghi a quest'uomo che lo stato di diritto consiste proprio nel fatto di rispettare regole giuridiche scritte apposta per far funzionare una società civile. E che fra queste regole, appunto, c'è scritto che i giudici stanno lì per giudicare. E che le sentenze hanno tre gradi di giudizio. E che trascorsi quelli, le condanne sono definitive. E chi ha sbagliato ed è stato condannato deve pagare.

E che quando non è così siamo contro le regole, contro la legge, contro lo stato di diritto. E si chiama dittatura.

venerdì 30 ottobre 2009

E venne il giorno dei politici banditi

E se un giorno, per un unico giorno, tutti i giornali, le tv, le radio, le pagine web, i manifesti e le brochure decidessero di non dedicare neanche una parola, un fotogramma, nulla di nulla a questi politici? Se per un giorno e un giorno soltanto tutto il mondo dei media si voltasse dall'altra parte senza degnarli di una menzione, di un accenno, di un'immagine?

Non è che mancherebbero le storie da raccontare: le cronache bianche, nere e rosa, i fatti, le vicende delle persone, le (tante) difficoltà e le (poche) gioie della vita quotidiana, quello che va e quello che non va. Tutto continuerebbe allo stesso modo di sempre, ve lo assicuro: in fabbrica, al lavoro, nello sport, nello spettacolo, nelle scuole. Troverebbero una collocazione in pagina o fra i notiziari o nei palinsesti radiotelevisivi tante storie ora sacrificate per questioni di spazio, di tempo, di priorità. Di importanza.

Ci sarebbe spazio per tutto, insomma. Tranne che per le loro stupide dichiarazioni. Ci sarebbe di tutto. Tranne le loro esternazioni, le note politiche, il pensiero affidato ai comunicati stampa, le battute di pochi secondi, gli interventi per non dire nulla se non attaccare la parte avversa, i commenti sul nulla e le promesse tutte uguali, le lotte intestine e le successive coperture incrociate... Tutto, tranne il loro agitarsi confuso e convulso sotto riflettori sempre accesi e da loro stessi sostenuti. Tutto, tranne quel ribollire di melma e di fango che si agita e si sbraccia davanti ai nostri occhi ogni volta, che pretende di accompagnare ogni passo della nostra esistenza, di catturare l'attenzione di tutti i nostri sensi, di condizionare tutte le nostre emozioni.

Improvvisamente, nulla più.

BAM! Come il chiodo che decide di punto in bianco di non sorreggere più il quadro.

CHIÚ! Come il puntino dei vecchi televisori in bianco e nero al loro spegnersi, che tutto riassumeva fino a scomparire.

GLOB! Come farebbe un buco nero mentre inghiotte per intero il pianeta più vicino.

E poi... non silenzio. Ma altre parole, altri interlocutori, altre facce, stavolta sconosciute. Altri discorsi e informazioni, magari più utili. Altre storie di persone, storie non più di Qualcuno, ma di Chiunque.

E poi... magari ci si prende gusto. Magari si scopre che andare avanti si può anche senza di loro. Magari si decide, nonostante le loro lagnanze e i loro risolini ironici, di riprovare. Che quel giorno può ripetersi e diventare due giorni e poi tre e poi una settimana e poi...

E poi...

mercoledì 28 ottobre 2009

Fra i due litiganti, Ballarò gode

Due constatazioni veloci veloci sulla puntata di ieri sera di Ballarò: una di metodo e una di sostanza. E non riguardano la telefonata a sorpresa di Berlusconi.

La prima riguarda la scelta delle musiche per il sottofondo del servizio di apertura dedicato alla situazione dei due principali partiti politici, Pdl e Pd. Ed un appassionato di musiche da film come il sottoscritto non poteva non notare questa curiosa coincidenza. Quale? Certo non il fatto che fossero entrambe state composte dal grande Ennio Morricone. Quanto, piuttosto, che sia quelle che accompagnavano le immagini sulla contestazione contro Tremonti sia quelle che facevano da sfondo alle domande su Berlusconi fossero entrambe tratte da colonne sonore di pellicole sulla mafia. Rispettivamente, Gli intoccabili (che racconta gli ultimi giorni da uomo libero di Al Capone), con i grandissimi Robert De Niro e Sean Connery; e La piovra, il cui tema centrale è presente in tutte le serie della fiction.

La seconda constatazione riguarda invece gli sviluppi della crisi Berlusconi-Tremonti. Per tutta la settimana abbiamo assistito ad un acceso dibattito fra maggioranza ed opposizione sulle ragioni che avessero portato premier e ministro dell'economia ad un raffreddamento dei rapporti molto simile a quanto già visto nel passato governo guidato dal Cavaliere. Esponenti del centrosinistra parlano di una manovra di Tremonti che, avvertendo il momento di debolezza di Berlusconi a seguito, soprattutto, della bocciatura del lodo-Alfano, si sarebbe fatto forte dell'appoggio della Lega per rivendicare la poltrona di vicepresidente del Consiglio. E commissariare in questo modo, di fatto, la leadership del premier.

Fra voli bloccati da nebbie e nevicate alquanto leggendarie e scarlattine che colpiscono al momento giusto, la vicenda si è conclusa ieri sera, dopo giornate di intenso via vai nella villa di Arcore. Il ministro dell'economia ottiene la guida di un comitato nazionale, interno al partito di maggioranza, che dovrà esprimersi sulla linea del governo in materia di politica economica. Un ritorno, in sostanza, alla vecchia e già vista cabina di regia che in passato aveva risolto un analogo conflitto Berlusconi-Tremonti. Cosa c'è di curioso? Non tanto il fatto che il Tremonti-furioso, che doveva finire per commissariare il premier, alla fine sia stato, di fatto, commissariato da questi. Di curioso (ed inquietante) c'è la seguente domanda: perchè le divergenze fra un capo di governo e il suo ministro dell'economia in materia di politica economica siano talmente forti da esigere una cabina di regia con il compito di smussarle e uniformarle? Cosa vuole Berlusconi che non trova d'accordo Tremonti? E cosa vuole Tremonti che non incontra il favore di Berlusconi?

Meditate, gente. Meditate...

lunedì 26 ottobre 2009

I sogni della notte prima

Francesca era andata finalmente a letto contenta. Era stata una giornata dura, ma poi, alla fine, si era conclusa bene. Aveva fatto pace con la sorellina per quella stupida faccenda di Pelù, l'orsacchiotto marrone che era stato la causa dei capricci della piccolina per tutta la domenica. E quanto c'era voluto perchè Piccola Peste si tranquillizzasse del fatto che il suo adorato peluche non sarebbe stato messo nel sacco insieme al resto delle cose vecchie che la mamma aveva deciso di gettare via. "A Natale manca poco - aveva sentenziato il sabato pomeriggio - quindi domani facciamo un bel po' di pulizia fra gli scaffali e le scatole dei giocattoli". E non era stata certo una domenica serena per la Piccola Peste, impegnata in un duro tira e molla con mamma e sorella maggiore. Un tira e molla che aveva raggiunto il suo apice più disperato al momento di decidere della sorte di Pelù, appunto. Ma alla fine la mediazione di Francesca aveva risolto la situazione.

D'altronde, c'era molto di più dei suoi tredici anni in quella testolina mora. Francesca era sempre la sorella più grande, quella che cercava di mettere pace fra i suoi. Come era capitato anche domenica sera, quando per tutto il tempo della furiosa litigata fra mamma e papà era voluta rimanere in cucina per tentare di infilare una sua piccola parola fra un urlo e l'altro. Alla fine di quel brutto quarto d'ora, era riuscita anche a passare un'oretta con la mamma, dopo cena, per fare quella torta al cioccolato e pinoli che da tanto tempo voleva preparare insieme a lei.

Insomma, una domenica intensa, fra alti e bassi. Una di quelle giornate che... "chi ha inventato il letto è stato davvero un genio!", pensò tirando su le coperte. E, stendendo le gambe stanche, mandò col pensiero un bacino a Piccola Peste e altri due a mamma e papà che sentiva ancora parlottare nella loro camera. Poi si girò di fianco, come faceva sempre, perchè da quella parte si addormentava prima. E cominciò a pensare al compito in classe del giorno dopo... alla sua amica del cuore... a quel compagno di scuola che aveva cominciato a guardarla... al Natale che non era poi tanto lontano...

Chiuse gli occhi. E sognò i sogni che fanno tutti i bambini di tredici anni.


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UCCIDE MOGLIE E FIGLIA: LA STRAGE NELLA LORO CAMERA DA LETTO
(ANSA) - CATANIA, 26 OTT - E' avvenuta all'alba nella camera da letto la strage familiare di via Dell'Iris. Secondo una prima ricostruzione, poco prima delle 6 Carmelo Sanfilippo, 48 anni, che lavora come operaio in una ditta di onoranze funebri, impugna un lungo coltello da cucina e uccide la moglie, Maria Rosaria Drago, di 35 anni, e la loro figlia più piccola di 8 anni. Le urla attirano l'attenzione dei vicini di casa che chiamano il 112. I carabinieri intervengono sul posto e fanno irruzione nella casa: la figlia maggiore della coppia di 13 anni, esce di corsa, e viene condotta in ospedale.
Intanto Sanfilippo si è già inferto delle coltellate all'addome per tentare il suicidio. Resta ancora un mistero il movente. (ANSA).
TR
26-OTT-09 08:54

Francesca è, ovviamente, un nome di fantasia; come il racconto della sua ultima domenica. Il resto, purtroppo, no.

mercoledì 21 ottobre 2009

I papelli della nostra storia

Da qualche giorno non si parla più di escort a Palazzo Grazioli, né di Tarantini né della D'Addario. Il dibattito politico-mediatico è ultimamente tutto concentrato sulla trattativa che Stato e mafia avrebbero intavolato nel periodo a cavallo fra le stragi Falcone e Borsellino del '92 e le bombe ai monumenti di Roma, Firenze e Milano l'anno successivo. Una trattativa che, secondo la testimonianza di pentiti e protagonisti dell'epoca, avrebbe portato alla redazione dell'ormai noto papello, un breve elenco di desiderata stilato dai capi della Cupola che lo Stato avrebbe dovuto impegnarsi a realizzare, pena il proseguimento della stagione delle stragi.

Sulla ricostruzione di questa oscura, drammatica e sconsolante fase della nostra storia sono al lavoro, a diverso titolo, sia magistrati delle direzioni distrettuali antimafia siciliane sia giornalisti che da anni si occupano di inchieste di mafia. Tuttavia il pentolone scoperchiato dalle rivelazioni del figlio dell'allora sindaco di Palermo, accusato di collusioni con cosa nostra e poi da questa assassinato, ha richiamato in causa, a distanza di anni, personaggi della nomenclatura della prima repubblica ormai caduti nel dimenticatoio oppure in pensione o imboscati in comodi anfratti dello Stato nei quali operano con basso profilo.

E le reazioni alla divulgazione del presunto papello non si sono fatte attendere. D'altronde, tornare sulla bocca di tutti perchè coinvolti in vecchie storie di mafia e di servizi deviati non fa piacere a nessuno. Tanto meno se le vecchie storie in questione rischiano, per la portata di quello che potrebbero svelare, di innescare, nell'ordine: a) l'avvio di una nuova stagione di sangue, con vendette incrociate e bocche da mettere a tacere (magari col piombo o di nuovo con le bombe); b) l'apertura di una fase di grave destabilizzazione politica e sociale, soprattutto in un momento come quello attuale già gravato da una pesantissima crisi economica foriera di forti disagi ed esasperazione.

E questo solo a parlare di papelli di mafia. Figuriamoci a toccare quelli legati alla storia del terrorismo in Italia...

Quel che è bello (e che sarebbe anche divertente, se non fosse per la sua drammaticità) è che mentre assistiamo alla ricostruzione giorno per giorno delle vicende oscure di quegli anni attraverso il racconto di personaggi che improvvisamente decidono di vuotare il sacco, di taluni che inaspettatamente riacquistano la memoria per precisare o smentire, di talaltri che, chiamati in causa, scaricano su altri ancora o direttamente su gente passata a miglior vita, mentre insomma si solleva tutto questo polverone di tutti contro tutti che alla fine diventa (ma va?!) scontro politico, accadono cose che, magicamente, riescono a riportare la concordia e l'univocità di pensiero fra i protagonisti della scena politico-istituzionale del Paese.

Ritorno su queste argomentazioni ed anche ad altre, perchè le ritengo davvero vergognose per un Paese che vuol definirsi civile. Prendete, per restare ad esempio in tema di mafia e dintorni, le dichiarazioni di soddisfazione e plauso che, a firma di ministri ed esponenti di maggioranza ed opposizione, puntualmente seguono l'arresto di quel boss e/o il sequestro dei suoi ingenti beni sporchi. Cronache che riguardano retate di mafia/'ndragheta/camorra/sacra corona unita, di boss e picciotti, di estorsioni, traffici internazionali di stupefacenti ed omicidi in serie. Cronache per le quali si elogiano gli uomini delle forze dell'ordine per la "brillante operazione" e il "micidiale colpo inferto alle cosche" e i magistrati per la "veloce e giusta applicazione delle norme varate dal governo"; cronache che dimostrano che "occorre proseguire su questa via" e che "consacrano nella migliore maniera possibile l’efficacia delle norme introdotte nel nostro ordinamento".

Tutto questo, appunto, quando si tratta di applicare leggi, codici e norme scritte e approvate "per assicurare alle patrie galere" boss e picciotti che uccidono, trafficano in droga, ricattano e inquinano il tessuto civile della società. Insomma, il "male assoluto", come pochi giorni fa li ha definiti il presidente del Senato.

Ma quando poi le stesse leggi, codici e norme vengono applicate dai magistrati per indagare sulle stesse fattispecie di reato, ma con protagonisti diversi, che invece della coppola indossano il colletto bianco... Apriti cielo! Nella migliore delle ipotesi si tratta di "tutte falsità" e "accuse totalmente infondate"; in altri casi "i magistrati dovrebbero essere sottoposti a perizia psichiatrica", sono "eversivi" o "fanno inchieste di natura politica per sovvertire il voto degli elettori". Da Tangentopoli in poi alcuni di questi pm sono, di volta in volta, "toghe rosse" o "giudici comunisti" e gli strumenti da questi utilizzati, come le intercettazioni telefoniche e ambientali, passano improvvisamente da strumento "strategico di contrasto alla criminalità" a "strumento abusato da certe procure", che lo hanno strasformato "in mezzo di lotta politica, con gravi lesioni della privacy di tantissimi cittadini che non c'entrano nulla".

Addirittura, un giudice civile (l'ormai noto giudice Mesiano che ha deciso il risarcimento che la Fininvest di Berlusconi deve alla Cir di De Benedetti per la corruzione di uno dei giudici del lodo-Mondadori) è stato fatto oggetto di pesanti dichiarazioni, del tipo "provando, con mezzi impropri di contrastare la volontà democratica del Popolo italiano" e "disegno eversivo".

Circa un mese fa, infine, le cronache politiche sono state scosse da una dichiarazione del premier di questo tenore: "So che ci sono fermenti nelle procure di Palermo e Milano che ricominciano a guardare a fatti del '92, del '93 e del '94. E' follia pura e quello che mi fa male è che facciano queste cose con i soldi di tutti, cospirando contro di noi che lavoriamo per il bene del Paese".

Curiosa la tempistica di tali parole...

martedì 20 ottobre 2009

Consulta e scuse inconsulte

Quando non è frutto di finto perbenismo né di pelosa strategia di disinformazione, chiedere scusa da parte di chi ha il dovere di riportare notizie al pubblico è segno di rispetto ed intelligenza.

Ben si addice ad essere classificata fra gli esempi negativi la ben nota vicenda del servizio televisivo (anzi, verrebbe da dire del servizietto!) sul giudice Mesiano, mandato in onda da Mediaset all'indomani della sentenza civile che condanna Fininvest a risarcire De Benedetti per aver corrotto un magistrato del collegio arbitrale del cosiddetto lodo-Mondadori. Vicenda che molti ritengono conclusa con le scuse ufficiali (e ben studiate) del direttore Claudio Brachino (giornalista ex Tg4) e il successivo invito (leggi trappola) al giudice in questione ad intervenire in studio per raccontare i lati oscuri (secondo loro) che si nasconderebbero fra le pieghe della sentenza da questi pronunciata. Bene, bravo, bis!

Ma quanto a scuse, anche il sottoscritto deve farne. Per essersi lasciato ingannare [inserire link a post] dal canto dei disinformatori di professione (leggi, i nostri politici) che, all'indomani della famosa bocciatura del lodo-Alfano da parte della Consulta hanno raccontato, facendola passare per verità, la grandiosa balla della contraddittorietà di tale pronuncia con altra analoga della stessa Corte sul lodo-Schifani. Non era vero infatti (come, fidandomi, avevo riportato anch'io) che la precedente sentenza non avesse già previsto la necessità di una legge di rango costituzionale per realizzare gli obiettivi di tutela giurisdizionale contenuti nel lodo.

L'aveva prevista eccome! Lo chiariscono senza ombra di dubbio i giudici della Corte nelle motivazioni della sentenza depositate ieri e rese note urbi et orbi. Motivazioni all'interno delle quali si legge:

La necessità di una legge costituzionale per disciplinare la materia oggetto delle norme denunciate non è messa in dubbio – sempre ad avviso del rimettente – neanche dalla considerazione che la Corte costituzionale, nella citata sentenza n. 24 del 2004, non ha rilevato il contrasto della legge n. 140 del 2003 con l'art. 138 Cost. e che, cosí facendo, «la Corte avrebbe implicitamente rigettato tale profilo, in quanto, siccome pregiudiziale rispetto ad ogni altra questione, avrebbe dovuto necessariamente dichiararlo, ove lo avesse ritenuto». Il giudice a quo osserva, sul punto, che tale considerazione si fonda sul presupposto dell'esistenza di una pregiudizialità tecnico-giuridica tra la questione sollevata in riferimento all'art. 138 Cost. e quelle sollevate in base ad altri parametri e contesta la fondatezza di detto presupposto, rilevando che una tale pregiudizialità non è deducibile «dalla complessiva motivazione della sentenza, in quanto la Corte, nell'accogliere la questione di legittimità costituzionale in riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione, dichiara espressamente “assorbito ogni altro profilo di illegittimità costituzionale”, lasciando cosí intendere che, in via gradata, sarebbero state prospettabili altre questioni».

Chiedo scusa per il mio grossolano peccato di superficialità e per un errore che un giornalista non può e deve compiere. Mi riconsola, tuttavia, il pensiero di una Corte Costituzionale tutt'altro che ballerina e contraddittoria nelle sue decisioni, bensì salda e vigile nella tutela delle garanzie, previste dalla nostra Carta fondamentale, a beneficio di noi tutti.

venerdì 16 ottobre 2009

A un passo dal golpe?

Sul lodo-Alfano e la Costituzione, leggi anche:

video

In materia penale, a differenza del civile, confessare un fatto o accusare qualcuno di averlo commesso, o anche solo tentato, ha rilevanza se questo fatto è previsto dalla legge come reato.
Il nostro sistema prevede questo e nient'altro che questo. Punto e basta.

Ora accade che da qualche giorno siamo a conoscenza tutti quanti - cittadini, casalinghe, impiegati, giornalisti, poliziotti, negozianti... tutti quanti noi, insomma - di un fatto gravissimo accaduto alcuni giorni fa. Ne siamo a conoscenza perchè questo fatto è stato raccontato in tv, è stato riproposto da giornali e televisioni più e più volte ed è diventato di pubblico dominio. E chi lo ha riferito, di sua spontanea volontà, è una persona che ricopre, tra l'altro, un importantissimo incarico istituzionale, essendo il capo del governo.

Il particolare curioso e incredibile insieme è che, a distanza di una settimana da quella pubblica confessione, nonostante di quelle affermazioni si sia parlato e scritto in lungo e in largo, nessuno abbia avuto il coraggio di dire che quel racconto descriveva un fatto previsto dalla legge come ipotesi di reato. Anzi, come il più grave dei reati attribuibili alla più alta carica del Paese, il presidente della Repubblica. Di più: di una delle sole fattispecie criminose delle quali il capo dello Stato può essere chiamato a rispondere nell'esercizio della sua funzione istituzionale.

Questo reato ha un nome e la nostra Costituzione lo prevede all'articolo 90:

Il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell'esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione.

In tali casi è messo in stato di accusa dal Parlamento in seduta comune, a maggioranza assoluta dei suoi membri.

Non c'è terminologia che tenga. Non si può fare come con le prostitute, che quando ne devi scrivere con riferimento alla solita retata sulla via Salaria le chiami prostitute e, invece, quando ne devi scrivere a proposito di quelle che un tale racconta di avere portato (e pagato!) a Palazzo Grazioli improvvisamente si trasformano in escort!

In questo caso non puoi. Il fatto raccontato da Berlusconi durante la puntata di Porta a Porta del 7 ottobre scorso è chiarissimo nella sua gravità anti-istituzionale. Dice Berlusconi:

“Il presidente della Repubblica aveva garantito, con la sua firma, che questa legge sarebbe stata approvata anche nei comportamenti successivi e quindi, dato la sua notoria influenza sui giudici di sinistra, sul giudice che ha nominato lui, bastava che il capo dello Stato intervenisse, con la sua nota influenza di tutti i capi dello Stato sui componenti della Corte, e ci sarebbe stato uno spostamento di quei due voti che avrebbero fatto passare questa legge”.

Per Berlusconi, quindi, esiste una prassi quirinalizia ben consolidata secondo la quale il presidente della Repubblica influenza i giudici della Consulta. Una prassi “notoria”, dice lui; ma, ovviamente, del tutto extra-costituzionale, contraria ai dettami della nostra Carta e palesemente illecita, tanto da essere prevista come reato. Ora è anche ammissibile che tutti, nei palazzi della politica romana, ne fossero al corrente. Ma, come dimostra lo scandalo di Calciopoli del 2006, un conto è che tutti lo pensino ma nessuno lo dica; un conto se qualcuno lo racconta in tv.

Così, secondo il Cavaliere, Napolitano sarebbe dovuto intervenire, secondo tale prassi, per condizionare o tentare di condizionare il verdetto della Corte Costituzionale, assicurando così lunga vita al lodo-Alfano, con o senza la complicità di alcuni giudici della stessa Consulta, con o senza l'assenso dello stesso capo del governo. E’ un fatto certamente gravissimo di per sé. Ma è, anche e soprattutto, un reato punito dalla legge e per il quale il Parlamento può mettere sotto accusa il presidente della Repubblica, invocando il giudizio della Corte Costituzionale.

Invece, sono già passati nove giorni da quella pubblica denuncia e non è successo ancora nulla. Il filmato in questione - che riporto integralmente nel video in testa a questo post, comprensivo delle incredule esclamazioni di Rosy Bindi, l'unica del salotto ad accorgersi sul momento della incredibile gravità del racconto del premier – ha suscitato grande clamore per le polemiche politiche seguite alla famosa invettiva rivolta da Berlusconi alla Bindi (“Lei è più bella che intelligente”). Ma nessun giurista, nessun giornalista che ne abbia sottolineato la rilevanza criminale. E, soprattutto, nessun parlamentare dell’opposizione, nessun Di Pietro-Brancaleone da Norcia che si sia svegliato una mattina dicendo: “Cazzo, ma questo è un reato!”.

Ora, magari non sarà vero nulla e si tratterà di una bufala di Berlusconi, come Napolitano da giorni, a più riprese, va dicendo e scrivendo. Ma tu, onorevole deputato o senatore della Repubblica dell’opposizione, vuoi chiederti se stai assistendo al tentativo di qualcuno di far saltare il sistema? Non fosse altro, in caso negativo, che per “sputtanare” Berlusconi, le sue calunnie e la sua menzogna.

L'Alto Tradimento o l’Attentato alla Costituzione storicamente hanno spesso preceduto o profilato una successiva sovversione dell'ordine costituito. In questo caso, di quei principi fondamentali e di quei ruoli chiave dello Stato di diritto previsti dalla nostra Carta fondamentale. Se saltano i principi della Costituzione a causa dei comportamenti illeciti messi in opera da parte di chi, su quegli stessi principi, è chiamato a vigilare è il caos. O, per dirla con un termine più realista, siamo a un passo dal colpo di Stato.

lunedì 12 ottobre 2009

Italia, ma che bello Paese!

Nonostante il sospiro di sollievo di buona parte degli italiani, la decisione della Consulta di bocciare il lodo-Alfano ha provocato e continuerà a provocare pesanti strascichi sulle sorti del nostro Paese.

É innegabile, infatti, che la decisione dei quindici giudici abbia impedito una palese violazione di quel principio di uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, la cui negazione avrebbe prodotto sciagurati effetti nefasti sia sul sistema giudiziario che su quello politico per molti anni a venire. É altrettanto innegabile, tuttavia, che le modalità di tale decisione e soprattutto le reazioni che essa ha innescato non facciano presagire nulla di buono.

Non è assolutamente tranquillizzante, infatti, che il supremo organo di tutela della nostra Carta fondamentale, chiamato ad esprimersi sulla forma del lodo-Alfano (legge ordinaria o di rango costituzionale), abbia contraddetto se stesso a pochi anni di distanza dalla bocciatura dell'analogo lodo-Schifani. La Costituzione è una e sempre quella e i principi che essa tutela sono gli stessi, a meno di interventi di modifica; così, analogamente, dovrebbe essere identica la valutazione dei giudici sull'applicazione delle garanzie a sua salvaguardia. E invece qui i casi sono due: o hanno sbagliato i giudici di allora, ritenendo sufficiente la legge ordinaria per il lodo oppure hanno sbagliato quelli che oggi hanno sanzionato la mancanza di rango costituzionale della norma. Delle due l'una: non si scappa. E un tale atteggiamento di doppiezza da parte del supremo organo a tutela della Costituzione non mi lascia certamente tranquillo per il futuro!

Allo stesso modo non può non lasciare interdetti la poca preparazione dimostrata in materia da un capo dello Stato che, in qualità di garante della Costituzione, ha il dovere di non promulgare leggi che ne violino i principi fondamentali. E non perchè un presidente non possa sbagliarsi (oggi si è distratto Napolitano, ieri Ciampi). Ma perchè è inevitabile chiedersi come possa aver potuto lasciar correre la palese violazione dell'art. 3 della Costituzione, quello che riguarda proprio l'uguaglianza (almeno sulla carta!) di tutti i cittadini davanti alla legge. Non una virgola nascosta in una piega del lodo, dunque, ma il macroscopico errore che lo sostanzia. E, anche qui, una simile distrazione non mi lascia certamente tranquillo per il futuro!

Poi c'è lo scontro Napolitano-Berlusconi, andato in scena pressocchè in diretta televisiva e quindi di fronte a tutto il Paese. Scontro istituzionale, come viene definito per le cariche ricoperte dai protagonisti, capo dello Stato e capo del Governo. Ma che di istituzionale ha avuto davvero ben poco. Con i due impegnati a sputtanarsi l'un l'altro e a rivelare, più o meno velatamente, accordi presi in vista della decisione della Consulta e poi traditi. Con i due che si sono quasi reciprocamente mandati a quel paese attraverso acidi comunicati stampa o concitate dichiarazioni urlate ai microfoni delle tv. Anche spettacoli di tal fatta non mi lasciano certamente tranquillo per il futuro!

Viene da chiedersi, inoltre, come sia possibile risanare una frattura del genere, dopo essere stata messa in bella mostra davanti alle telecamere di mezzo mondo. E poi Berlusconi ha anche il coraggio di dire che all'estero la stampa ci sputtana! Non stiamo parlando di due coniugi che, dopo aver fatto finta di sopportarsi per tutto questo tempo, hanno deciso di mandarsi al diavolo! Stiamo parlando delle massime autorità politiche del Paese, che influenzano la vita politica di tutta una nazione, con conseguenze dirette su tutti noi! Così, dopo aver preso a pesci in faccia il capo dello Stato per tutta la settimana, Berlusconi ha ricevuto da Napolitano lo schiaffo dell'assenza presidenziale ai funerali di Stato di Messina. Solo che quello schiaffo (di cui, all'atto pratico, non frega niente a nessuno!) è stato dato a tutti i familiari delle vittime dell'alluvione, declassati a sciagurati di serie B rispetto agli sfortunati italiani d'Abruzzo o di Viareggio che sono stati onorati di esequie di Stato alla presenza di tutte le massime autorità istituzionali! E questo teatrino fatto di infantili picche e ripicche non mi lascia certamente tranquillo per il futuro!

É chiaro che in un simile momento di debolezza istituzionale e con il Paese in sofferenza per i drammatici effetti della grave crisi economica mondiale, due sono gli scenari che destano preoccupazione: il rischio di un malcontento popolare che, nascendo dalla necessità di tirare avanti giorno per giorno, possa recepire e fare proprii rigurgiti mai sopiti di estremismo eversivo; il rischio di un governo forte che, con la scusa di sedare i fermenti dello stato sociale, comincia a limitare sempre più il campo delle libertà personali, fino alla nascita di un vero e proprio regime dittatoriale. E questo sì che non lascia tranquilli per il futuro!

Ecco che allora arrivano le bombe, come quella di questa mattina a una caserma di Milano. Attentati che possono trovare una ragion d'essere sia che vengano letti come "focolai dell'odio estremista tutt'altro che sopiti" per i quali "è bene non abbassare la guardia nella lotta al terrorismo"; sia che vengano considerati, in modo ben più sospetto, come l'ennesima dimostrazione che in Italia c'è spesso una "manina" sempre pronta a... dare una mano, in un senso o nell'altro, pur di distogliere l'attenzione. E questa, forse, è fra le cose che meno lasciano tranquilli tutti noi per il futuro!

giovedì 8 ottobre 2009

Italia 2009: la Rivoluzione d'Ottobre

E fu così che, a metà di un caldo pomeriggio d'ottobre, tutto ebbe inizio. Quando gli eccessi che seguirono alla sentenza di illegittimità con la quale la Corte Costituzionale bocciava il cosiddetto lodo-Alfano costituirono la goccia che fece traboccare il vaso di un clima politico e sociale già esacerbato, ormai logoro e privo di stabilità. In breve tempo, gli eventi precipitarono e il rapido declino che ne seguì portò, dopo solo tre mesi, all'esplosione dei primi moti di rivolta contro esponenti di governo ed obiettivi istituzionali da parte di gruppi di cittadini organizzati militarmente. E, neanche un mese dopo, all'inizio della guerra civile, che si protrasse, come sappiamo, per oltre quattro anni.

* * *

6-7 ottobre 2009: ipse dixit

“La legge è uguale per tutti, ma non necessariamente lo è la sua applicazione”.
(Nicolò Ghedini, nel corso della sua arringa di fronte ai giudici della Consulta).

“Con le modifiche apportate alla legge elettorale, il presidente del Consiglio non può essere considerato uguale agli altri parlamentari. Non è un primus inter pares, ma un primus super pares”.
(Gaetano Pecorella, nel corso della sua arringa di fronte ai giudici della Consulta).

“La Corte Costituzionale, giudicando sulle questioni di legittimità costituzionale poste con le ordinanze n. 397/2009 e n. 398/2008 del Tribunale di Milano e n. 9/2009 del gip del Tribunale di Roma, ha dichiarato l'illegittimità dell'articolo 1 della legge 23 luglio 2008, n. 124 per violazione degli articoli 3 e 138 della Costituzione”.
(nota diramata dalla Corte Costituzionale il 7 ottobre 2009, subito dopo la decisione presa in camera di consiglio).

“Con una Corte Costituzionale con 11 giudici di sinistra era impossibile che lo approvassero. (...) Abbiamo una minoranza di magistrati rossi che sono organizzatissimi e che usano la giustizia a fini di lotta politica. Abbiamo il 72% della stampa che è di sinistra; abbiamo tutti gli spettacoli di
approfondimento della televisione pubblica pagata con i soldi di tutti, che sono di sinistra e ci prendono in giro anche con gli spettacoli comici. Il capo dello Stato sapete voi da che parte sta. Abbiamo giudici della Corte Costituzionale eletti da tre capi dello Stato della sinistra che fanno della Consulta non un organo di garanzia ma un organo politico (…) La sintesi qual è? Meno male che Silvio c'è. Se non ci fosse Silvio con tutto il suo governo, con il supporto del 70 per cento degli italiani, saremmo in mano a una sinistra che farebbe del nostro Paese quello che tutti sapete. (...) I processi che mi scaglieranno sul piatto sono autentiche farse: sottrarrò qualche ora alla cura della cosa pubblica per andare là a sbugiardarli tutti”.
(Silvio Berlusconi, sulla decisione della Corte Costituzionale).

“Tutti sanno da che parte sta il presidente della Repubblica. Sta dalla parte della Costituzione, esercitando le sue funzioni con assoluta imparzialità e in uno spirito di leale collaborazione istituzionale”.
(Giorgio Napolitano, comunicato del Quirinale).

“Non mi interessa quello che ha detto il capo dello Stato, non mi interessa... Mi sento preso in giro e non mi interessa. Chiuso”.
(Silvio Berlusconi, sul comunicato del Quirinale).

“Abbastanza irrituale lo scambio di battute di questa sera tra il capo dello Stato e il presidente del Consiglio”.
(Bruno Vespa, nel corso della puntata di Porta a Porta andato in onda in serata).

“Con la bocciatura del lodo si crea un problema: da una parte c'è Silvio Berlusconi premier, legittimato da milioni di voti, che ha diritto di governare, e, dall'altra, vi è il cittadino Silvio Berlusconi, che ha il diritto di difendere se stesso nelle aule di tribunale. Se fa l'uno non fa l'altro: dovrà sottrarre parte del suo tempo a quello destinato al governo del Paese, e noi riteniamo che non sia giusto distogliere il presidente del Consiglio dal proprio impegno nei confronti del Paese”.
(Angelino Alfano, ospite a Porta a Porta).

* * *

Il mito del miracolo dei problemi scomparsi

Si narra che, la sera della decisione della Corte Costituzionale – sia pure per un momento, solo per un momento – centinaia di migliaia di cittadini italiani, alcuni già da tempo in gravi difficoltà a causa della crisi economica, altri in cassa integrazione, altri ancora licenziati a causa del fallimento della loro azienda, molti alla ricerca di un lavoro o della prima occupazione, si siano fermati per qualche ora per seguire spasmodicamente alla tv gli sviluppi della vicenda. Per qualche ora, preoccupazioni e problemi del Paese scomparvero come per miracolo dalla mente degli italiani, improvvisamente messi da parte e sostituiti dall'ansia per la situazione del premier. Tuttavia non esistono prove certe e attendibili che ciò sia realmente accaduto. Pertanto deve ritenersi probabile che questi racconti siano nient'altro che il frutto di leggende tramandatesi nel tempo.

[Da Storia d'Italia, Wikipedia, 2086]

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